Non posso fare a meno di riportare qui di seguito queste riflessioni di Luca Casarini: sintetiche, espresse a braccio, ma non per questo meno significative e pregnanti. Voglio condividere con chi passa di qui il senso di sollievo e di rinnovata speranza provato imbattendomi oggi in questi lampi di pensiero tanto notevoli per logica, acume e superiore consapevolezza storica globale.
Le riprendo da un articolo de La Repubblica cartacea di oggi, a firma di Goffredo de Marchis, intitolato "I timori sulla svolta centrista":
Destra, sinistra e centro sono, per Luca Casarini, termini della piccola Italia, provincia sperduta del pianeta. "Dobbiamo ragionare con orizzonti più estesi - spiega il capo no global -. Non è una novità italiana il fatto che per governare devi stare con i poteri forti". Il suo traguardo rimane la rivoluzione "che è conflitto, che è scontro". Che non è quella, in sintesi, di Fausto Bertinotti "seduto sulla poltrona di presidente della Camera mentre il subcomandante Marcos fa la sua lotta nella foresta del Chiapas". La partita del cambiamento si gioca fuori dalle aule parlamentari, "i movimenti - dice Casarini - sono anche una critica al sistema di rappresentanza".
Sì, lo immagino, lo spero - non posso dire "lo so" - ci dev'essere anche di meglio in giro. Tuttavia non ho mai avuto la fortuna di sentire, o di leggere, chiare e nette prese di distanza da questo tipo di "ragionamenti" da parte di chi dice di (voler) dialogare con i movimenti o ne fa parte, ma stando in altri raggruppamenti.
I nostri eroi del giorno:
due .....oni integrali pieni di nobili propositi, il bravo Paròn automobiliere, compare K e il vecchio Belzebù.
(Non c'è che dire però: quando c'è da mettere qualcuno nel sacco, i vecchi democristi sono sempre i migliori. Anche se, occorre aggiungere, in presenza di certi "rivoluzionari", è un gioco da ragazzi).
L'altra sera si è inaugurato nel mio quartiere un nuovo locale: un'ennesima rivendita di vino.
La novità rispetto alle altre è data dal fatto che questa vende anche acque.
Non acque qualsiasi: acque minerali "di pregio", in bottiglie preziose, in pochi esemplari - dice un cartellino - per collezionisti e intenditori. C'erano sullo scaffale, allineate in bell'ordine e contrassegnate da un cartellino che ne specificava gli alti e finissimi pregi, bottiglie di acqua del Canada e persino del Sud Africa - e anche acque italiane, della Basilicata, per esempio (esotica quasi quanto l'Africa per le conoscenze geografiche dei possessori di TUV che sono i probabili acquirenti di queste bottiglie).
Ho chiesto come mai mancase dalla collezione l'acqua di Lourdes, e mi hanno presa sul serio, scusandosi col dire (senza ironia, vi assicuro, senza ironia) che avevano appena aperto e che col tempo l'offerta sarebbe stata più ampia.
Ora, come molti dei miei bravi lettori già sanno, quello delle acque minerali è un colossale affare (leggi: truffa) che le multinazionali come Nestlè, Danone, Coca Cola ecc. stanno perpretando, appropriandosi delle acque del mondo (compreso il Sud del mondo, quello assetato, come l'Africa, o l'India, per dire) per rivenderla imbottigliata (l'affare è anche per i produttori di bottiglie e contenitori di plasticae vetro) a chi la può pagare. A chi la può, e vuole, pagare più del vino (A questo proposito, chi già non sa tutto, potrebbe trovare interessante quanto si legge QUI).
Naturalmente l'affare comprende una vasta campagna di persuasione che tende a propagandare i presunti pregi di queste acque di bottiglia (non sottoposte a metodici controlli) rispetto all'acqua degli acquedotti che, invece, tali controlli li subisce e che, come ha dichiarato la FAO, non è in genere affatto peggiore delle minerali. Anzi si è spesso visto che le minerali, quando sono state analizzate, contengono di tutto in più alte concentrazioni di quanto le regole sanitarie consentano all'acqua potabile.
Da qualche anno la persuasione si è fatta più sottile cercando di far credere ai ricchi dei nostri paesi che esistano acque imbottigliate di squisito pregio gastronomico. Addirittura si sono formate associazioni e scuole di degustatori di acqua e una pseudo-scienza che stabilisce, come per i vini, quali acque accompagnare ai vari piatti (vedi QUI).
Qui da noi in Italia, dove qualsiasi Vanna Marchi ha più credito di qualsiasi uomo di scienza, e dove l'ignoranza si accompagna alla denigrazione preconcetta di tutto ciò che è pubblico, il consumo di acque in bottiglia è il più alto del mondo. A dispetto del fatto che l'acqua dei nostri rubinetti, controllata come viene quotidianamente, è (finora) di gran lunga sanitariamente più sicura di quella delle bottiglie.
Eppure vedi sempre più persone (spesso le stesse che hanno varie attenzioni sui cibi e li cercano "biologici" e temono gli ogm come la peste) girare ora con la loro bottiglietta in borsa, perché si sono bevute che occorra bere quelle acque lì in continuazione per smaltire le tossine, per fare pipì, per restare magri e giovani, per vivere eternamente. Forse credono di mitridatizzarsi con l'arsenico offerto dietro pagamento dalle multinazionali (e non) nelle loro bottigline di acqua purissima delle dolomiti (leggi QUI).
Non sanno che anche quella della mitridatizzazione è una storia fra le molte che continuano a bersi ogni giorno.
Quando ci si interroga sul senso o sul valore della vita si sta male, dato che obiettivamente non esistono, né l'uno né l'altro. Così facendo, semplicemente si ammette un eccesso di libido insoddisfatta, e poi deve avvenire qualcos'altro, una sorta di processo di fermentazione, che porta al dolore e alla depressione. Queste mie spiegazioni non sono certamente grandiose. Forse perché io sono troppo pessimista. C'è, che mi attraversa la testa, una réclame, che ritengo sia la più sfacciata e di successo tra quelle americane di mia conoscenza."Why live, if you can be buried for ten dollars?"
Da una lettera di Sigmund Freud a Marie Bonaparte, del 13 agosto 1937.
L'ho trovata citata in un libro che ho appena finito di leggere (Freud's Requiem. Mourning, Memory, and the Invisible History of a Summer Walk di Matthew Von Unwerth, New York 2006).
Si tratta di un lungo, interessante commento, molto bello, a un breve e intenso articolo che Freud scrisse nel 1915, durante la prima guerra mondiale, come contributo a una pubblicazione in onore di Goethe.
L'articolo di Freud si intitola "Sulla caducità ", e in qualche modo appare come il più letterario e poetico tra i suoi scritti. Freud prende spunto dal ricordo di una passeggiata estiva lungo un sentiero alpino con "un giovane poeta" e una "silenziosa amica" (che non nomina, ma che probabilmente sono Rainer Maria Rilke e Lou Andreas-Salomé), per una meditazione sulla fugacità delle cose, sul lutto e la guerra in corso, e sulla creatività .
Matthew Von Unwerth (un giovane studioso americano, che lavora presso l'Istituto Psicoanalitico di New York), nel commentare questo racconto di Freud e le sue riflessioni, finisce col tracciare, attraverso un gioco caleidoscopico di associazioni e di documentazioni, le biografie di Freud e di Rilke nell'intrecciarsi delle loro varie relazioni col mondo del loro tempo e con la memoria degli antichi. Freud e Rilke di fatto si incontrarono solo una volta, nella hall di un albergo di Monaco e non nello scenario alpino tratteggiato da Freud nella sua rievocazione creativa. Von Unwerth tuttavia, nel suo libro, ricerca e ricostruisce attraverso l'intera loro vicenda umana e intellettuale, dall'infanzia alla morte, le tracce di un confronto e di un discorso che si intrecciano nel fondo, sotterraneamente, alle radici di quella discussione collocata nello scenario alpino di una passeggiata che, nella realtà storica, non è con tutta probabilità mai avvenuta.

vignetta di Apicella oggi su www.liberazione.it
L'Associazione che porta il suo nome aveva chiesto già due anni fa che venisse emesso quest'anno un francobollo in ricordo di Concetto Marchesi in occasione del cinquantenario della sua morte (che cade esattamente oggi).
La proposta per l'emissione fu caldeggiata da Andreotti e ostacolata da AN durante la passata legislatura. Ora, fatta propria dal ministro Gentiloni, si è bloccata nel dicembre scorso di fronte alla "perplessità " manifestata nientemeno che da Petruccioli, per il fatto che, a suo tempo, Concetto Marchesi non aveva condannato l'invasione dell'Urss in Ungheria.
Di fronte a questo inaspettato rifiuto, molti intellettuali, tra gli altri anche il poeta Andrea Zanzotto, hanno sottoscritto un invito a "quanti hanno sensibilità politica e culturale, a rimediare all'errore incautamente compiuto e a rendere a Concetto Marchesi il riconoscimento dovuto, pur senza nulla togliere alle ombre che, a posteriori, si possono addebitare a scelte risalenti ad un periodo storico in cui il mondo occidentale si presentava manicheo e pericolosamente diviso."
Ma perché sarebbe dovuto il riconoscimento alla memoria di Concetto Marchesi?
Una risposta già sufficiente potrebbe essere la sua bella Storia della Letteratura Latina e i suoi saggi su alcuni grandi scrittori latini, tra cui Lucrezio, Seneca, Tacito.
Ma ciò per cui si vorrebbe che fosse in particolare ricordata la sua figura nell'anniversario della morte, oltre che la sua fama di latinista, è un fatto particolare e straordinario: il forte, bellissimo appello che, nel terribile inverno del 1943, Concetto Marchesi lanciò, in qualità di Rettore dell'Università di Padova, agli studenti affinché si ribellassero contro il fascismo e l'occupazione tedesca. Un evento il cui ricordo ancora rinnova in molti l'emozione, specie qui a Padova, e che resta unico nella storia della Resistenza europea.
Il 9 novembre del 1943 c'era stata l'inaugurazione del 772° Anno Accademico e Marchesi, il Rettore, aveva pronunciato, nel suo caratteristico stile solenne che si era formato nello studio amoroso dei classici latini, parole che avevano fatto vibrare tutta la sala gremita di studenti e professori, ma anche di militi repubblichini armati: "La città sente che qui dentro, ora, si raduna ciò che distruggere non si può: la costanza e la forza dell'intelletto e del sapere." Aveva detto. Aggiungendo in conclusione: "Giovani, confidate nell'Italia. Confidate nella fortuna, se sarà sorretta dalla vostra disciplina e dal vostro coraggio: confidate nell'Italia, che deve vivere per la gioia e il decoro del mondo, nell'Italia che non può cadere in servitù senza che si oscuri la civiltà delle genti."
I militi non avevano osato, per la folta presenza degli studenti, interrompere o toccare il Rettore. Nei giorni successivi tuttavia
È morta a ottantasei anni Adele Faccio. Quelli della mia generazione, in particolare le donne e i democratici, sanno benissimo chi era e ne conservano una felice e grata memoria a causa delle sue battaglie per i diritti civili e, in particolare, in favore della legge che, regolando l'aborto, lo sottrasse alla clandestinità , al rischio di morte e alla speculazione.
Sembrano invece piuttosto smemorati i media, che hanno dato limitato rilievo alla notizia e riservato solo poche succinte righe alla rievocazione della sua figura.
Fa eccezione, e perciò lo riporto qui di seguito, questo ricordo che le ha dedicato sul Corriere della sera, Maria laura Rodotà .
(Ad esso, in questa parentesi che scrivo oggi, domenica 11 febbraio, si può aggiungere l'articolo di Adele Cambria sull'Unità , che stamattina può trovare in edicola chiunque si alzi prima di mezzogiorno):

10 febbraio 2007
L'addio a Adele Faccio, femminista e radicale
Una vita di battaglie per i diritti delle donnedi
Maria Laura RodotÃ
Era, per chi la conosceva, «la buonissima Adele Faccio». Una signora non giovanissima già negli anni Settanta; per niente curata alla maniera delle politiche di oggi; pesantemente presa in giro perché non era una pinup, oggetto di continue battute per il suo nasone. Era, non c'è che dire, coraggiosa. Nel gennaio 1975, aveva già 54 anni, parlando a una manifestazione dei radicali al teatro Adriano di Roma raccontò di aver abortito. Allora l'aborto in Italia era un reato. Lei fu subito arrestata. Marco Pannella digiunò per la sua scarcerazione. L'aborto fu dichiarato parzialmente non incostituzionale dalla Corte l'anno dopo. La legge sull'interruzione volontaria di gravidanza fu approvata nel 1978.
Oggi l'Adriano è una multisala, e di Adele Faccio non si ricordava più nessuno, fino a ieri. Adesso forse qualcuno/qualcuna saprà o si ricorderà chi è, e scoprirà un personaggio italiano anomalo; una donna di fondo quieta, parecchio avanti per i suoi tempi. Coltissima, determinata, indipendente e protestataria dalla nascita. «Tutti i bambini nascono facendo uè uè, ma tu sei nata gridando no!» scriveva in un suo libro, e parlava di sé stessa. Nata a Pontebba, in provincia di Udine, nel 1920, da madre piemontese e padre genovese anarchico, si era laureata a Genova in lettere, era stata staffetta partigiana, era andata a stare a Barcellona, vivendo con un pittore, partecipando alla vita culturale e alla resistenza contro Franco; appassionandosi alle forme di resistenza non violenta. Tornata a Genova nel 1953, si era messa a insegnare. E, raccontò poi un ex allievo «ha conquistato gli studenti. Ha parlato il linguaggio delle fabbriche. Ha parlato di antifascismo e di resistenza, di lotte per l'avvenire». Argomenti oggi demodé, da lei illustrati in perfetto francese. A pensarci, tutta la sua storia oggi è fuori moda, anche troppo. Salutati gli studenti, era andata a Milano, da prof militante a certificata bohémienne di sinistra. Bohémienne vera, non benestante curiosa: viveva in una sgarrupata casa di ringhiera, traduceva Che Guevara e gli scrittori sudamericani, scriveva su riviste culturali con nomi espliciti come «Il disincanto» o surreali come «Il canguro».
Alla fine degli anni Cinquanta – non un periodo ideale per le madri singole - fece un figlio da sola. Non aveva voluto che il padre lo riconoscesse, e diceva: «Eravamo liberi tutti e due ma non ci sentivamo di sposarci, tutto qui». Tutto qui, o forse no; comunque tirò su il figlio da sola e quando arrivò il femminismo diventò femminista, anzi lo era sempre stata.
Riordinando lo scaffale (in previsione dello spazio che richiederà l' Epistolario di Flaubert, di cui, dopo aver letto questo post di gabrilù, non potrò più fare a meno) ho riaperto, come succede, qualche libro molto amato che mi tornava sottomano.
Tra questi, Una storia di amore e di tenebra del mio caro Amos Oz, che (non a caso, perché c'era un'orecchia) mi si è aperto alla pagina in cui si trovano queste righe, che vi ricopio, per puro desiderio di condivisione:
"Questi sono i fatti. La verità però non la conosco perché della verità non ho quasi mai parlato con mio padre. Non mi raccontò quasi nulla della sua infanzia, dei suoi amori, dell'amore in generale, dei suoi genitori, della morte di suo fratello, della sua malattia, della sua sofferenza, della sofferenza in generale. Non parlammo mai nemmeno della morte di mia madre. Nemmeno una parola. Io del resto non gli facilitai le cose, e non ho mai voluto aprire il discorso con lui, perché alla fine chissà mai cosa sarebbe venuto fuori. Se dovessi mettere qui per iscritto tutto quello di cui non abbiamo mai parlato, mio padre ed io, riempirei due libri. Quanto lavoro mi ha lasciato mio padre. Sono ancora qui all'opera."
E ancora, sempre di Oz, quest'altro pezzo che, già scritto in Lo stesso mare, Oz riporta in Una storia di amore e di tenebra:
"Chi è nato di donna porta il peso di due genitori sulle spalle. Dentro il grembo.
Per tutta la vita non fa che sostenere loro e la folta schiera di chi è venuto prima:
genitori di genitori, avi di avi di avi: come una scatola cinese fino all'ultima generazione.
Non si fa che seminare e inseminare genitori, in ogni gesto. Andando raminghi e restando fermi.
Ogni notte si spartisce il letto con un padre e il sonno con una madre, sino allo spuntar del giorno."
Una storia di amore e di tenebra, traduzione (questa volta) di Elena Loewenthal, Feltrinelli 2003.
"È vero, aveva scelto lui di vivere solo, ma non insopportabilmente solo. La cosa peggiore, nell'essere insopportabilmente soli, era che si doveva sopportarlo - o questo o andare a fondo. Era dura impedire alla mente di remare contro voltandosi indietro a guardare con rabbia al sovrabbondante passato."
Sono righe tratte da EVERYMAN, il romanzo di Philip Roth uscito da poco in Italia (Einaudi, traduzione di V.Mantovani). Il romanzo (ne avevo già fatto cenno quest'estate, qui) parla della vecchiaia e della morte, senza tabù di sorta e con la straordinaria forza espressiva che è la grandezza di questo autore. La storia del protagonista, che non ha nome perché è everyman, appunto, cioè ognuno, un mortale come tutti noi (come il protagonista, rappresentante tutta l'umanità , di un famoso Morality Play del medioevo inglese), viene narrata partendo dalla fine, dal suo funerale, e risalendo poi indietro all'ultimo periodo della sua vita, e al suo riflettere dal punto di vista della vecchiaia sul passato.
Ecco un altro frammento che si riferisce a una donna conosciuta ad un corso di pittura che il protagonista tiene per altri anziani, una donna che soffre di atroci dolori alla schiena a causa di un'artrite intrattabile.
"Prova vergogna per ciò che è diventata, pensò, ne è imbarazzata, avvilita, umiliata al di là quasi di quanto lei stessa sappia riconoscere. Ma chi di loro non lo era? Erano tutti imbarazzati da ciò che erano diventati. Non lo era anche lui forse? Per i cambiamenti fisici. Per la menomazione della virilità . Per gli errori che lo avevano distorto e i colpi - sia quelli che si era inflitto da sé sia quelli venuti dall'esterno - che lo avevano deformato. Quello che però dava un'orribile grandiosità all'avanzante degradazione di cui era vittima Millicent Kramer - e nel confronto rimpiccioliva lo squallore della propria - era naturalmente il dolore, ribelle ad ogni cura. Persino i ritratti dei nipotini, pensò, quelle fotografie che i nonni tengono dappertutto per la casa, forse lei non li guardava nemmeno più. Niente, mai più niente se non il dolore."
Avverto che questi brani sono stati tradotti da me. E ricordo qui una bella intervista di Roth, che già avevo segnalato nell'altro post.
Su La Repubblica cartacea di oggi, Massimo Livi Bacci conclude un suo articolo, intitolato Se i Pacs sono il "male minore" osservando:
"Una ragione della disaffezione dal matrimonio sta anche nella sua "mercificazione" e quindi nel costo crescente della cerimonia. Una crociata vigorosa delle gerarchie e dei parroci che separasse nettamente la celebrazione del sacramento dalle coreografie e dai festeggiamenti profani riporterebbe al matrimonio più coppie di quante i patti [i Pacs] non ne possano allontanare."
Il suggerimento sembra ragionevole. E, considerando che per una cerimonia nuziale "media", che si uniformi cioè a "quello che fanno tutti" (e cioè l'abito bello della sposa, le foto e le riprese filmate, il pranzo, le bomboniere, la musica, le partecipazioni e, infine, il viaggio di nozze all'estero), vanno via per lo meno quindici o ventimila euro, c'è da stupirsi che i preti non abbiano già pensato a una simile crociata e, per invogliare i disaffezionati al matrimonio, non abbiano propagandato la necessità di cerimonie più sobrie per quel sacramento.
Il fatto è, però, che i preti sanno che molte coppie scelgono la cerimonia in chiesa soprattutto perché è ritenuta coreograficamente più suggestiva, e, pessimisti come sono sul conto dell'umanità , nutrono il timore che, tolta la coreografia, solo i credenti convinti sceglierebbero ancora di sposarsi all'altare.
Così ci sarebbero probabilmente meno matrimoni concordatari di quanti ce ne siano oggi.