
Gramsci... venuto fuori dalla piccola tomba del Cimitero degli Inglesi a Testaccio, con la sua schiena di piccolo eretto Leopardi, la fronte rettangolare della madre sardegnola, la capigliatura un po' romantica degli anni venti, e quei poveri occhiali da intellettuale borghese...
(P.P.Pasolini, La Divina Mimesis, Einaudi 1975)
Venti anni fa Primo Levi in un giorno come questo ci sgomentava tutti con il suo suicidio. Non c'è bisogno di dire chi sia Primo Levi, anche se in verità la sua grandezza di scrittore viene qui in Italia spesso posposta a quella di testimone, come se per testimoniare a quell'altezza cui arriva Se questo è un uomo non fosse necessario essere grandi scrittori.
A lui oggi La Stampa dedica un suo Dossier ricco di vari articoli.
Io qui voglio ricordare il suo sguardo lucido e attento e la sua limpidissima scrittura attraverso qualche rigo dell'ultimo racconto de Il sistema periodico, intitolato "Carbonio":
"Il numero degli atomi è tanto grande che se ne troverebbe sempre uno la cui storia coincida con una qualsiasi storia inventata a capriccio. Potrei raccontare storie a non finire, di atomi di carbonio che si fanno colore o profumo nei fiori; di altri che, da alghe minute a piccoli crostacei, a pesci via via più grossi, ritornano anidride carbonica nelle acque del mare, in un perpetuo spaventoso girotondo di vita e di morte, in cui ogni divoratore è immediatamente divorato; di altri che raggiungono invece una decorosa semieternità nelle pagine ingiallite di qualche documento d'archivio, o nella tela di un pittore famoso; di quelli a cui toccò il privilegio di fare parte di un granellino di polline, e lasciarono la loro impronta fossile nelle rocce per la nostra curiosità ; di altri ancora che discesero a far parte dei misteriosi messaggeri di forma del seme umano, e parteciparono al sottile processo di scissione duplicazione e fusione da cui ognuno di noi è nato. Ne racconterò invece soltanto ancora una, la più segreta, e la racconterò con l'umiltà e il ritegno di chi sa fin dall'inizio che il suo è un tema disperato, i mezzi fievoli, e il mestiere di rivestire i fatti con parole fallimentare per sua profonda essenza."
La storia che Primo Levi narra è quella infine di un atomo di carbonio che da un bicchiere di latte arriva a una cellula del suo cervello. Quella cellula che
"...in questo stesso istante, fuori da un labirintico intreccio di sì e di no, fa sì che la mia mano corra in un certo cammino sulla carte, la segni di queste volute che sono segni; un doppio scatto, in su ed in giù, fra due livelli d'energia guida questa mia mano ad imprimere sulla carte questo punto: questo."
Non riesco proprio a condividere il plauso che da sinistra continua a levarsi, a dispetto di tutto, in favore di Gino Strada.
A me Gino Strada non piace.
Non sono riuscita ad apprezzare le dichiarazioni dai toni alla Sgarbi con cui da vari giorni si rivolge minaccioso dagli schermi TV e da tutti i giornali al governo italiano, e a Prodi personalmente, per dire che non fanno abbastanza per il suo collaboratore, il povero Rahmatullah Hanefi. Tanto meno mi sono piaciute, quando ho letto le frasi grondanti di rispetto con cui invece lo stesso Strada si è rivolto al mullah Dadullah, quello che, dopo aver sgozzato l'infelicissimo autista, si apprestava a fare la stessa cosa con l'interprete di Mastrogiacomo.
"Facciamo appello alla tua umanità e ai tuoi profondi sentimenti religiosi", ha scritto Strada (Qui il resto dell'appello), sottolineando le proprie credenziali, e cioè: la propria amicizia verso il popolo afghano, e quella (di cui evidentemente si sente rappresentante) di quegli italiani che non approvano la politica estera del proprio governo. Come se a Dadullah potessero o possano interessare queste sue medaglie al merito, anziché semplicemente un ulteriore, e ormai impossibile, scambio di prigionieri.
Non mi era piaciuto lo scarso, per non dire nullo, interesse da lui dimostrato nelle prime dichiarazioni (quando ancora il fatto era recentissimo) per la sorte dell'autista sgozzato e, soprattutto, la frettolosità con cui aveva dato credito, prima, alla non accertata liberazione dell'interprete, e poi, al suo fantomatico rapimento da parte dei servizi. Era stato lui, una volta accettata la mediazione, a volerla condurre da solo («Se non posso agire da solo mollo tutto», aveva detto a suo tempo, come riportarono i giornali, vedi vedi QUI). Ha voluto gestire lui solo con i suoi collaboratori il momento della consegna, per poterne dare lui stesso l'annuncio. Ma quando questa è avvenuta, anziché curarsi di avere tra le mani tutti e due gli ostaggi, ha preferito offrirsi agli obiettivi nella scenetta degli abbracci. Ha lasciato che l'altro gli sparisse sotto gli occhi. Naturalmente gli afghani parenti delle vittime, quelli che aspettavano i loro cari, subito si affollarono intorno alla sede di Emergency (dove già c'era Mastrogiacomo) per chiedere ragione e pretendere secondo le promesse gli altri due ostaggi, il morto e il vivo. E il grande gestore della mediazione dirottò il malcontento contro Karzai, dicendo che anche l'interprete era stato preso dai servizi (pur di non ammettere la propria imperdonabile "distrazione" e pur di non dire una sola parola che potesse vagamente suonare a sfavore dei lealissimi talebani).
Ricordo le dichiarazioni a caldo di Parisi al Corriere della sera del 23 marzo:
«I nostri servizi erano riusciti a trovare la strada per liberare Mastrogiacomo, ma è stato loro impedito. Ora dovremo fare i conti con le ripercussioni che rischiano di essere pesanti». E il giornalista del Corriere, Verderami, continuava dicendo: "Gli effetti dirompenti di quella scelta sono già evidenti. E anche il Quirinale ne è preoccupato. E chissà se Napolitano è a conoscenza di alcuni dettagli della vicenda, svelati ieri da un esponente della Farnesina: il fondatore di Emergency non solo avrebbe chiesto di dare l'annuncio ufficiale del rilascio di Mastrogiacomo, ma si sarebbe addirittura impuntato per riportare il giornalista in Italia a bordo di un aereo della sua organizzazione. La prima richiesta è stata per certi versi esaudita. La seconda è stata cassata."
Calunnie? Può darsi. Ma il modo, i toni (e aggiungerei il filmino), con cui Strada si esprime, le rendono credibili.
Non voglio farla lunga. Dirò che ora infine mi pare davvero fuori dalla mia possibilità di comprensione umana e politica il fatto che, per mettere le mani avanti in previsione delle altre, ben più pesanti, calunnie che cominciano (e continueranno) a piovergli addosso da parte dei famigerati servizi afghani, Strada continui ad attaccare violentemente quello stesso dal quale pretenderebbe di essere difeso a spada tratta, e cioè Prodi (il quale, se ha una colpa (e, a mio parere, ce l'ha), da condividere con D'Alema, è quella di essersi troppo improvvidamente affidato a questa mediazione di Emergency). Oltretutto non so quanto le dichiarazioni di Strada (sui fatti del sequestro Torsello, per esempio) possano giovare alla posizione del prigioniero o in generale dare forza al nostro governo nei suoi rapporti con Karzai.
Non ho condiviso e non condivido minimamente l'entusiasmo per la famosa trattativa con scambio svantaggioso di prigionieri (a favore dei Talebani e a danno di due su tre dei "nostri"): mi è parsa un bell'esempio di fallimento oltre che un modo per promuovere l'incremento di altri rapimenti e morti ecc.
Non condivido minimamente la pessima retorica, di cui siamo stati imbevuti in tutti questi giorni, sul dovere di "salvare una vita umana". Non so con quale coraggio si ripeta tanto trionfalmente questa frase ipocrita.
Quanto al resto, a scanso di equivoci aggiungo: non parteggio nè per i tagliagole di Karzai, appoggiati dalla coalizione in cui malauguratamente ci troviamo, né per quelli talibani appoggiati dal Pakistan, appoggiato a sua volta ancora dagli USA ecc. Capisco che sarebbe più simpatico che ci fossero laggiù dei buoni e dei cattivi chiaramente definiti per cui parteggiare e che, così come stanno le cose, tutto è complicato e frustrante per i nostri buoni sentimenti. Aggiungo infine che con ogni evidenza andrebbe ridiscusso moltissimo della nostra presenza laggiù. Ma, detto questo, non vedo ragioni per unirmi al plauso di sinistra per Strada.
A proposito di eutanasia, suicidio o morte assistita, sacralità della vita (nonché relativismo etico, liceità o meno della trattativa finalizzata a salvare una vita umana, pratica segreta dello scambio) mi sembra piuttosto interessante l'episodio rievocato da Andrea Camilleri nel suo recentissimo Le pecore e il pastore.
Il 9 luglio 1945 il vescovo di Agrigento, Gian Battista Peruzzo, venne preso a fucilate da mafiosi al servizio degli agrari, per aver appoggiato i contadini che occupavano i latifondi incolti. Le ferite non furono di poco conto: per vari giorni il vescovo rimase tra la vita e la morte. In quei drammatici giorni di ansia e di smarrimento, al monastero di Palma di Montechiaro (fondato dagli antenati di Tomasi di Lampedusa) la badessa e le suore si riunirono e concordarono di condurre una coraggiosa trattativa, di offrire uno scambio: le dieci novizie più giovani avrebbero offerto la propria vita in cambio di quella del vescovo, lasciandosi morire di fame e di sete. Lo scambio venne accettato: le suore morirono in lenta agonia (suicidio assistito, immaginiamo, da molte preghiere) e il vescovo intanto riuscì a farcela: sopravvisse e guarì. Non ne seppe nulla nessuno, lui meno di ogni altro, fino all'agosto del 1956, quando, undici anni dopo i fatti, la badessa gli scrisse per rivelargli l'accaduto.
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1 - Il governo di Eritrea ha messo fuori legge la tradizionale circoncisione femminile.
2 - In Libia è stata abolita la disposizione di legge, introdotta da poco, che vietava alle donne di età inferiore ai 40 anni di andare all'estero senza la compagnia di uno stretto consanguineo maschio (QUI).
Entrambe queste abolizioni sono state ottenute col decisivo apporto dei movimenti femminili locali.
Niente in fondo è più falso di un fatto in se stesso.(...)
Niente al mondo è più bello che scrivere. Anche male. Anche in modo da far ridere la gente. L'unica cosa che so è forse questa.
Questa limpida dichiarazione è presa dalla straordinaria Prefazione a "Nostro lunedì", in Casa d'altri e altri racconti di Silvio D'Arzo, Einaudi 1999. Straordinaria perché ripercorre con ironia, con nitida, solitaria altezza di sguardo, e con quella semplicità di scrittura che solo i grandi riescono a raggiungere, gli anni della formazione, delle aspettative e speranze di quei letterati che, come lui, furono giovani negli anni della guerra e poi nel fervore del primissimo dopoguerra.

Silvio D'Arzo è uno pseudonimo. Questo autore si chiamava in realtà Ezio Comparoni. Era di reggio Emilia ed è morto nel 1952 a soli trentadue anni. In vita non fu apprezzato, e anche dopo morto, pur avendo ricevuto gli elogi postumi di molti illustri letterati e critici, è restato sempre poco noto. Nel 2002 in occasione dei cinquant'anni dalla sua morte, se ne è parlato, c'è stata qualche mostra, ma in definitiva è restato poco conosciuto.
I racconti di questa raccolta sono molto brevi, tranne quello che dà il titolo al volumetto, Casa d'altri, e che occupa da solo quasi la metà delle sue 138 pagine complessive. Oltre che essere bello, Casa d'altri ha di questi giorni una sua più evidente attualità a causa della questione che pone.
Il narratore è un prete sui sessant'anni, scoraggiato, inaridito dagli anni vissuti in un paese dove "non succede niente di niente. Solo nevica e piove. Nevica e piove e nient'altro. E la gente se ne sta giù nelle stalle a guardare la pioggia e la neve. Come i muli e le capre. Così." A lui si rivolge una vecchia, una lavandaia, donna mite e di poche parole: vorrebbe sapere se, a suo parere, Dio potrebbe farle un favore, concederle una deroga dalle sue leggi, e cioé darle "il permesso di finire un po' prima".
Il racconto, che poi, dopo la morte del giovane autore, piacque molto a Montale e ad altri scrittori famosi, non piacque a Pavese, a suo tempo, quando Comparoni era vivo. La cosa mi ha molto colpito, perché nel leggerlo a me è parso di sentire nella prosa di questo scrittore il ritmo del periodare pavesiano, solo più limpido. Molto più lieve.
L'immagine è stata presa da www.istitutodarzo.it.
Consiglio caldamente di non perdere la seguente CHIOSA al post precedente: si tratta del commento di un cattolico d.o.c.:
Ieri il papa, tra l'altro, ha detto:
"Può stare nel luogo santo chi ha mani innocenti e cuore puro: mani innocenti sono mani che non vengono usate per atti di violenza, sono mani che non sono sporcate con le corruzioni e con tangenti."
L'affermazione, che interrompeva il quotidiano martellamento sulla famiglia e i peccati di sesso, faceva davvero notizia. Un po' come quando è il cane a venir morso dall'uomo anziché l'usuale viceversa. Ma ai nostri TG, abituati a far sempre clamore solo su i cani che mordono gli umani, questa uscita del papa deve essere parsa così stramba o di poco senso che hanno cercato di farla scivolare via come un non-detto sotto una commovente sviolinata indirizzata alla memoria del defunto pontefice, da santificare subito.
D'altra parte, bisogna tenere conto del fatto che ieri era il 1° d'aprile: i redattori devono aver saggiamente pensato che quella del papa che parla contro le tangenti rischiava d'esser preso per un pesce d'aprile.