MIRACOLO ad Agrigento, la città senz'acqua. L'acqua invece c'è. Ed è, manco a dirlo, buonissima. Le vene del sottosuolo, pochi chilometri dal centro abitato, sono gonfie: "Caratteristiche perfette, una oligominerale adatta al consumo di tutta la famiglia". Bellissimo, no? "Acqua gustosa, dissetante, gradevole, con un equilibrato contenuto di sali minerali", è stato comunicato, documentato e infine certificato.
La Regione Siciliana, tirando un sospiro di sollievo, ha finalmente deciso di dare il via alla migliore captazione di questo tesoro. Ha dunque concesso alla Nestlè, la multinazionale che controlla il gruppo San Pellegrino, che a sua volta ha appena acquistato il marchio della Platani Rossini srl, il permesso di raggiungere nell'arco di un quinquennio la produzione di 250 milioni di litri: dagli attuali 16.500 pezzi l'ora agli oltre 46 mila pezzi previsti e pianificati. Acqua per tutti, dunque.
A pagamento, ma finalmente un'acqua tutta siciliana, veramente. "Vera Santa Rosalia" la nuova etichetta. Pochi euro a cassetta, trentatrè centesimi a bottiglia, e Santa Rosalia entrerà nelle case di Agrigento: leggera, abbiamo già detto gustosa, lievemente gassata. Buona per piccoli e per grandi.
Per leggere il seguito di questo articolo, di Antonello Caporale, andare QUI nella rubrica Piccola Italia su www.repubblica.it.
Chi fosse interessato può dare un'occhiata ai link contenuti in un altro mio post sull'argomento acqua, intitolato un popolo di bevitori.
Per notizie sul percorso della legge di iniziativa popolare per la gestione pubblica delle acque e la ripubblicizzazione del servizio idrico andare al forum italiano dei movimenti dell'acqua (segnalato nei commenti da OraSesta).
Aveva scelto un suicidio tipicamente femminile - lei che di femminile sembrava non volere nulla, che si faceva tagliare i capelli corti sulla nuca, portava abiti senza colletto, usava una visiera al posto del cappello e camminava a passo spedito calzando scarpe dal tacco basso.
Invece, si era fatta trovare in cucina, stesa a braccia protese per traverso sul pavimento, con indosso una casalinga vestaglietta a fiori simile a quella di mille altre donne di casa. L’odore del gas era così denso e pesante che quasi ostruiva la stanza. Sembrava tenere incollato il suo corpo alle mattonelle del pavimento. Il marito non era capace di sollevarla. Dovette provare più volte prima di riuscire a prenderla tra le sue braccia malcerte. La testa allora le ricadde all’indietro in una assurda posa languida, mentre la bocca le si aperse in una smorfia muta, impudica.
L’odore rimase sulla sua pelle, dolciastro, anche dopo che era stata deposta sul letto e le era stato collocato accanto un ventilatore. Attraeva le mosche. Era ancora là il giorno dopo quando, prima che la bara fosse chiusa, A. scoperse l’inaspettato gelo di cera della sua fronte mentre - perfettamente consapevole di offendere la sua volontà - le dava un ultimo bacio formale, per pura vigliaccheria, sapendo che era ormai nell’impotenza di rifiutare.
(da un manoscritto di famiglia)
Quando Robert Walser nel 1929 entrò nella clinica psichiatrica di Waldau, Berna, tra i ricoverati c'era da ben trentaquattro anni (e sarebbe morto nell'anno successivo) un altro grande benché allora del tutto ignoto artista, Adolf Wölfli.
Adolf Wölfli (1864-1930) era nato a Nüchtern, vicino a Bowyl, in un giorno-fantasma, per così dire, e cioè il 29 febbraio. Famiglia povera e disgraziatissima, padre ubriacone, madre malata e sfinita, resta orfano a otto anni e da allora viene sballottato da una famiglia all'altra di contadini come servo spesso maltrattato e sempre comunque sottoposto alle grandi fatiche dei lavori agricoli patendo la fame, senza vestiti adeguati e spesso senza poter frequentare regolarmente la scuola. Diventa un giovane inquieto, rissoso, che passa da un lavoro all'altro e talvolta anche ruba ecc. Finché finisce in prigione per un tentativo di molestia sessuale nei confronti di una ragazzina. Riottenuta la libertà viene di nuovo arrestato per un altro atto del genere (si tratta sempre di tentativi) e questa volta (1895) viene ricoverato nel manicomio di Waldau, dove rimarrà fino alla morte.
Per i primi anni il ricoverato è agitato, rissoso, delirante, sente anche voci, ha allucinazioni ecc. Poi, una volta che gli vengono dati fogli e matita, comincia a disegnare e scrivere, compulsivamente, assiduamente, per tutto il giorno, fino ad esaurire i fogli e ridursi al mozzicone minimo della matita, alla punta della grafite trattenuta tra le unghie.
La cosa straordinaria è che i suoi disegni (vedi QUI) sono bellissimi e interessantissimi nella loro ossessività ripetitiva, e sembrano precorrere vari aspetti dell'arte contemporanea. A volte mescolano il disegno vero e proprio alla scrittura o usano la scrittura come elemento grafico o inseriscono nella scrittura, ritmata, musicale (compone anche musica, tra l'altro) ritagli di riviste, con foto specie di pubblicità che sembrano precorrere Andy Warhol (addirittura c'è proprio un foglio con un barattolo Campbell's, QUI). Componeva anche musica, come ho accennato: la suonava poi con una sua trombetta di carta (vedi e ascolta QUI)
Se l'opera di Wölfli non è rimasto ignota, o finita addirittura come carta straccia al macero, il merito è dello psichiatra che lo ebbe in cura, il dottor Walter Morgenthaler, che ne comprese il valore artistico e scrisse su di lui un interessante saggio intitolato Arte e follia in Adolf Wölfli. Interessante non solo per quello che dice relativamente a questo stupefacente personaggio, ma anche per il discorso che conduce sulle relazione tra arte e follia.
Questo è appunto il libro che con emozione, meraviglia e non senza inquietudine, sto leggendo in questi giorni, nella traduzione di Alessandra Pedrazzini e con uno scritto di Michele Mari (Alet Edizioni, Padova 2007). Il volume è ricco di fotografie
La donna si è presentata nel punto di primo soccorso del nosocomio di Sampierdarena afflitta da una profonda agitazione. Il medico l'ha visitata a lungo effettuando anche una visita ginecologica. Dopo avere esaminato gli esiti della misurazione della pressione, dei battiti cardiaci, della respirazione in correlazione alle altre visite, il sanitario ha messo per iscritto il suo consiglio: "Fare sesso due volte alla settimana, non di più" per curare i sintomi di ciò che ha definito, sempre per iscritto, un semplice "stato ansioso".
Da www.repubblica.it, 5 luglio 2007
Post scriptum del 7 luglio:
La notizia, che avevo preso con la leggerezza con cui si potrebbero prendere le storielle stampate sulla Settimana Enigmistica, si è rivelata una impietosa deformazione giornalistica.
Avrei dovuto capirlo da me. Invece ho preferito credere ad una specie di sua irrealtà . Così ho finito col darle eco, e me ne dispiace.
Mi chiedo tuttavia come possa accadere che prescrizioni mediche reali finiscano in mano a un giornalista. Qualcuno si è approfittato della confidenza della paziente o c'è chi sbircia le ricette e i colloqui tra medico e paziente?