Dal discorso di Fini alla Camera:
"La laicità delle istituzioni è il principio irrinunciabile della nostra come di ogni democrazia moderna, ma il Parlamento deve riconoscere il ruolo di difesa e di formazione dell'identità della nostra Patria che hanno avuto i fondamenti della religione cristiana".
Io in verità direi che il Parlamento dovrebbe piuttosto riconoscere il ruolo della Commedia dell'Arte o anche della Lirica e del Melodramma nella formazione dell'identità dell'Italia.
I fondamenti della religione cristiana (variamente vilipesi o adattati ai tempi, e molto discussi in lungo e in largo per tutta Europa con sanguinose guerre oltre che roghi) non mi pare invece che siano una particolarità che distingua questo nostro belpaese dalla Spagna, per esempio, o dalla Germania o dal Belgio, dalla Polonia e così via.
Riporto qui di seguito l'articolo di Rodotà apparso oggi su Repubblica:
Il linguaggio dei vincitori
di STEFANO RODOTÀ
SONO francamente ammirato dall'impassibilità con la quale tanti commentatori analizzano i flussi elettorali, esaltano la radicale semplificazione del sistema parlamentare, assumono la Lega come riferimento, si chiedono se siamo entrati nella Terza Repubblica o se la Seconda Repubblica comincia solo ora. Ma tanti dati di cronaca, e le sollecitazioni della memoria, mi fanno poi sorgere qualche dubbio e mi spingono a chiedere se la vera novità di queste elezioni non consista nell'emersione piena di un modello culturale, sulle cui caratteristiche hanno in questi giorni scritto assai bene su questo giornale Nadia Urbinati e Giuseppe D'Avanzo.
Non giriamo la testa dall'altra parte. Quel che è appena accaduto, e si sta consolidando, riguarda davvero "l'autobiografia della nazione". Non riesco a sottovalutare fatti che troppi si sforzano di considerare minori, che vengono confinati nel folklore, assolti da Berlusconi come simpatiche e innocue forzature del linguaggio da parte degli uomini della Lega. E invece dovremmo sapere (quanto è stato scritto su questo argomento?) che proprio il linguaggio è la prima e rivelatrice spia di mutamenti profondi che investono la società e la politica. L'elenco è lungo, e non riguarda solo la storia recentissima.
A proposito dell'incontro di ieri tra Berlusconi e Ciarrapico,
fulminante vignetta di ElleKappa oggi su Repubblica:
- Berlusconi ha trascorso il 25 Aprile con un fascista.
- Probabilmente anche Ciarrapico...
25 APRILE
Camminando per Padova si incontrano in vari punti della città lapidi che ricordano i morti della Resistenza. Da bambina, mio padre me ne indicava una soprattutto: quella che, in via santa Lucia, nel cuore della città , sta affissa alle antiche mura in cotto di un palazzotto medievale, per ricordare come nell'estate del 1944, in quel preciso posto, per rappresaglia per l'uccisione di un colonnello fascista (omicidio al quale erano estranei e che rimase poi sempre oscuro) vennero impiccati "come esempio" per la città , tre antifascisti catturati nei mesi precedenti, mentre altri sette venivano per lo stesso motivo fucilati in caserma.
Ma, tra i tanti caduti della Resistenza a me viene spesso in mente il padre di una compagna di scuola che fu in classe con me, seduta in un banco lontano - soltanto per un anno, e poi non l'ho rivista mai più. Penso cioè a Otello Pighin, che fu famoso qui col nome di Renato, organizzatore e combattente tra i più audaci della Resistenza veneta. Fu ucciso in seguito a un tradimento, quando ormai la guerra stava per finire, nel gennaio del 1945. Penso a sua figlia, che non ha mai potuto camminare a mano con lui per le strade di Padova, ascoltando dalla sua voce le storie di quella lunga lotta.
E poi mi viene in mente il silenzio. E provo dolore e scoramento che si alterna alla rabbia. Mi riferisco al silenzio che generalmente è caduto su tutti quelli che parteciparono alla lotta di Liberazione: al silenzio, non solo sugli episodi di quelle lotte o sulle personalità dei protagonisti, ma sulle ragioni e le speranze che le animarono. Fino ad arrivare alla recente vergogna (così debolmente contrastata) della equiparazione tra i caduti dell'uno e dell'altro fronte - come se si parlasse di morti, che, loro sì, sono tutti simili - e non delle ragioni e delle scelte incarnate dai vivi che hanno voluto la libertà e lottato per la democrazia contro chi difendeva, invece, i regimi autoritari e nefasti del nazifascismo.
Contro questo silenzio e questa vergogna non resta che contribuire a ristabilire i ricordi, a raccontare la storia. Ma proprio questo è quanto invece si continua a non fare: importanti pagine della nostra storia rischiano di affondare per sempre nell'oblio, come si può leggere in questo appello rivolto al Presidente della repubblica e pubblicato su Libertà e Giustizia.
Negli anni 1592-94 i teatri a Londra furono a varie riprese chiusi a causa delle continue recrudescenze della peste ch'era quasi endemica in quegli anni in Inghilterra. Il giovane Shakespeare approfittò dell'ozio forzato della sua compagnia per dedicarsi alla poesia, e scrisse i suoi due poemetti narrativi, il primo dei quali,Venere e Adone, ispirato a Ovidio, uscì nell'aprile 1593, poco prima del suo ventinovesimo compleanno, ed ebbe un grandissimo successo che lo rese improvvisamente famoso: se ne fecero ben 16 edizioni in una quarantina d'anni.

Ora, per festeggiare i suoi 444 anni (23 aprile), ho voluto rileggermelo. Shakespeare teneva moltissimo a questa sua opera. Ne aveva curato attentamente la stampa, affidata ad un affermato tipografo del tempo, che era anche suo compaesano e probabilmente compagno di scuola, Richard Field. Ci teneva sia perché, dedicando il poema al giovane conte di Southampton, sperava di riceverne protezione e compenso, sia perchè pensava di poter acquistare una fama più duratura scrivendo poesia per un pubblico eletto di intenditori, piuttosto che restando confinato nell'ambito dell'attività teatrale, popolarissima, ma di carattere volgarmente commerciale, e confinante col mondo, ai limiti della legalità , delle taverne e dei bordelli. Non a caso sul frontespizio del poemetto pone una citazione da Ovidio particolarmente significativa:
Vilia miretur vulgus: mihi flavus Apollo
Pocula castalia plena ministret aqua.
(susciti pure ammirazione tra la massa ciò ch'è di scarso valore: a me possa il fulgido Apollo dispensare coppe piene dell'acqua della fonte Castalia)
Il poemetto mi ha sempre suscitato impressioni contraddittorie perchè non si lascia facilmente definire e mescola al suo interno aspetti molto diversi, opposti e contraddittori tra loro (Shakespeare è sempre così, del resto): è un'opera per un pubblico aristocratico, leggera e raffinata insieme, brillante, comica, erotica, patetica, con esempi deliziosi di delicatissima abilità descrittiva e, contemporaneamente, un qualcosa di più oscuro e persino di confusamente disturbante.
La storia è quella dell'affair tra Venere e il bell'Adone, che si conclude con la morte del giovane ucciso durante la caccia da un cinghiale.
La versione shakespeariana di questo tragico mito rovescia con effetto comico i ruoli: Adone, anziché corrispondere all'amore della più bella e sensuale delle dee, se ne difende con fastidio e disgusto. Sicché Venere è ritratta nel suo vano affannarsi tentando in tutti i modi, compreso l'uso di una certa energia fisica e di una controproducente loquacità concettosa, di appagare, accaldata e vogliosa, il suo bruciante desiderio di fare l'amore con lui.
Ma sotto la sensualità dei versi e la comicità della situazione c'è anche altro: non fa solo sorridere, per esempio, ma tocca zone oscure del profondo l'identificazione tra Venere e il cinghiale che infine uccide Adone: "Sì, sì - Shakespeare fa dire a Venere - è così che è stato ucciso Adone: con la sua lancia corre sul cinghiale, che smette d'arrotare contro di lui le zanne e pensa di persuaderlo con un bacio; e strusciandogli il grugno contro il fianco, il porco innamorato gli ficca nel tenero inguine la zanna, inavvertito. Avessi avuto io zanne, lo confesso, l'avrei ucciso per prima a furia di baci."
E molto è stato detto a questo proposito, e ci sarebbe ancora da aggiungere.
Ma io voglio notare qui soprattutto una nuova impressione, suggeritami anche dalla prefazione di Katherine Duncan-Jones alla recente edizione Arden dei poemetti.
Questo Adone che si difende e cerca di sfuggire alla presa di Venere (dicono che Shake si sia ispirato nell'immaginare tale situazione al quadro di Tiziano che fu a suo tempo lungamente esposto a Londra) sembra in realtà semplicemente troppo giovane per poter rispondere all'amore. È vero. A me fa pensare a un ragazzino alle prese con una vicina di casa o con la madre un po' viziosa di un compagno di scuola.
La sua immagine, ho pensato, somiglia a quella del Cupido del quadro del Bronzino, che ha il corpo di un adolescente e il volto ancora quasi del tutto infantile. E del resto a Cupido "quale appare nei dipinti" lo aveva paragonato Ovidio (fonte amatissima di Shakespeare) rievocando la sua nascita. Una nascita, fra parentesi, incestuosa.
Ma Cupido è il figlio di Venere.
Adone infatti rimanda all'immagine di un figlio.
Di un figlio ragazzino. Alle prese con una madre:
"Sta calmo, e stammi ancora un po' a sentire; è inutile che ti agiti, tanto non ti lascio andare. (...) Dove ero rimasta..?"
"E che ne so", fa lui, "lasciami andare e chiudi qui il racconto: la notte avanza."
"E con questo?" dice lei.
"Mi aspettano gli amici", dice lui, "e fa già buio e rischio di cadere..."
La seduttrice sconfitta è dunque la madre. E quindi è anche lei inclusa nell'identificazione con il cinghiale, la bestia selvaggia e assassina -
come dimostra il fatto che, quando s'imbatte nel cinghiale, nel vedere la sua bocca schiumante sporca di rosso, Venere (Shakespeare, cioè) pensa a "sangue e latte mescolati insieme".
Insomma non c'è mai fine alla vertiginosa profondità onirica dei testi di Shakespeare.
"Da professore aveva insegnato lingua e letteratura svedese. Lo svedese scritto ora era evaporato, o vaporizzato. Neppure i segni di punteggiatura erano riusciti a scampare.
Ma la letteratura gli era rimasta. Nessun gelo al mondo può distruggere la letteratura:
Nella sua angusta stanzetta sotto gli abeti imponenti, accanto alla pianola che con gli anni era diventata pietosamente stonata - inoltre ormai certi accordi erano desolatamente imperfetti dal momento che alcuni singoli toni non c'erano più - lì, nei soavi vapori della cucina, mio nonno mi introdusse nel mondo di libertà e fantasia e di calore e di autenticità della letteratura.
[...]Mentre mi prendeva per mano e mi guidava dentro un capolavoro via l'altro, sventolava con la sua penna di marca Parker nel vuoto nulla (se poi era vuoto?), le cartucce erano da tempo prosciugate ma questo naturalmente non aveva importanza, i suoi gesti erano storico-letterari e critici, spesso in un modo misterioso anche co-scriventi."
Anch'io possiedo una parker che mi viene da mio padre e mi ricorda la sua scrittura - forse anche per questo l'immagine del vecchio professore che non riesce più a leggere o scrivere e accompagna con la stilografica nell'aria la sua versione orale della letteratura, mi ha colpito profondamente.
Il nonno di cui qui si parla ha perso la capacità di riconoscere le lettere dell'alfabeto dopo essere rimasto quasi congelato durante una passeggiata a 40° sotto zero.
Ma anche il protagonista e narratore di questa storia è affetto da 'alessia'. La sua storia (che dice di dettare dal momento che non può scriverla) - è anche la storia, narrata con grande ironia sotto un'apparenza di angelica ingenuità , del suo apprendimento del mondo attraverso le immagini della Bibbia illustrata del Doré. Il tutto è ambientato in una regione del Nord della Svezia, ma le sperdute località indicate sono poi immaginarie - e del resto, in questo racconto, realtà e immaginazione restano fuse in una narrazione che sembra semplice ed è poetica e filosofica nello stesso tempo.
Il titolo originale di questo romanzo non a caso è "La Bibbia di Doré" (Dorés Bibel), anche se la casa editrice italiana (Iperborea 2007, traduzione di Carmen Giorgetti Cima), l'ha voluto mutare in "Per non sapere né leggere né scrivere".
L'autore è uno scrittore svedese attualmente settantenne, Torgny Lindgren, che ha cominciato la sua carriera come poeta, è stato insegnante, ha partecipato alla vita politica e ha meritato con le sue opere di essere nominato accademico di Svezia.
Nel coro di ammirato stupore per la vittoria del riccone che tanto piace agli italiani (del Sud come del Nord), e di apprezzamento e grande considerazione per la Lega, insignita ora ufficialmente dell'aureola del voto operaio, si distingue, ancora una volta, per un'analisi meno conformista e prona verso i vincitori, l'articolo della Spinelli su La Stampa di oggi.
Buona lettura.

Ieri sera ho visto Anna Karenina nella messa in scena di Eimuntas Nekrosius.
Di questo famoso regista lituano avevo già visto, anni fa l'Amleto (anzi Hamletas, in lituano - e la compagnia era tutta lituana e recitava in quella lingua) e il Macbeth. Entrambi esempio di straordinario teatro - geniale, direi, se solo si potesse ancora far ricorso a questa parola ormai abusatissima e attribuita a chiunque.
Questa Anna Karenina non è pari in bellezza alle messe in scena shakespeariane di Nekrosius. Forse la scelta di questo romanzo per una riduzione teatrale non è davvero la più indovinata. Inoltre gli attori italiani della compagnia, pure se molto bravi nella gestualità e nell'uso del corpo (Nekrosius richiede agli attori capacita da ballerini e quasi acrobati a volte) per quanto riguarda la voce erano a mio parere un po' stridenti.
E tuttavia è grande teatro.
Nekrosius è un regista visionario, capace di tradurre in immagini e gesti i sentimenti più profondi e sottili, e di creare sulla scena atmosfere capaci di coinvolgere e toccare nel profondo lo spettatore: di rivelargli cose nascoste e inquietanti che lo riguardano intimamente.
Qui nella foto c'è Anna che vola (e continua in vari giri come di danza a volteggiare così) nella rivelazione-gioia-abbraccio dell'amante, e si vedono anche i tamburi-ruote-orologi che sono allusioni oltre che al tempo ovviamente ai treni, alla stazione del destino ecc.
Il resto non posso descriverlo. C'è una scena d'amore lunghissima in cui lei è raccolta in posizione fetale e l'amante la solleva, la fa volteggiare, la stringe, la tiene la fa ricadere ecc. Ma mi rendo conto che a descriverla è povera cosa, rispetto alla visione a teatro. Evito quindi di aggiungere altro: mi limito a dire che il finale, la morte di Anna, è risolto in modo tale da provocare l'emozione profonda (e la gioia) che sanno dare solo le grandi opere d'arte.
I.
Come mai, nel ripetere il ritornello che Prodi si è alienato le simpatie qui nel Nord produttivo "per aver aumentato le tasse", nessuno mai parla o accenna alla lotta condotta contro l'evasione?
Non sarà , insomma, che il governo si è inimicato i ceti produttivi non tanto per averle aumentate, le tasse, quanto, e soprattutto, per aver fatto capire che le avrebbe fatte pagare?
II.
Il prescelto dal popolo ha incontrato ieri Putin per parlare di affari. Putin veniva dritto dritto dalla Libia, dove è stato firmato in presenza sua e di Gheddafi un memorandum di cooperazione tra Gazprom e la compagnia libica per il petrolio. Nella faccenda c'entra anche l'ENI.
Tra una risata e l'altra, non solo l'Alitalia, ma soprattutto Gazprom è stata uno degli argomenti del colloquio tra i due grandi amici.
E va bene.
Ma non era di petrolio e di contatti con una "compagnia russa", ciò di cui parlava Dell'Utri due mesi fa con quel Micciché, che in Venezuela "si occupa di petrolio", e che però aveva il telefono sotto controllo perché laggiù, secondo la magistratura, curerebbe gli affari dei Piromalli?
Perché mai nel grande sproloquiare televisivo e giornalistico sugli esiti elettorali, molto si discetta sul successo della Lega e sul suo famoso radicamento nel territorio, nonché sulle altre sue varie Virtù Popolari (o popolane come direbbe Bossi), mentre non si dice invece nulla del voto dell'Italia meridionale?
Insomma: a quanto ho capito io, avremo un nuovo governo del nano di Arcore non solo per via del voto settentrionale alla Lega, ma perché a questo si è unito massicciamente il voto meridionale e delle isole.
Come mai di questo non si parla?
Come mai i nostri bravi conduttori televisivi, così attenti a seguire le preziose scalette dei loro talk show, evitano di portare il discorso sulla qualità del "radicamento nel territorio" e sulle virtù popolane del partito berlusconiano e dei suoi alleati in certe regioni del Sud o in Sicilia?
Perché nel "rispettare" le scelte dei compatrioti, nel non sottovalutare la indiscutibile intelligenza e cultura, nonché il vivissimo senso morale che li ha animati a scegliere come hanno scelto, nel recriminare sul vano Bertinotti o ridacchiare sullo sconfitto Veltroni, nel glissare su Prodi, nessuno, proprio nessuno in TV, si chiede quale sia e cosa significhi la connessione tra il voto settentrionale e quello meridionale ?
Si dà già per scontata una non-unità d'Italia?
Ma nel nuovo Parlamento non staranno sempre insieme, nella stessa maggioranza, a votare uniti in stretta alleanza, gli eletti dei radicamenti territoriali del Sud e quelli del Nord?
__________________________________________________
Ma siccome è il voto del Nord, fuori da ogni sua connessione col quadro generale dell'Italia, l'argomento prescelto dai media per il momento, segnalo a questo proposito queste interessanti interviste con operai del Nord su www.repubblica.it di oggi.
Luca Casarini, di professione disobbediente, ha preso con soddisfazione i risultati elettorali. Sia il tracollo di Bertinotti & co che il trionfo della Lega. Si sente orientato verso la Lega: la forza politica radicata nel territorio e più sentitamente antiglobal.
Basterebbe poco infatti a farla diventare di sinistra: basterebbe innestarvi Casarini. Cosa possibile, penso io, dato che il linguaggio (non solo quello verbale) è simile. Si tratta di affinità elettive - come quella tra Berlusconi e Putin, tanto per esemplificare.
fonte da cui ho preso la notizia: Il Riformista (che non si legge on line senza abbonamento: sicché mi fido di quanto ascoltato nella rassegna stampa di Radio Radicale).
Del resto anche a Cremaschi la Lega non dispiace "Perché assomiglia di più a un partito marxista-leninista: ha una fortissima identità ma al tempo stesso un grande pragmatismo». E apprezza, naturalmente, il libro di Tremonti, il nuovo leader dei no-global: "È di destra, ma è intelligente".
Intervista su www.Corriere.it.
Insomma, abbiamo sbagliato tutto.
L'ignoranza è tutta e solo nostra: soltanto noi infatti non ce ne eravamo accorti - e ancora stentiamo a crederlo, da ottusi e attardati residui del secolo scorso quali siamo - ma in realtà queste elezioni sono state, non solo contro la casta dei membri dell'inutile Parlamento e contro i famosi "poteri forti" (quelli contro i quali combatte a mani nude il gigante buono di Arcore) e via dicendo, ma anche in consonanza profonda, non con le paure, ma con le aspirazioni più rivoluzionarie del proletariato.
Detto questo, mi riprometto di non parlare più delle cose che non sono evidentemente attrezzata a capire.
Mi auguro solo, molto banalmente, che non peggiori troppo il servizio sanitario pubblico.
L'analisi di Le Monde nel suo editoriale di oggi:
"Il governo Prodi aveva coraggiosamente intrapreso nelle riforme rese indispensabili da cinque anni di disastrosa amministrazione del centro-destra. Ma ha risvegliato i corporativismi, urtato i suoi alleati comunisti e si è alienato i piccolipartitini dai quali dipendeva la sua sopravvivenza. La faccenda dell'immondizia di Napoli, della quale non era direttamente responsabile, ha reso evidente l'impotenza dello Stato.
Berlusconi ha, ancora una volta tratto profitto da quel rifiuto della politica, che non è una specialità italiana, ma che alimenta nella penisola il montare di un populismo sia di sinistra che di destra. [...] L'inquietudine è di rigore."
Chi sa il francese può leggersi il resto QUI.
__________________________________________
E, tanto perché sappiamo che il modo in cui vediamo noi la realtà non è incondiviso, traduco anche qualcosa dell'articolo di oggi sul Guardian (scritto da John Hooper)
"Silvio Berlusconi è stato riportato la notte scorsa al potere alla testa del governo più di destra da quando per la prima volta ottenne la presidenza del consiglio 14 anni fa.
[...]
Per la prima volta dalla seconda guerra mondiale l'Italia avrà un parlamento nettamente diviso tra due grandi formazioni, il che potrebbe darle stabilità . Ma il trionfo di Berlusconi porterà un brivido di apprensione a Bruxelles, dove è ancora fresco il ricordo del modo in cui il suo governo fece andare fuori controllo le finanze pubbliche italiane, minacciando la stabilità dell'euro. Romano Prodi, il primo ministro uscente, che due anni fa aveva sconfitto Berlusconi di stretta misura, ha invertito la tendenza. Ma per tagliare l'ammontare del deficit ha reso il centro-sinistra profondamente impopolare, alzando le tasse e attaccando l'evasione fiscale."
Post scriptum:
vale inoltre la pena (anche per i commenti in calce) questo editoriale del Guardian di oggi, 16 aprile.