CRITICA DELL'INTERFACCIA


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Feaci poesia   


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giovedì, 29 novembre 2007
Mammona


Nei giorni scorsi è uscita la notizia che il TG1 ha dedicato recentemente più spazio al governo che all'opposizione.
Questo, se la logica ha un qualche senso, significa che finora i berlusconidi, ora all'opposizione e prima al governo, ne hanno avuto di più - e cioè che da anni il centrodestra è stato privilegiato nei TG Rai.
Naturalmente vari amanti della libertà che durante il governo precedente non erano per nulla allarmati, hanno prontamente mostrato ora di allarmarsi per questa singolare "dipendenza politica della Rai dal governo in carica".

Non so (anche se posso immaginarlo) chi abbia messo in giro questa nuova della dedizione filogovernativa dei TG Rai.
Secondo il mio parere di telespettatrice, tale sorprendente dedizione non esiste: gli spazi dedicati rispettivamente al governo e all'opposizione sono certo un indice dell'equilibrio di un telegiornale, ma non tra i più significativi.

Basti considerare la sfilata grottesca dei vari rappresentanti di partiti e partitini di cui, microfono sui denti, si fa quotidianamente sentire un mozzicone di commento su questioni di cui solitamente il TG stesso non ha dato esauriente informazione: la sua funzione non è certo quella di offrire un panorama delle discussioni in corso, bensì unicamente quella di dare un'immagine della politica ridotta a "teatrino" (espressione amata da B) e di allontanare dalle sue forme pluralistiche e parlamentari il pubblico (quello che B. vuole chiamare "popolo", e che un grillo qualsiasi chiama tout court "noi").


Voglio dire che è certo importante sapere quanto tempo sia (o abbia) passato in TV, tanto per dire qualche nome, la Brambilla o il nostro presidente della Camera (uno dei più amati da RaiSet - cosa che del resto, lui ricambia) e quanti non ne passa, per dire, la Bonino; ma ancora più importante è osservare l'uso delle notizie: l'ordine, il taglio e l'enfasi in cui sono date, le omissioni, le minimizzazioni.
Come ha fatto notare (solitario) in un suo bellissimo articolo Furio Colombo, la sceneggiata berlusconiana di San Babila, quella definita con disgustoso (e allarmantissimo) entusiasmo trasversale (Bertinotti in testa) come "geniale", ha potuto verificarsi solo perché appoggiata massicciamente dai media. Tale appoggio - così come il silenzio calato successivamente su notizie sgradite a B*. - si ottiene, non per imperscrutabile grazia divina, ma per la grande potenza di Mammona.

*Quando sono venute fuori (legalmente e legittimamente) le prove della manipolazione dell'informazione concordata per anni tra Rai e Mediaset (RaiSet), al posto della notizia il TG1 ha dato, come è suo uso, i soli commenti e, tra questi, in copertina, gridato a titoli cubitali, quello di B, evocativamente ripreso accanto a un auto. Dopo di che sulla questione è calato un assoluto silenzio.
(Ne avevo già parlato in un precedente post. Ma lo ripeto).

Postato da: AnnaSetari a 08:49 | link | commenti (1) |
informazione, democrazia, tv

martedì, 27 novembre 2007
Giovinezza, giovinezza...

Che paese è questo, dove alligna l'uso di considerare una nefandezza il fatto di essere vecchi?
Dopo i vari attacchi di questo genere ai senatori a vita da parte dei loro colleghi di destra (dopo le urla nell'aula del Senato, per settimane nei titoli dei giornali della famiglia B si chiamavano quei senatori con l'appellativo si "pannoloni"), dopo gli insulti di Storace a Rita Levi Montalcini, ecco aggiungersi (guarda un po') le urla di Beppe Grillo che accusa Napolitano di essere vecchio "da ospizio", e auspica che al Quirinale vengano insediati solo giovanotti sotto i cinquant'anni.
Evidentemente Grillo pensa che da un Presidente della Repubblica ci si debbano aspettare urla ed esercizi ginnici, sull'esempio di Mussolini e dei suoi gerarchi.

Postato da: AnnaSetari a 09:08 | link | commenti (13) |
attualit, democrazia, barbarie

lunedì, 26 novembre 2007
vecchi e nuovi Feaci




La corte dei Feaci, rinnovata nel suo look, si arricchisce di sempre nuove presenze, sia nello staff redazionale che nella sua vetrina.
È entrata a far parte della redazione una delle più interessanti scrittrici della rete, Zena Roncada. Sono di Zena le quarte di copertina degli ultimi e-book pubblicati: "In levare" di Massimo La Spina, "Le parole nostre" di Teréz Marosi, "Le Temps des Cerises" di Lino Di Gianni, "Angeli e case" di Anna Mallamo.
Il libro di quest'ultima, già nota e apprezzatissima dal pubblico dei Feaci, ha ispirato i bellissimi acquerelli del pittore e scrittore Mario Bianco, che corredano la pubblicazione: scritture parallele, "sinestesie a due voci", come le definisce Zena Roncada nella sua nota di presentazione.

Tutte le prefazioni e le quarte di copertina sono ora disponibili in nuova pagina del sito, intitolata In margine, che ci auguriamo possa arricchirsi di nuovi contributi.

Postato da: AnnaSetari a 07:03 | link | commenti (8) |
poesia, feaci

venerdì, 23 novembre 2007

Ieri sera la scelta della redazione del TG1 (RAI, dunque) era di aprire l'edizione delle otto col titolone: "Iene e sciacalli contro di me!" sull'immagine di B.che usciva o entrava in un'auto. Dopo di che, mancando un'esposizione sufficientemente chiara su ciò cui il grido di irato dolore di B. si riferiva (i telegiornali non hanno mai riferito che cosa ci fosse nelle intercettazioni, né tantomeno chi fossero i nomi coinvolti), al telespettatore che non legge i giornali restava bene impresso nella testa soprattutto il commento di B.
L'interpretazione berlusconiana dei fatti diventava, insomma, il Fatto.
Che poi fosse stato chiamato anche Ezio Mauro a dire la sua, appariva come contorno e corollario di quel fatto già definitivamente interpretato dallo strillo di copertina.

Insomma, non siamo ai tempi cui le intercettazioni si riferiscono, ma i telegiornali non sembrano poi molto diversi.

Post scriptum: naturalmente il pudore e il rispetto usato dai giornalisti Rai verso i colleghi coinvolti nello scandalo emerso in questi giorni, non vale poi per la cronaca nera che segue (è la seconda notizia da strillare, e questa sì sempre ben dettagliata: anche ciò fa parte della scelta redazionale).
Così, prima di ogni altro evento di importanza pubblica, veniamo zelantemente informati sui rapporti sessuali avuti o non avuti dalle vittime, sui sentimenti e le opinioni dei padri degli indagati e, insomma, nulla ci viene risparmiato affinché, bene edotti su tutti i vari dettagli, sappiamo di che preoccuparci, di cosa parlare e cosa, invece, trascurare.

Postato da: AnnaSetari a 11:54 | link | commenti (3) |
informazione, democrazia, tv

mercoledì, 21 novembre 2007
Chi l'avrebbe mai detto?

Ma guarda un po'! C'era parso, in effetti, che tra Rai e Mediaset non si riuscisse a vedere alcuna differenza. Ciascuno immaginava, certo, qualcosa: ma chi avrebbe detto che sarebbe venuta fuori la ragnatela di cui oggi ci parlano in questo articolo su Repubblica, Emilio Randacio e Walter Galbiati? N.B. La domanda è retorica.
Leggere qui:


La rete segreta del Cavaliere
che pilotava Rai e Mediaset


"Media Rai". Le due superpotenze nazionali della tv, che dovrebbero
competere aspramente per la conquista dell'audience, fare a gara nella pubblicazione di servizi esclusivi, in realtà si scambiano informazioni sui palinsesti. Concordano le strategie informative nel caso dei grandi eventi della cronaca. Orchestrano i resoconti della politica. Su tutto, la grande mano di Silvio Berlusconi e dei suoi collaboratori, che
quotidianamente tessono la tela, fanno decine, centinaia di telefonate, si scambiano notizie, organizzano fino ai più piccoli dettagli
.
È il quadro che emerge dalle intercettazioni telefoniche - realizzate tra la fine del 2004 e la primavera del 2005 - allegate all'inchiesta sul fallimento della "Hdc", la holding dell'ex sondaggista del Cavaliere, Luigi Crespi. E in particolare dai resoconti, redatti dalla Guardia di Finanza, delle conversazioni telefoniche di Debora Bergamini, ex assistente personale di Berlusconi e, all'epoca, dirigente della Rai, e di Niccolò Querci, pure lui ex assistente di Berlusconi e, all'epoca, numero tre delle televisioni Mediaset.
La "ragnatela" avvolge e intreccia le vicende della tv di Stato con quelle di Mediaset. I direttori di Tg1 e Tg5 (all'epoca Clemente J. Mimun e Carlo Rossella) fanno, testuale, "gioco di squadra". Il notista politico del Tg1 informa la Bergamini e la rassicura sul fatto che le notizie più spinose saranno relegate in coda al servizio di giornata. Fabrizio Del Noce cuce e ricuce, assicurando che Bruno Vespa, nella sua trasmissione, accennerà"al Dottore in ogni occasione opportuna". Querci, insieme al gran capo dell'informazione Mediaset, Mauro Crippa, cuce sul versante opposto. E arriva fino ad occuparsi delle vicende del festival di Sanremo (quell'anno affidato a Paolo Bonolis), cioè della trasmissione di massimo ascolto dell'azienda che dovrebbe essere concorrente. E poi ancora, le fibrillazioni in due fasi delicate: la morte del Papa e le elezioni amministrative dell'aprile 2005.
L'allora presidente Ciampi è pronto per una dichiarazione a reti unificate per onorare Giovanni Paolo II? La Bergamini allerta prima l'assistente personale del Cavaliere e poi Del Noce per preparare una performance parallela dell'inquilino di Palazzo Chigi. E ad essere allertato è anche il "rivale" Crippa. Le elezioni sono andate male? Bisogna "ammorbidire" i resoconti sui risultati elettorali. La Bergamini contatta Querci e con lui concorda la programmazione televisiva. La ragnatela avvolge tutto, pensa a tutto, provvede a tutto.


Di EMILIO RANDACIO e WALTER GALBIATI, Repubblica 21 novembre 2007.

Postato da: AnnaSetari a 14:00 | link | commenti (1) |
informazione, democrazia, tv

martedì, 20 novembre 2007
compagni di cena

Senti senti con chi si dice che abbia cenato ieri sera Berlusconi accompagnato dal suo consigliere diplomatico Gianni Letta: niente meno che con il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato (cioè ministro degli esteri) del Vaticano.
Altro che i sette milioni di firme: è così che si rafforza la base del proprio potere!
La notizia a pag. 2 del Corriere della Sera cartaceo di oggi. E vedi anche QUI, sulla Stampa on line.

Postato da: AnnaSetari a 07:24 | link | commenti (5) |

venerdì, 16 novembre 2007
il paese in cui viviamo

Ieri con 99 voti a favore, 52 contrari e 33 astensioni la terza comissione delle Nazioni Unite ha approvato la Risoluzione sulla moratoria della pena di morte. A dicembre la Risoluzione arriverà nell'Assemblea plenaria per l'approvazione definitiva.
Importantissimo è stato il ruolo dell'Italia, che da anni si è battuta per ottenere questo risultato e finalmente, dopo le delusioni del 1994, 1999 e 2003, è riuscita nel suo intento.

Ieri ho ascoltato in diretta questa votazione. L'Egitto ha presentato un emendamento che aveva lo scopo di snaturare il senso del voto, chiedendo che nel testo proposto fosse introdotta anche la condanna per l'aborto: in nome della difesa della vita, diceva. L'hanno seguito altri notori difensori della vita: l'Iran, l'Arabia saudita, il Sudan, la Libia, altri paesi arabi (tranne Marocco e Algeria), qualche latinoamericano e gli USA (che avevano concertato con l'Egitto la bella trovata dell'aborto). Anche il rappresentante del Vaticano (che però è solo osservatore e non ha la possibilità di votare) ha preso la parola in suo appoggio, dicendo che in queste questioni riguardanti la vita occorre coerenza.
Il fronte dei favorevoli alla moratoria non si è però incrinato: tutti i suoi membri hanno individuato la proposta dell'Egitto come tesa a snaturare il senso della Risoluzione e l'hanno educatamente rigettata col proprio voto contrario.



Una considerazione in margine.
È una Italia antica e ormai quasi del tutto estinta questa che, attraverso Prodi e D'Alema (che si sono personalmente molto spesi per questo risultato, agendo con intelligente e abilissima tenacia) lascia il suo segno negli annali con un'affermazione di civiltà contro la barbarie?
O è ancora davvero coincidente con il triste paese in cui oggi viviamo?

Postato da: AnnaSetari a 08:57 | link | commenti (5) |
democrazia, attualità, barbarie

lunedì, 12 novembre 2007
immigrati


Per ironia della sorte, le sole tre paginette manoscritte in cui gli studiosi pensano di poter riconoscere la grafia di Shakespeare, non appartengono a qualche sua opera famosa, ma ad un dramma storico scritto in collaborazione da vari altri, e in cui il contributo di Shakespeare sembra minimo. Si tratta del Sir Thomas More.
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Una diversa, migliore, ironia vuole che in questo suo unico scritto autografo Shake rappresenti una scena in cui c'è una folla accesa di sentimenti xenofobi. I londinesi ce l'hanno con gli immigrati (perché tolgono loro il lavoro, hanno pessimi costumi ecc.: le stesse cose che vengono ripetute oggi) e ne vorrebbero l'espulsione immediata. Shakespeare allora fa dire loro per bocca di Tommaso Moro queste parole (atto II, sc.IV):

Immaginate dunque di vederli, gli sventurati stranieri,
coi bambinetti appresso e i poveri bagagli,
avviarsi con passo pesante verso i porti e le spiagge
in attesa di venire deportati -
e voi insediati sul trono dei vostri desideri,
le autorità ridotte al silenzio dalle vostre grida,
voi tronfiamente rivestiti delle vostre opinioni inamidate -
che cosa avrete ottenuto? Ve lo dirò io cosa: avrete insegnato
che la protervia e la forza devono avere la meglio,
e che gli ordinamenti devono venire soppressi.
E in base a tale modello, non uno di voi arriverà alla vecchiaia,
perché altri dalle opinioni ugualmente inamidate,
non appena li coglierà l'estro, con la stessa forza
le stesse ragioni e lo stesso diritto fatti da loro stessi,
si avventeranno su di voi - gli uni con gli altri
si divoreranno gli uomini, come pesci predatori.
.............................

-- Ma - e se foste costretti a essere voi gli stranieri:
vi piacerebbe trovare una nazione di indole così barbara
che, esplodendo in un'odiosa violenza,
vi negasse un alloggio sulla terra,
affilasse i coltelli per le vostre gole,
vi scacciasse come cani, come se voi non apparteneste a Dio,
né foste stati da Lui creati, come se le garanzie
di legge non fossero destinate a vostro conforto
ma riservate a loro soltanto - che cosa pensereste
nel venire trattati così? Questa appunto
è la situazione qui degli stranieri -
e questa è la vostra dura montagna di inumanità.

Postato da: AnnaSetari a 12:28 | link | commenti (8) |
shakespeare, attualità, barbarie

domenica, 11 novembre 2007
aritmetica testamentaria


"Tre terzi dei miei beni (l'intero essendo diviso in quattro terzi) li dono e lascio in eredità alla mia amatissima moglie Isabel. Un altro terzo dei detti quattro terzi lo lascio a mia figlia Mary."

Non si tratta di un'invenzione: è scritto proprio così, in un vero testamento, registrato il 26 gennaio 1620, a Londra.
Il testatore è quel signor Mountjoy, acconciatore, presso il quale Shakespeare aveva preso in affitto una stanza quando era sulla quarantina.

La notizia è tratta da The Lodger, di Charles Nicholl, London 2007.

Postato da: AnnaSetari a 13:16 | link | commenti (9) |

venerdì, 09 novembre 2007

E cubo

C'è un nuovo programma che si aggira semi-clandestino su Rai3 in ore notturnissime: si chiama E cubo, fa parte di Rai Educational, e si occupa di ecologia, energia, economia.

Il programma si rivolge principalmente ai giovani, ma è interessante per tutti: non solo per i contenuti, ma anche per il taglio nuovo con cui li affronta, distinguendosi dai tradizionali programmi di inchiesta. I materiali utilizzati, infatti, sono ricercati e scelti con intelligenza nella rete e poi raccordati insieme fino a prendere forma e completezza di notizie e di storia.
Gli autori si chiamano Roberto Laurenzi e Marianna Madìa.

Visitando il sito di E cubo ci si può iscrivere e vedere on line (in ore più opportune) tutta la serie delle otto puntate, che continueranno comunque ad andare in onda per tutto novembre alle 00,40 del martedì su Rai3.

Notizia conosciuta via Spartaus (che ringrazio).

Postato da: AnnaSetari a 08:38 | link | commenti (7) |

martedì, 06 novembre 2007
L'inquilino di Via d'Argento (quasi un romanzo, o un film)

C'è un parrucchiere, un immigrato da Parigi, Mountjoy si chiama, e forse assomiglia un po' a Eduardo de Filippo: lui e la moglie, Marie, oltre a fare parrucche e acconciature per signore si arrangiano affittando stanze. Hanno un'unica figlia: si chiama Mary anche lei, come la madre. Siamo a Londra, in Silver Street, e gli anni sono i primi del 1600. Precisamente siamo nel 1603 , quando muore Elisabetta, infuria un'ennesima peste e s'insedia sul trono il nuovo re, Giacomo di Scozia.
Nel 1604 fra gli altri lavoranti i Mountjoy ne hanno uno che si chiama Bellot, anche lui un francese, un giovane rispettoso, a posto, e Mary, la ragazza, ci ha fatto su qualche pensiero. O forse è stato lui a corteggiarla. Non si sa. Quello che è certo è che la signora Mountjoy, la madre, ci tiene molto a combinare il matrimonio della figlia e a questo scopo si rivolge ad uno dei suoi inquilini, un gentiluomo sulla quarantina (all'epoca quella era un'età matura), una persona d'una certa suasiva autorevolezza: affida a lui di condurre col giovane Bellot le trattative. Sull'altro inquilino, un tal George Wilkins, non c'è da fare affidamento: è un rissoso, un poco di buono che incrementa i propri guadagni anche con i proventi di un bordello, pur facendo lo scrittore. È un violento, uno che ha mandato all'ospedale o forse all'altro mondo almeno due donne a furia di calci e di pugni. Non è certo il tipo cui la signora Mountjoy confiderebbe, e affiderebbe, i suoi progetti matrimoniali per la figlia.
Il suo confidente è di tutt'altro carattere, più affabile e affidabile, un padre di famiglia a sua volta - anche se pure lui frequenta ambienti non del tutto raccomandabili: è un teatrante, infatti, un attore, e scrittore anche lui come Wilkins (col quale non disdegna di collaborare e di cui la sua compagnia mette in scena le opere). L'avete già capito: tale confidente è William Shakespeare, della prestigiosa compagnia dei King's Men, uno che è arrivato a frequentare la corte (forse è stato lui, chissà, attraverso cameriere e gentiluomini più alla mano, a procurare alla signora Marie la possibilità di occuparsi dell'acconciatura della regina Anna).
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All'epoca dei fatti Shaks aveva già scritto l'Amleto e forse anche l'Otello, ed era alle prese con quelle sue ostiche commedie problematiche che danno tanti pensieri a chi le legge.
Ecco dunque un delizioso svago per l'immaginazione: figurarsi il nostro impegnato a fare il sensale mentre sta scrivendo una ben strana storia di matrimonio, quel Tutto è bene ciò che finisce bene (che lascia tanto a disagio e perplessi circa il senso di quel "bene") e mentre intanto da qualche parte nella sua mente, già sta prendendo forma, il Re Lear.
La trattativa matrimoniale va in porto, e le nozze si celebrano nell'autunno del 1604.
Tutto finito bene?
No. La realtà non è meno problematica e disagevole delle commedie.
Presto nascono questioni tra genero e suocero, perché quest'ultimo, quando il genero gli chiede il pagamento della dote promessa, non ne vuol sapere e sbraita: "Non ti pago!". La suocera nel frattempo è morta. Manca dunque ogni possibilità di mediazione. Il parrucchiere, avaro, testa dura, s'incaponisce nel non voler sborsare un centesimo: "Se mia figlia non si sposava - dice, con ragionamento eduardiano (riferito da Shakespeare) - io nemmeno un centesimo avrei scucito per lei!"
Nel 1612, otto anni cioè dopo il matrimonio, la lite finisce in tribunale. Fra i testimoni a favore del Bellot (il genero) viene chiamato William Shakespeare, che dopo aver descritto lo sposo come un'ottima persona e un gran lavoratore, se la cava col dire che non ricorda più bene cosa precisamente fosse stato pattuito di dote, fa una delle sue frettolose firme in calce al verbale e sparisce nel solito suo fitto di mistero.
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Tutto questo lo si sa perché due studiosi americani, i coniugi Wallace, all'inizio del Novecento si intestardirono a scartabellare tra i documenti degli archivi giudiziari di Londra, sicuri di poter rinvenire lì qualche traccia del nostro. Nel 1909 furono premiati con il ritrovamento delle carte di questo processo, contenenti il verbale, da lui firmato, della testimonianza di Shakespeare (unica documentazione della parola orale del nostro).

Ora lo studioso e scrittore inglese Charles Nicholl (che già si è molto occupato dell'epoca elisabettiana e ha scritto un altro libro appassionante su Marlowe e la sua morte, intitolato The Reckoning), ha esaminato vari altri documenti connessi a questa storia, e ne ha tratto un bellissimo libro molto documentato, intitolato The Lodger (L'inquilino), uscito quattro giorni fa tra i Penguin Books Allen Lane. Secondo me, non è improbabile che ne possa venir tratto un film (anche se dubito possa somigliare a quello in cui sto vivendo immersa io in questi giorni).



La commedia di Wilkins rappresentata dai King's Men nel 1607 si chiamava, significativamente, Le miserie del matrimonio, e volgeva in lietofine (come facesse, non so) una storia vera finita in un delitto clamoroso: un uomo che aveva ammazzato i figli e tentato di assassinare la moglie. La medesima vicenda appariva anche in un dramma intitolato The Yorkshire Tragedy, pubblicata nel 1608 come opera di Shakespeare; ma ritenuta non di sua mano dagli studiosi.

Postato da: AnnaSetari a 14:47 | link | commenti (8) |
letture, shakespeare

domenica, 04 novembre 2007
ALLARME! una nuova invasione

Ieri non stavo bene. Non potendo leggere, nè avendo vicino persone che - come si diceva, e faceva, un tempo - mi "tenessero compagnia", ho passato la giornata ascoltando la radio. È stato così che mi sono accorta con inutile sgomento che il nostro territorio linguistico sta subendo l'invasione di un nuovo termine, destinato, indubitabilmente a causa della sua bruttezza, a non trovare alcuna resistenza da parte dei nostri parlanti e ad avere rapido e inarginabile successo.
Si tratta dell'aggettivo "basico".
Ricalcando i modi dell'inglese "basic", snobba la sobria riservatezza del suo gemello nostrano, abituato a starsene nei limiti del suo ghetto scientifico, e si sfrena a rimbalzare di labbro in labbro lasciandosi coccolare nella più ampia varietà di accenti (prevale tuttavia il romanesco), per significare "fondamentale", "di base", "essenziale", e anche "elementare" e via dicendo.
Nella giornata di ieri l'ho sentito pronunciare, da voci diverse (alcune persino educate e gentili), almeno cinque volte.

Postato da: AnnaSetari a 18:32 | link | commenti (15) |
parole, bruttezza