A proposito di matrimoni, visto che se ne parlava, ecco qui la cronaca di un fidanzamento con nozze finali, tratta dal Diario del mio carissimo Pepys (di cui avevo riportato qui una breve osservazione sui matrimoni).
In questo caso si tratta del matrimonio tra Lady Jeminah Montague, la figlia di Lord Sandwich, lontanissimo parente e protettore di Pepys, e il figlio maggiore del Tesoriere della Marina, sir G. Carteret. Sono tutti e due molto giovani, e tutti e due sfortunati: lui è zoppo e lei ha un imprecisato difetto al collo. Si devono dunque accontentare l'uno dell'altra. Il matrimonio, senza consultare gli interessati, viene deciso dalle famiglie, ed è proprio il nostro Pepys a condurre le trattative e a prendersi cura del buon andamento delle cose.
Siamo nel 1665, a Londra infuria la peste, tutti quelli che possono sono sfollati nei paesotti vicini, e Pepys fa la spola tra Woolwich, dove ha sistemato la moglie e la piccola sua servitù, Deptford dove ci sono i cantieri della Marina, e i paesi in cui si trovano le famiglie degli sposi. È lui a condurre il fidanzato al primo incontro con la giovane Lady Jem, che Pepys ha conosciuto fin da piccola e alla quale con la moglie talvolta ha fatto da lieto accompagnatore e intrattenitore in giro per qualche mercato o fiera di Londra.
L'incontro avviene in casa degli zii di lei, dopo un viaggio di più d'un'ora durante il quale Pepys cerca di parlare un po' col giovanotto.
"E, Dio buono, lungo la via che discorsi insulsi sulle questioni d'amore: è l'uomo più goffo e impacciato su queste faccende che mi sia mai capitato di vedere."
A casa, in presenza della fidanzata, il Lord-zio fa al giovane un po' di domande, per invogliarlo a parlare
"e quello risponde abbastanza bene, con brevi parole. Ma mai che si rivolga alla giovane lady. Poi a cena. E dopo cena ancora discorsi, e lui ancora non bada alla giovane lady. My Lord (il padre della sposa) avrebbe voluto che io già stasera avessi lasciato i due giovani un po' insieme per cominciare il loro amoreggiamento, dal momento che la visita non durerà a lungo. Ma io sono stato di avviso contrario, per timore che lei potesse essere troppo presa di contropiede e confusa. Così lui è stato accompagnato su alla propria camera, e io sono rimasto un po' con lui per sapere se gli era piaciuta la giovane Lady; e mi ha detto che sì, molto, ma, Dio buono, nel modo più insipido e ottuso mai usato da un innamorato. Così gli ho dato la buonanotte e sono andato alle preghiere col resto della famiglia.
Il mattino dopo, prima di andare alla funzione domenicale, Pepys va su dal ragazzo e chiacchiera un po' con lui.
"Gli ho insegnato cosa fare; che deve prendere sempre la giovane Lady per mano per accompagnarla; e gli ho detto che avrei trovato il modo di lasciarli insieme, e che lui avrebbe dovuto fare tali e tali altri complimenti, e trovare il modo di farne di simili anche agli zii."
L'uscita in carrozza per andare in chiesa avviene però
"senza che Carteret abbia avuto il coraggio di prendere una sola volta la lady per mano, né all'andata né al ritorno. Tornati a casa, gliel' ho detto, e in seguito lui lo ha fatto."
Infine i due giovani vengono lasciati un'ora insieme prima di pranzo, e poi ancora a passeggiare in giardino dopo pranzo.
Il giorno successivo, dopo aver istruito il goffo giovanotto su come e quanto lasciare di mancia alla servitù,
"prima di partire, ho preso lady Jem da parte e le ho chiesto se questo giovane le era piaciuto e se si trovasse in una qualche difficoltà riguardo a lui. Lei è arrossita e per un po' ha tenuto il viso nascosto, ma alla fine l'ho costretta a parlarmi. Ha risposto di essere pronta a obbedire a ciò che il padre e la madre avevano fatto - il che era tutto ciò che potesse dire o che io mi aspettassi."
Le nozze vengono celebrate 15 giorni dopo quell'incontro. Pepys per una serie di circostanze, arriva tardi, quando già gli sposi stanno uscendo dalla chiesa:
"La giovane Lady terribilmente triste, cosa che mi ha fatto star male; ma anche penso che si tratti della sua solita aria seria, un po' più accentuata del solito.
I festeggiamenti sono piuttosto sobri. Senza segni della rituale allegria. E così, dopo le preghiere comuni, la coppia va a letto senza atti festosi all'intorno:
"Tranne che io sono entrato nella camera dello sposo, mentre lui si spogliava, e lì ho fatto un po' d'allegria, - finché lui è stato chiamato nella camera della sposa e sono andati a letto. Ho baciato la sposa già a letto, poi sono state tirate le cortine, con la più grande solennità , e buona notte."
Per Pepys, che ha partecipato ai preparativi, che è coinvolto, in un misto di soddisfazione per il successo della propria intermediazione, di tenerezza e anche di pena per la sposina (benché si sbarazzi presto di questo sentimento) e, per di più, è sempre sovraeccitato quando si tratta di sesso, questo è una specie di matrimonio suo per interposta persona. Sicché al mattino eccolo di nuovo nella camera degli sposi:
"E li ho trovati già alzati e lui andato a vestirsi. Tutti e due rossi in faccia e piuttosto soddisfatti stamane della loro sistemazione notturna.."
Va detto, perché se no poi, considerato lo stato dell'informazione nei nostri media, va a finire che nessuno lo percepisce: la nota CEI ha suscitato la reazione di 60 parlamentari della Margherita (QUI) che hanno firmato un manifesto in cui oppongono un possumus al non possumus del documento dei vescovi.
Anche il buon Amato, il cautissimo Amato si è espresso ieri contro chi cerca di «imporre la propria visione unilaterale, perché", ha detto, " ciò viene fatto nelle società che critichiamo in quanto islamizzate».
Inoltre contro la "crociata clericale" ci sono due appelli, su MicroMega: uno di laici (Umberto Eco, Margherita Hack, Vasco Rossi, Giorgio Bocca, Simone Cristicchi, Andrea Camilleri, Dario Fo e Franca Rame, Ferzan Ozpetek e Mario Monicelli), e un altro di cattolici (don Enzo Mazzi, Giovanni Franzoni, don Vitaliano Della Sala, don Raffaele Garofalo, don Gianni Alessandria, don Roberto Fiorini, don Franco Barbero, Francesco Zanchini, don Bruno Ambrosini, don Aldo Antonelli, Domenico Jervolino) che invitano a non versare l'8 per mille alla Chiesa Cattolica.
Io e altri amici già da un po', in verità , evitavamo di farlo, privilegiando la Chiesa Valdese, sulla quale, fra parentesi, grava la censura di una spessa cortina di silenzio (tanto che c'è persino gente, molta, che ne ignora l'esistenza, e quasi tutti ne ignorano le posizioni in merito a quelle questioni etiche su cui ci martella la sua opinione il papa).
Proprio nel sito dei Valdesi, infine, ho trovato notizia di una lettera di 100 cattolici torinesi che pure esprimono il loro dissenso dalle posizioni della CEI.
È mai esistita una famiglia naturale?
L'unione sessuale e la procreazione sono un fatti biologici naturali. Anche la disposizione alla vita sociale, con le sue relazioni interne di solidarietà , ha una base naturale, biologica, a quanto pare.
Ma la famiglia in quanto istituzione è, come altre istituzioni sociali, un fenomeno culturale, economico, storicamente determinato - tanto è vero che non è simile in epoche e/o tra popoli diversi.
Non sempre del resto all'interno della famiglia si è data e/o si dà la prevalenza alla biologia. L'economia vi ha avuto sempre una parte prevalente. L'adozione, per esempio, è un fatto antichissimo che introduce nella famiglia figli che non hanno in realtà alcun legame biologico. Così come, al contrario, e fino a tempi recenti anche qui da noi (e col pieno consenso della Chiesa!), i figli biologici possono non venire riconosciuti come membri della famiglia.
Non solo: ci sono persino matrimoni (tra certe etnie del Sudan, per esempio)in cui una donna si può sposare con un morto e dargli dei figli postumi, che erediteranno i suoi beni, pur essendo procreati da un donatore di sperma vivo. Ci sono anche matrimoni tra donne. Tra gli Yoruba (Nigeria) una donna di alto rango che non abbia figli può contrarre matrimonio con un'altra donna che avrà figli da un amante: la donna nobile diventa il “padre†e trasmette ai bambini secondo la regola patrilineare il nome, il rango e i suoi beni (vedi qui).
Ma, qualcuno obietterà , questi sono contratti di tipo economico. Già . E questo è il punto. Il matrimonio e la famiglia sono vari nelle loro regole e forme perché sono fatti più sociali ed economici che "naturali".
Detto questo, quale potrebbe essere tra le molte varietà di famiglia quella più vicina a un immaginario modello naturale?
Quella monogamica corroborata da adulteri e confessionale o quella poligamica, praticata anche da certi patriarchi o re biblici, oltre che riconosciuta come legittima dalla maggior parte delle culture non occidentali (e, all'interno della poligamica, che dire di quella poliandrica, in uso tra alcune popolazioni dell'India e del Tibet)?
Chi può decidere, e in base a cosa, che una forma è più naturale dell'altra?
E infine: la famiglia occidentale attuale non è che la povera famigliuola nucleare lasciata sola a fare i conti con il "mondo grande e terribile" - il piccolo progetto privato intrappolato tra le ansie e la precarietà del lavoro e della vita sociale, assalito, pervaso, devastato dai messaggi di un mercato avidamente rivolto essenzialmente ai single. Che cosa, quale aspetto di questa fragile famiglia (spesso impaurita dalla sola idea di un figlio) verrebbe messo in crisi dal riconoscimento dell'unione altrettanto fragile delle coppie di fatto (etero od omosessuali)?
L'anno scorso, il presidente Bush ha istituito il Family day, giorno da dedicare alla famiglia finalizzato a promuovere tra i genitori una maggiore attenzione e cura nei confronti dei figli.
A day to eat dinner with your children ("Un giorno per pranzare insieme con i vostri figli"), recita un (tristissimo) slogan del Family Day, qui, in un sito della Florida. Google ne indica vari di siti del genere, perché anche in altri Stati e fuori dagli USA sono stati istituiti dei Family Day (così chiamati perché celebrati in paesi di lingua inglese).
Tutti invitano i genitori a dedicare un po' di attenzione in più ai loro figli. Tutti attestano, dunque, il fatto che, nella realtà , tale attenzione è precaria e insufficiente.
C'è chi pensa che tale disattenzione verso i figli, tale povertà di tempo, di forze, di pensieri, dipenda (là dove c'è, s'intende, qualcosa da poter effettivamente mangiare insieme con i figli) dal modo in cui è organizzato il lavoro, dal feroce isolamento e sradicamento in cui ciascuno vive, nelle case come nei luoghi di lavoro, dall'ansia di non farcela a restare a galla, a mantenere un tetto sulla propria testa e a comprare tutto ciò che si è ricevuto l'ordine di comperare, dalla miseria esistenziale e culturale in cui si è precipitati, attraverso la metodica cancellazione e l'oblio di ogni modo umano di stare insieme.
Tutto sbagliato invece: i grandi sacerdoti del diritto naturale, le alte gerarchie cattoliche e i loro satelliti, ci spiegano che non è così.
Il vero male della famiglia, la seria minaccia, quella contro cui mobilitarsi, proviene, dicono, principalmente dalla presenza degli omosessuali (maschi e femmine) e dal fatto che oggi non si nascondono, non fingono più come prima, né vivono con uguale tormento e vergogna la loro condizione.
Ecco dunque che noi italiani, privilegiati da una millenaria vicinanza con la fonte della Verità , vediamo profilarsi un Family Day tutto vaticaneggiante e (tranne che nel nome, servilmente preso dalla lingua dei potenti) molto nostrano.
Il 12 maggio una piazza della capitale verrà riempita da persone che "difendono la family" essenzialmente perché ce l'hanno con gli omosessuali e sono disposti a sostenere che essi, esprimendo il loro eros e la loro affettività , minacciano la società .
Tutto ciò accade mentre nella cattolicissima Polonia (paese che mantiene viva la propria tradizione di razzismo anche attraverso i settori retrivi della sua Chiesa) viene annunciata una legge (qui) che discrimina gli omosessuali.
E a me viene in mente Himmler.
Ieri si celebrava il cinquantenario dei Trattati di Roma per l'Unione Europea e, come è usanza, un bel po' di pagine nei giornali della nostra Repubblica Vaticana era dedicato al parere del papa. Il quale (notizia davvero inaspettata) ribadiva la necessità di inserire il riferimento alle radici cristiane nella nuova carta UE. "Non si può pensare di edificare un'autentica casa comune europea, trascurando l'identità propria dei popoli d'Europa", ha detto ancora una volta.
Prodi gli ha dato ragione e si è fatto volonteroso latore a Berlino di un messaggio dei vescovi europei.
E subito anche Amato gli ha dato ragione. Ha detto che "i valori cristiani e in genere religiosi" sono fattore di coesione in quest'Europa i cui tessuti sociali si vanno disgregando ecc.
Ma, se si tratta di ribadire la coesione tra i popoli d'Europa attraverso la sottolineatura di una identità davvero comune, rimasta salda, pur attraverso il mutare delle religioni e le mescolanze di vari apporti culturali, dall'epoca degli albori fino al giorno d'oggi, passando illesa, qui in Italia o in Ispagna, persino di fronte all'occupazione araba, bene questa identità culturale comune dalla radice vitalissima, non è data dal Cristianesimo, apparso solo duemila anni fa e certamente senza dare buona prova come fattore di coesione, se si pensa alle lungue guerre di religione dei secoli scorsi, né è dato dall'Illuminismo, ancor più giovane e già molto vituperato, ma è dato con mai incrinata certezza dal maiale. (Io sono, come si sa, serio(sa): dunque non sto parlando con ironia).
Noi europei siamo popoli che non considerano il maiale cibo impuro, ma che anzi lo festeggiano da tempo immemorabile, come sappiamo tutti dai racconti dei nostri nonni contadini. Ce ne sono anche altri di popoli che, come noi, mangiano il maiale: i cinesi, per esempio, e altri dell'Asia (cosa, che, tra parentesi è di ottimo auspicio per un'eventuale confederazione mondiale) ma, qui, in quest'area di mondo, il vero confine ideale che ci individua e delinea la nostra fisionomia rispetto a popoli limitrofi, similissimi per misoginia e religione e altri vizi umani e virtù, è quella relativa alla cultura del maiale.
Noi Europei riscopriamo la nostra coesione all'interno di una comune storia culturale soprattutto a tavola, dove, di fronte a costine, salsicce, wurstel, prosciutti, porchette ecc., sia i mediterranei dell'area dell'olio d'oliva (Grecia, Italia peninsulare con le isole, Spagna) sia gli altri del centro nord dell'area del burro, sia i polentoni che i terroni insomma, e persino gli slavi e gli inglesi, possiamo riconoscerci appartenenti a una casa comune.
In margine: A chi volesse leggere un libro piuttosto interessante sulle diverse culture alimentari e sulle possibili origini di tali differenze, consiglio M. Harris: “Buono da mangiare. Enigmi del gusto e consuetudini
alimentariâ€, ed. Einaudi (tascabili).
(la foto è stata presa da qui).
"Non è degno di mente equilibrata giudicarci semplicemente dalle nostre azioni esteriori; bisogna sondare fin nell'interno, e vedere da quali molle provenga lo slancio; ma, essendo questa un'impresa alta e rischiosa, vorrei che meno gente se ne impicciasse."
Michel de Montaigne, Saggi, a cura di Fausta Garavini, Adelphi Edizioni,1966
Su La Repubblica di ieri leggevo, a pag.29, che un giudice di Francoforte (Germania), anzi una giudice (donna) ha negato il divorzio immediato (previsto dalla legge tedesca per i casi gravi) a una donna marocchina picchiata dal marito, sentenziando che il marito non era punibile dal momento che la punizione corporale delle mogli è concessa dal Corano.
La vittima, una ventiseienne, veniva picchiata da anni dal marito, e aveva trovato rifugio presso una famiglia amica di tedeschi, ma il marito la assediava minacciandola di morte. Sicché si era rivolta al tribunale con l'esito suddetto.
Nella pagina successiva dello stesso quotidiano ho poi trovato la notizia che qui da noi, a Verona, un'altra donna, anche lei originaria del Marocco, è stata sfregiata con un acido e si trova ora in ospedale tra i grandi ustionati. Si tratterebbe di una ritorsione, o forse di un tentativo di suicidio, dovuto alle minacce ricevute per avere, l'anno scorso, denunciato il marito della sorella per aver brutalmente picchiato la moglie, in seguito, pare, all'incoraggiamento di un iman, che in moschea aveva ricordato come il Corano inviti a picchiare le proprie mogli.
Spero che non prevalga tra noi italiani devoti l'idea che il rispetto delle culture religiose altrui, comporti l'assoluzione dei mariti violenti.
Tanto più che la misoginia del Corano non è affatto estranea alle nostre vantate radici e tradizioni cristiane e cattoliche: anche tralasciando l'elencazione di quanto dicevano Padri della Chiesa come Tertulliano o San Girolamo o Sant'Agostino e altri sulla donna “vaso d’ogni corruzioneâ€, o ribadiva S. Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae, spiegando che “femina est aliquid deficiens et occasionatumâ€, cioè una specie di esperimento malriuscito, c'è da ricordare che fino ai primi decenni del secolo scorso (XX secolo) il Diritto Canonico consentiva al marito di picchiare, rinchiudere, legare la moglie o negarle il vitto...
In questo momento, mentre scrivo, per le vie di Polistena, in Calabria, varie migliaia di persone volonterose stanno sfilando in corteo - nell'indifferenza quasi concorde dei media, tutti presi dalla faccenda Sircana e dal trionfo per la liberazione del connazionale nostro, giornalista, graziato da quei bravi sgozzatori-di-connazionali loro, autisti. Ma che fare? non possiamo mica pensare a tutti, noi "italiani-brava-gente", no?
Infatti al corteo di Polistena non viene dato un grande spazio tra le notizie. Il suo tema è scontato: non è di quelli che ci si possa fare cadere un governo. Si tratta della dodicesima "Giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime della mafia", organizzata dall'associazione Libera che fa capo a don Luigi Ciotti.
Durante la manifestazione, è detto nel programma, vengono letti ininterrottamente i nomi di quei cittadini magistrati, giornalisti, appartenenti alle forze dell'ordine, sacerdoti, imprenditori, sindacalisti, esponenti politici,amministratori locali morti per mano delle mafie per aver compiuto il loro dovere. Quasi settecento il loro numero.
"E sono proprio i numeri e le statistiche - dice don Ciotti (riprendo da www.liberazione.it) - che ci costringono a riflettere, ad intervenire, a prendere coscienza che siamo davanti ad un fenomeno sociale ed economico di proporzioni drammatiche. Soltanto negli ultimi dieci anni ben 2500 persone sono rimaste vittima del crimine organizzato e di queste 155 vittime innocenti. E non possiamo dimenticare anche i “morti viviâ€, ovvero “le vittime dell’usura, del racket, della droga.
Ma i traffici delle mafie fanno anche altre vittime: ci sono il contrabbando e la tratta degli esseri umani dietro alle 7mila persone, tra cui 2.141 dispersi che dal 1988 sono morte sulle rotte per raggiungere l’Unione europea.
Davanti ad una guerra come quelle che ogni giorno combattiamo contro le mafie, c’è bisogno di una sensibilità nazionale. Quindi, il 21 marzo a Polistena, in Calabria, come occasione per ribadire la solidarietà nazionale sulla questione della lotta alle mafie, come occasione per rendere tanto più tangibile il filo rosso che lega tutti le regioni e le città del nostro paese nella memoria, nella resistenza, nella elaborazione di culture e prassi sociali e politiche antagoniste alle mafie."
Il fatto è che molte di queste vittime contano nella teleguidata sensibilità nazionale quasi quanto gli autisti afghani.
Oggi da Proteus, oltre che leggere alcune nuove poesie del Monasteri (e rileggerne altre dei mesi scorsi) potete trovare, fresca fresca, una conversazione di argomento forestale tra LUI (che ha cominciato) e ME (che ho continuato) .
Per l'occasione troverete (ma è solo un trucco o un gioco di prestidigitazione) anche un labile spazio per i commenti.
"L'uomo comune non può non rappresentarsi questa Provvidenza se non nella persona di un padre estremamente elevato. Soltanto un essere simile può comprendere i bisogni del figlio dell'uomo, venir impietosito dalle sue preghiere, placato dai segni del suo pentimento. L'insieme è così manifestamente infantile, così irrealistico, da rendere doloroso, a un animo amico dell'umanità , pensare che la grande maggioranza dei mortali non sarà mai capace di sollevarsi al di sopra di questa concezione della vita. Più umiliante ancora risulta scoprire quanto grande è il numero di coloro che, vivendo oggi, devono riconoscere che questa religione non è sostenibile, ma tentano nondimeno di difenderla a palmo a palmo, con una serie di penose azioni di retroguardia.
Verrebbe voglia di mescolarsi alle schiere dei credenti per rivolgere, ai filosofi che credono di salvare il Dio della religione sostituendolo con un principio impersonale, oscuro e astratto, il monito: Non nominare il nome di Dio invano! Se alcuni dei grandi spiriti del passato hanno fatto lo stesso, non perciò è lecito rifarsi al loro esempio. Sappiamo perché dovettero farlo."
Di solito una lettura tira l'altra, come le ciliege. I libri come gli amici ci presentano sempre altri libri con cui fare conoscenza, e ci conducono lungo loro vie e quartieri nuovi o anche ci riportano a volte in zone già attraversate, ma che in nuova compagnia e a distanza di tempo ci paiono nuove anch'esse e con angoli o prospettive prima trascurate e ora improvvisamente attualissime.
Seguendo le suggestioni di Freud's Requiem di Matthew Von Unwerth (di cui ho parlato qui un mese fa) ho preso in mano Il disagio della civiltà , scritto nel 1929 da Sigmund Freud (trad. di Ermanno Sagittario, ed. Boringhieri 1971) e mi sono imbattuta, fra l'altro (il molto altro), nel brano su riportato.
Lo sottoscrivo tutto, parola per parola: vi ritrovo il mio pensiero esattamente espresso e, visti che i tempi che corrono, una certa attualità , che in precedenza m'era parsa meno urgente.
[Aggiungo: è sempre un piacere grandissimo (anche perché raro) leggere riflessioni profonde espresse in una scrittura limpida come questa di Freud. È una scrittura che a me fa pensare ai modi semplici che caratterizzano le persone di grande valore, in confronto con gli atteggiamenti di sussiego, i cappelloni a larghe tese e i mantelli oscuri dei molti che semplicemente si spacciano per grandi. Invece il nostro, con accenti quasi leopardiani:
"Così mi manca il coraggio di erigermi a profeta di fronte ai miei simili e accetto il rimprovero di non saper portare loro nessuna consolazione, ché in fondo questo è ciò che tutti chiedono, i più fieri rivoluzionari non meno appassionatamente dei più virtuosi credenti."]
Nella mia ignoranza ero tra quelli che non lo sapevano.
Il 23 febbraio, nonostante in molti si fossero mobilitati per lui, è stato condannato a quattro anni di carcere uno studente egiziano di 22 anni, Abdel Karim Suleiman, perché aveva criticato, nel suo blog, la religione islamica e il presidente Mubarak.
Si può leggere la notizia QUI e QUI.
Sono andata a dare un'occhiata al suo blog: in gran parte è in arabo (ma c'è anche qualche cosa in inglese e musica che può dire qualche cosa di lui).
È in inglese anche il profilo. Che dice così:
"Studio Legge: mi riprometto di aiutare l'umanità contro ogni forma di discriminazione. Attualmente sto studiando Legge all'Università di Al Azhar. Ho intenzione di aprire un mio studio legale di attivisti dei diritti umani, che includa altri avvocati che condividono le stesse idee. Nostro principale obiettivo è quello di difendere i diritti delle donne musulmane e arabe contro ogni forma di discriminazione e porre fine ai crimini violenti commessi quotidianamente in questi paesi."
Tra i commenti al suo ultimo post, ho trovato la traduzione in inglese di due post (manca la data).
Non ho in questo momento tempo di tradurli. Li pubblico come sono:
Dalla trasmissione TV "Che tempo che fa" di ieri sera:
Fazio - "... lei è un comunista."
Bertinotti - "Mi piacerebbe, perché contiene un elemento di fede, e bisogna vedere se ne sono all'altezza."
F - [a proposito di un'auspicata 'forza rilevante, giovane, di sinistra che ha voglia di cambiare'] "Sarebbe però minoritaria..."
B - "Mai porre limiti alla provvidenza. ...la provvidenza rossa..."
Prima di venire investita da simili vacuità , avevo con gratitudine e simpatia ascoltato, nella stessa trasmissione, il grande Salvatore Accardo. Aveva ricordato (fra l'altro) alcune cose rarissimamente ricordate dai teleschermi:
che l'educazione musicale in Italia è del tutto inesistente, così come è trascuratissima e vergognosamente maltrattata la musica;
che far conoscere ai ragazzi la musica, metterli in condizione di suonare ecc., contribuirebbe a distoglierli da comportamenti violenti;
che per imparare a suonare bene uno strumento come il violino occorre tempo, pazienza e molta dedizione;
che la bellezza dell'insegnamento sta nel trasmettere, oltre che la tecnica di cui si è in possesso personalmente, anche tutto ciò che a propria volta si è appreso dagli altri maestri e dalle loro esperienze e discorsi;
che per lo più le famiglie dei ragazzi di talento hanno un ruolo deleterio nell'educazione dei loro figli;
che con i soldi di una sola serata di San Remo si sarebbe potuto salvare un'orchestra (delle molte chiuse recentemente in Italia).