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CRITICA DELL'INTERFACCIA Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità . Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001 un'altra
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i sonnacchiosiStavamo tutti al buio. Altri sopiti Postato da: AnnaSetari a 07:36 |
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Le poesie di Anna Guala nascono dall'esperienza dolorosa del senso di precarietà che si scopre quando la trama, apparentemente tenace, degli affetti e delle relazioni di cui è tessuta la vita, improvvisamente si lacera e mostra le sue falle, interrompendo contatti quotidiani, spezzando i fili delle corrispondenze, strappando lo stesso tessuto interiore del sentimento di sé. Non sembrano esserci scudi, allora, dietro cui trovare riparo, né spugne / per cancellare il volto / assurdo e crudele della vita...
La raccolta è divisa in due sezioni in qualche misura speculari. Nella prima, intitolata Distacchi, si dice dello strazio delle separazioni, quando le persone amate scompaiono in modo improvviso e inaspettato (senza poter più dire,/ senza una mano che si levi/ per l'ultimo saluto) oppure migrano lentamente nell'esilio di una sofferenza inesplicabile, che crudelmente le sottrae, pur se ancora vive, ad ogni colloquio.
Continua a leggere
Tanto per cominciare, come primo atto di opposizione all'Invidia, e nello stesso tempo come viatico per affrontare l'incipiente Quaresima, pubblico una poesia in progress e con effetti speciali di Giovanni Monasteri (alias Proteus), che non mancherà di indurre molti lettori a molteplici riflessioni.
Ieri sera
Subito dopo cena, ieri sera,
ha cucinato il coniglio ,
rimestato sughi (un ricco pranzo
per quattro, e pure abbondante).
Poi ha incoperchiato pentole e tegami
e se n'è andata.
E' quasi l'una. Forse
dovrei mettere la pentola sul fuoco.
Spero arrivi qualcuno.
Almeno lei, la cuoca, la fantesca,
la mia padrona, la mia antica amante.
Variazione
Subito dopo cena, ieri sera,
lei scongelò e cucinò un cinghiale,
rimestò a lungo sughi (il pranzo era
per cinque convitati, forse sei).
Poi incoperchiò le pentole e i tegami
e se ne andò con un arrivederci
a domani.
Oggi difatti eravamo in tanti
a pranzo, in casa mia: io e lei.
La cuoca, la fantesca, la sorella,
la padrona di casa, l'ex amante...
Inoltre erano state convocate
la donna della mia vita (ancora lei)
e lei, la moglie, lei, la cara amica.
Non mancava all'appello che la fica.
Giovanni Monasteri
Comincia oggi la Quaresima.
Cercherò di astenermi dunque da scorpacciate verbali (Gola) e altri vizi capitali quali Superbia, Ira, Invidia, cercando però di non cadere nell'Accidia, che è il mio più probabile rischio e nell'Avarizia che solitamente, però, viaggia su un'altra corsia (quanto alla Lussuria, non c'è problema, perché è lei che si tiene a distanza).
Due sorelle iraniane di un paesetto vicino Teheran, Zohreh e Azar Kabiri, di 28 e 27 anni, sono state condannate alla lapidazione. Per adulterio.
Sono state condannate con una sentenza basata, dice il loro avvocato (Jabbar Solati, impegnato nella difesa dei diritti umani nel suo paese), non tanto sulle prove, ma sulla «sapienza del giudice» - un principio stabilito dalla legge islamica, che dà un amplissimo potere discrezionale all’autorità giudicante.
In precedenza erano state giudicate colpevoli semplicemente di «relazioni illegali» (aver ricevuto degli uomini, senza però intrattenere relazioni sessuali), e un tribunale le aveva condannate a 99 frustate. Nonostante avessero già subito tale punizione corporale, il marito di una di loro ha fatto riaprire il processo e sei mesi dopo un’altra Corte le ha riconosciute colpevoli di adulterio.
Benché, in seguito a una campagna di pressioni internazionali, nel 2002 le lapidazioni siano state ufficialmente sospese in Iran, si era avuta notizia certa di un'esecuzione avvenuta in tale modo nel 2006 (un uomo reo di adulterio) e, secondo Amnesty International, di altre due nel 2007.
(notizia ripresa dal Corriere della Sera, e da Repubblica cartacea: entrambi i giornali riportano quanto riferito dal quotidiano riformista iraniano Etemad)
Ieri Luciana Littizzetto ha espresso un'idea che da qualche tempo vado rimuginando anch'io, e sulla quale ho cercato di saggiare anche il parere di qualche amico - per lo più ricevendone in risposta solo un fiacco sorriso e un rapido cambio d'argomento.
Ma ora che finalmente la TV, attraverso una sua popolare opinion maker, garantisce un qualche interesse pubblico per l'idea, oso parlarne anch'io portando al mulino il mio modesto, ma spero non inutile, contributo.
La proposta è semplice come l'uovo di Colombo, ma anche serissima: perché non affidare direttamente al Papa la guida di questo nostro paese?
Persone non da poco ci avevano già pensato, al tempo del Risorgimento. Ricordate Gioberti? ricordate Rosmini? basta ristamparli in edizioni divulgative, promuoverne il pensiero nei talk show, e si vedrà che dicevano cose adattissime a venire riesumate mettendo a tacere in un attimo tutto il vano inciucio sui modelli tedeschi, francesi, spagnoli e via discorrendo. Perché guardare all'estero, quando si sa che il caso italiano ha sue peculiarità singolarissime e, soprattutto, ci sono già nei nostri cassetti modelli autoctoni, radicati nella nostra storia, adatti a tenerne conto?
Di che si tratterebbe, infine?
Di portare a termine il processo per il Federalismo (con piena soddisfazione anche dei leghisti, quindi) affidando però al Papa il compito di salvaguardare l'unità della federazione stessa e dare le sue direttive generali quanto a legislazione, soprattutto riguardo l'obbligo di vivere a tutti i costi: volenti o nolenti (o incapaci di volere e di intendere e nolere) e, in particolare, se in stato embrionale o vegetativo (meglio ancora se embrionale e destinato allo stato vegetativo) o, in alternativa, molto sofferente, quando si è dipendenti da marchingegni adatti a prolungare, artificialmente e senza speranza di guarigione, la sofferenza stessa.
Non sto qui ad elencare tutti i vantaggi che tale nuova costituzione offrirebbe alla stabilità e concordia nazionale: mi limito a sottolineare che scomparirebbe ogni controversia circa l'interferenza del Vaticano nelle vicende politiche e legislative del paese, e si guadagnerebbe la protezione dello Spirito Santo.
Aggiungo, a Postilla, che si potrebbe risolvere immediatamente anche il problema della Mafia e consorelle, affidando direttamente a tali efficientissime organizzazioni, non prive di influenti relazioni internazionali e tanto legate, come si sa, alla devozione dei Santi patroni e della Vergine (nonché, quasi dimenticavo, al culto della famiglia), l'amministrazione e il mantenimento dell'ordine nei loro territori. Sarebbero così eliminate sia la spesa che la frustrazione della vana lotta contro la malavita organizzata, si riempirebbe finalmente il tanto lamentato "vuoto di Stato" e si rinsalderebbero la fedeltà e il rispetto della popolazione verso le istituzioni.
REGINA - Vengono i giardinieri: nascondiamoci dietro questi alberi. L'intera la mia sciagura contro una bustina di spilli, che parlano di politica; tutti si mettono a parlare di politica, prima di un rivolgimento. È il malessere che precorre i disastri.
[entrano i giardinieri]
GIARDINIERE - Tu, mettimi un sostegno a quelle rame a pendoloni; e tu fa' il boia a quell'altre rame che svettano troppo in furia, e taglia loro la testa, che non salgano troppo in alto. In questa repubblica, qui, noi siamo per l'uguaglianza. Io vado intanto a sradicare via le erbacce maleodoranti che succhiano via senza profitto la linfa della terra ai fiori buoni.
AIUTANTE - Perché poi dovremmo noi, dentro questo piccolo recinto, rispettare leggi forme e giusta misura e rappresentare come il modello di uno stato bene ordinato, quando il nostro giardino recintato di mare, il nostro paese intero, è pieno di erbacce, e i suoi fiori più fini sono intristiti, i suoi frutteti tutti scaruffati, i disegni delle aiole scomposti, le siepi in malora, e le erbe buone brulicanti di bruchi?
(William Shakespeare, Riccardo II, atto III, sc. IV. Traduzione mia, sulla base di quella di Cesare Vico Lodovici, Einaudi,1964)
Condannato a morte per blasfemia
Rischia la condanna a morte un giornalista di Kabul, Sayed Pervez, 23 anni, già in carcere da tre mesi per aver scritto sul quotidiano afgano di Mazar-i-Sharif (nel nord del Paese), "Nuovo Mondo" un articolo ritenuto blasfemo.
Non si sa che cosa precisamente abbia scritto: c'è chi dice che Pervez avrebbe sostenuto "il diritto delle donne ad avere più mariti così come, secondo il Corano, un uomo può sposare fino a quattro donne". Altri dicono che invece si sarebbe limitato a scaricare un testo "vietato" da internet (leggi il resto su Repubblica, QUI).
Seguendo l'iniziativa di altri giornali, soprattutto inglesi, anche Repubblica ha lanciato un APPELLO che si può sottoscrivere QUI.

La spazzatura a Napoli e dintorni è ancora tutta lì.
Del resto, nemmeno san Gennaro ha voluto darsene pena: il suo sangue non si è sciolto.
Per chi volesse capire qualche piccola cosa in più (o ricapitolare quanto forse sa già ), oggi su La Repubblica cartacea c'è un bell'articolo di Carlo Bonini, intitolato Perché sono tutti colpevoli (si può provare a leggerlo QUI), ma ad ogni buon conto lo copio qui di seguito:
"Melito. Casoria. Pozzuoli. Quarto. La via Campana. Nella catastrofe dei rifiuti il tempo scorre, ma è immobile. Non c´è ieri. Non c´è oggi. Perché questo presupporrebbe che si fosse risposto, ieri, a domande cui nessuno, oggi, ha ancora voglia di rispondere.
Come è potuto accadere? Chi ha consegnato la Campania e con lei il Paese intero alla sua sventura, alla sua umiliazione? E perché?
«Non esistono innocenti», è la risposta che si raccoglie nell´epicentro del dramma, come nella sua periferia, il Parlamento, dove tanto inutilmente quanto ciclicamente ne è stato annunciato l´epilogo (da ultimo il 19 dicembre scorso) da tre diverse commissioni di inchiesta (nella tredicesima, quattordicesima e quindicesima legislatura). È una finzione. La catastrofe non è una notte in cui tutti i gatti sono neri. Dove, con tratto molto italiano, le responsabilità sono “sistemiche†e dunque anonime. La catastrofe ha dei padri. Ha un suo incipit. Di cui, purtroppo, le migliaia di tonnellate di rifiuti che ancora avvelenano le strade che vedete in queste foto sono solo la coda.
L´incipit è un Grande Progetto che si è fatto mostro e che oggi, ha un nome che tutti hanno imparato a conoscere: “ecoballeâ€, il combustibile da rifiuti (â€CDRâ€) per la produzione di energia, il “rifiuto dei rifiutiâ€, il suo prodotto “nobileâ€. Doveva essere l´oro di Napoli e ne è oggi la tomba. Ha schiantato il sistema, “il cicloâ€, come lo chiamano gli addetti. Ne ha semplicemente cancellato l´esistenza. Doveva alleggerire la pressione sulle discariche per finire in due inceneritori che lo avrebbero trasformato in ricchezza. È ridotto a immenso bolo di materia marcescente, irriciclabile, che ostruisce, a valle, ogni possibile sbocco di ciò che continua a essere prodotto a monte (7 mila tonnellate di rifiuti al giorno). Di ecoballe se ne contano almeno 6 milioni e mezzo da oltre una tonnellata ciascuna, 43 volte la volumetria dello stadio san Paolo. Se ne impilano ogni giorno 2.500 di nuove. Per incenerirle non sarebbero sufficienti i prossimi 33 anni. Divoreranno ogni nuovo metro cubo utile di discarica che il prefetto Gianni De Gennaro riuscirà (forse) ad aprire.
Le trincee di Melito, Pozzuoli, Casoria, Quarto, sono le escrescenze del mostro. Ne testimoniano la storia. Che ha le stimmate di un grande gruppo industriale del Paese, Impregilo, e della famiglia, i Romiti, che l´ha guidato nell´avventura campana. Che racconta di una gara d´asta (1999) assai singolare. Di come, chi e perché, a Roma e a Napoli, nel centro-destra e nel centro-sinistra, negli uffici del commissario straordinario all´emergenza, ha ritenuto conveniente, soltanto sette anni fa, una scommessa industriale politicamente subalterna, che nel suo atto costitutivo aveva scritte le ragioni del suo sicuro fallimento, tecnico e finanziario. Per la quale la Procura di Napoli ha incriminato i vertici di Impregilo (interdicendone la partecipazione a gare pubbliche per un anno e sequestrandone i beni per 780 milioni di euro), il governatore della Campania Antonio Bassolino e i tecnici del commissario straordinario per una truffa che si è fatta disastro ambientale (nell´assoluto disinteresse, il processo da 64 faldoni, 200 mila pagine e 28 imputati, è nella fase della sua udienza preliminare).
In queste cinque settimane, nelle cronache del dramma, lo sguardo è rimasto fisso ai cassonetti, la storia del mostro, i nomi dei suoi protagonisti, sono come evaporati. Se evocati, se ne sono piccatamente risentiti. Torniamo a farne qualcuno: Cesare Romiti; Antonio Bassolino (governatore della Campania e commissario straordinario all´emergenza dal 2000 al 2004); due diversi ministri dell´ambiente in governi di centro-sinistra - Edo Ronchi e Willer Bordon - un ministro dell´ambiente di centro-destra (Matteoli), Antonio Rastrelli (ex governatore della Campania nella stagione che precede quella di Bassolino); i tecnici (non sono molti) di un commissario straordinario all´emergenza che, oltre ad essere stato un centro di spesa fuori controllo (oggi si procede alla sua liquidazione), ha operato per almeno cinque anni (2000-2005) in perenne conflitto di interesse.
Eppure, la storia non è poi così complessa. È solo impresentabile.
Nel 1999, Impregilo, azienda che ha sin lì costruito solo ponti e strade e non sa neppure cosa sia un cassonetto, vince una gara per il nuovo ciclo virtuoso di smaltimento (ecoballle e inceneritori) che impone di premiare i meno capaci tecnicamente. È preferita all´Enel (che ottiene il doppio del punteggio tecnico), perché offre una tariffa stracciata - 83 lire per chilogrammo di rifiuto smaltito - di cui, curiosamente, quando le buste dell´incanto devono essere ancora aperte l´allora e attuale direttore generale del ministero dell´Ambiente, Gianfranco Mascazzini, vaticina in pubblici convegni a Milano già l´importo (Mascazzini sarà il primo dei dirigenti a essere riconfermato dal ministro Pecoraro Scanio, lo stesso che, nei giorni in cui manifestava contro l´inceneritore di Acerra e nel mettere poi piede al ministero ne chiedeva e prometteva la cacciata). È preferita all´Enel, perché Impregilo, in quegli anni, non è solo mattoni e movimento terra. È, quando mancano soltanto dieci mesi alla resa dei conti elettorale (le elezioni 2001), il gruppo Rizzoli-Corriere della Sera. Perché risponde a un criterio di economicità che non si pone la domanda più semplice (come è possibile assicurare a un prezzo così basso un servizio che funziona?) e che mette d´accordo tutti. Governatori campani di centro-destra (Antonio Rastrelli) e centro-sinistra (Antonio Bassolino). Ministri della Repubblica dell´Unione (Edo Ronchi e Willer Bordon) e del Polo (Matteoli). E naturalmente Impregilo, che è certa (come del resto avverrà ), una volta vinta la gara, di poter rinegoziare a mano libera un contratto di cui a tal punto non onorerà l´oggetto, da dover essere rescisso (2005), a catastrofe ormai compiuta. Anche perché, gli uffici del commissario straordinario all´emergenza, che ne dovrebbero sorvegliare gli adempimenti, ne sono una dependance. Dove, per dirne una, chi (Salvatore Acampora) aveva scritto il capitolato di appalto della gara vinta da Impregilo, ne sarebbe diventato, regolarmente retribuito (un miliardo e mezzo di lire), “ingegnere capo†responsabile per l´inceneritore di Acerra. Dove, per dirne un´altra, il responsabile del progetto tecnico che avrebbe dovuto regalare alla Campania un nuovo ciclo dei rifiuti (il professore Raffaele Vanoli) apriva i suoi uffici ai generosi consigli di un figuro come Mario Scaramella, il futuro calunniatore della Commissione Mitrokhin. Dove lo studio legale (avvocato Enrico Soprano) incaricato di curare l´interesse della cosa pubblica, contemporaneamente curava gli interessi della sua controparte, Impregilo.
Melito. Casoria. Pozzuoli. Quarto. La via Campana. Non c´è un oggi, perché gli è stato rubato ieri.
Carlo Bonini, "Perché sono tutti colpevoli", pubblicato su La Repubblica del 1° febbraio 2008 e ripreso anche QUI (come ha trovato Georgia).
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