Come non si può fare a meno di sapere, le gerarchie della Chiesa insistono strenuamente nel sostenere che una legge che riconoscesse i diritti delle coppie di fatto minerebbe l'istituzione della famiglia.
La Chiesa, per quel che ne capisco, sembra temere che le coppie finirebbero col preferire un matrimonio debole (un'unione di fatto riconosciuta dall'anagrafe e dalla legge) al matrimonio forte (il classico contratto celebrato dinanzi alle autorità civili e, meglio ancora, dichiarato indissolubile in quanto Sacramento dalla Chiesa stessa). Il matrimonio debole attirerebbe tutte quelli che, non essendo disposti a impegnarsi e a battersi per la tenuta della propria unione, lo sceglierebbero in base a un calcolo di disimpegno, che li renderebbe di per sé meno affidabili come eventuali futuri genitori (sarebbero cioè genitori deboli ed evanescenti anch'essi).
Secondo la Chiesa, insomma, riconoscere diritti alle coppie che evitano l'assunzione pubblica di responsabilità del matrimonio classico, farebbe aumentere il numero di unioni irresponsabili, con conseguenti famiglie distrutte da separazioni, con figli sballottati tra genitori litigiosi e amareggiati, e tutto il resto che ne consegue.
Lascio perdere ora di discutere altri aspetti, per nulla secondari secondo me, dell'attaccamento della Chiesa al matrimonio tradizionale - come per esempio il fatto che, eludendo la cerimonia pubblica, le coppie-di-fatto sfuggirebbero al controllo della Chiesa stessa, che continua ancora a fondare molta parte del suo appeal (relativamente ai matrimoni) sulla superiorità estetica che generalmente viene attribuita alla sua cerimonia rispetto a quella civile. Qui ci sarebbe troppe cose da aggiungere, sia rispetto all'intreccio tra "estetica", "consumismo" e "sacramento", passando per la "sintesi" dei corsi prematrimoniali nelle parrocchie, sia rispetto alle caratteristiche dell'Annullamento in confronto al divorzio. E il discorso si farebbe troppo lungo.
Invece, mi chiedo: si può sensatamente dire che la debolezza o fragilità dei matrimoni contemporanei dipenda dalle leggi (quella sul divorzio, per esempio) e possa dalle leggi venire arginata o accentuata (istituendo o non istituendo i Pacs, per esempio)? O non è esattamente il contrario, e cioè che sono le leggi, invece, a venire rese necessarie dal cambiamento già in atto nei costumi, che esse si limitano a riconoscere e regolare?
E che cosa ha provocato questo cambiamento riguardo alla solidità matrimonio?
Il distacco dalla religione e dai sani principii tramandati dalla Chiesa che non trovano più la loro naturale eco nella società ?
Le mode, il cinema discinto che si vede, le musiche diaboliche che si ascoltano, la vita frenetica che si fa, l'ideologia consumistica, l'insidia ideologica laico-agnostica-ateo-comunista (in breve: per tutto ciò che fa tanto ribrezzo anche ai bravi islamici)?
Tutto c'entra o può entrarci, naturalmente. Ma se mi si chiedesse di individuare, in sintesi, i principali motivi che hanno determinato il cambiamento di fatto avvenuto nel matrimonio minandone la durata, io ne indicherei due:
1) l'idea che il matrimonio debba essere fondato sull'amore e
2) l'emancipazione economica della donna.
L'idea che ci si debba sposare per amore anziché in base a considerazioni di convenienza economica e sociale fece capolino col Romanticismo e si è andata affermando nelle nostre società nel secolo scorso. Oggi dalle nostre parti non è messa in discussione da nessuno, e un matrimonio combinato dalle famiglie (come era nella norma fino più o meno a cent'anni fa) è un residuo arcaico che non appare più accettabile.
Tuttavia era proprio quel tipo di matrimonio, combinato sulla base di considerazioni economico-sociali e di prudenza umana e politica, ad assicurare ragionevolmente la durata dell'unione (cioè la sua riuscita). Si trattava infatti di un matrimonio accettato dagli sposi come un impegno e un'impresa comune, in cui essi si associavano legandosi sulla base di una stima della convenienza reciproca, indipendentemente dai sentimenti spontanei di amore e perciò anche dal loro sviluppo e dal loro decadere. Il matrimonio poteva essere felice o meno felice, ma era quasi sempre indissolubile e per la vita.
Invece, una volta accettato l'amore come base del matrimonio, si è esposta la tenuta dell'unione alla fragilità (e scarsa controllabilità ) di un sentimento, che solo raramente, e quasi come eccezione, dura effettivamente per una vita intera. Se causa e fondamento del matrimonio è l'amore, l'esaurirsi di questo sentimento sarà coerentemente un motivo giustificato per la separazione.
L'altro forte argine contro la dissoluzione dei matrimoni era la dipendenza economica della donna. Oggi che le donne nelle nostre società riescono a mantenersi da sole, le remore e i timori di fronte a una separazione sono di natura meno vincolante rispetto a prima, e anche questo argine si è sgretolato.
C'è da chiedersi come si possa credere che questi due mutamenti profondi nella nostra cultura possano venire bloccati o fatti rifluire semplicemente non riconoscendo legalmente la realtà delle loro conseguenze. Occorrerà , penso, affidarsi parallelamente a una massiccia propaganda ideologico-religiosa.
Chissà che quest'ultima non riesca infine a convincere le donne a tornarsene a casa e, pur magari non velandosi dietro burka nostrani, a ricominciare a sposare uomini scelti oculatamente dai padri, dai nonni e dal parroco.

Emanuele Luzzati
Ricordo di averlo incontrato due o tre anni fa, a Certaldo, dove mi trovavo per caso e per caso avevo scoperto che c'era una sua mostra di illustrazioni. Illustrazioni per le novelle di Boccaccio.
La mostra era bellissima. Visitarla fu una felicità : i colori festosi di quelle immagini comunicavano appunto felicità . E comunicava letizia anche lui, l'autore: occhi vivi e sorridenti, un sorriso pieno di gentilezza. Gli chiesi una firma sul libro che avevo acquistato, e volle aggiungere anche un piccolo disegno che parve fiorire come per una sorta di naturale miracolo, sotto la sua penna, quasi sbocciasse da solo.
Su Luzzati articoli, fra l'altro, sulla Stampa e sull' Unità .
E un ricordo anche QUI, nel blog di Elena.
Il linguaggio giornalistico ormai è concorde nel definire umanitarie le catastrofi che investono intere popolazioni sfoltendole dei loro membri più deboli o sfortunati. Non pare che ci sia coscienza delle possibili implicazioni cinico-ironiche di tale aggettivo, che fino a qualche decennio fa indicava esclusivamente imprese in favore del benessere umano.
Tuttavia, come capita spesso nel linguaggio, un errore può finire col rivelare al proprio interno una inconsapevole, e non facilmente dicibile, verità .
Questo mi è venuto in mente leggendo la recensione (apparsa sul Supplemento letterario del Times, TLS del 12 gennaio 2007) del libro di William.F.Ruddiman, intitolato Plows, Plagues and Petroleum (Aratri, pestilenze e petrolio). Ruddiman è un noto paleo-climatologo, che è stato professore di Scienze dell'ambiente presso l'Università della Virginia. La sua tesi è che il clima è stato influenzato dall'uomo non solo negli ultimi duecento anni in seguito allo sviluppo industriale, ma da ben ottomila anni, da quando cioè ha cominciato a diffondersi la pratica dell'agricoltura. Dall'Età del Ferro in poi, la zona mesopotamica e del Mediterraneo orientale, la Cina, l'America meridionale diedero inizio ad ampie deforestazioni, con combustioni di legname e costruzione di ampie reti di canali per l'irrigazione, che immisero nell'atmosfera fin da allora milioni di tonnellate di anidride carbonica e gas di metano, raggiungendo livelli di poco inferiori ai preoccupanti attuali, e ottenendo un "effetto serra", col relativo riscaldamento climatico, simile a quello di cui oggi si parla.
Ma qual è il punto interessante del discorso?
Il punto consiste nel fatto che Ruddiman, volendo capire i motivi dei misteriosi cali dell'anidride carbonica nel corso degli ultimi duemila anni (che si possono rilevare esaminando i ghiacci dell'Antartico), ha pensato di compararli con le notizie tramandate sulle vicende umane di quei millenni. Così, consultando i testi di Storia, ha scoperto che i cali di CO2 coincidono con le epoche immediatamente successive alle grandi epidemie e pestilenze, quando, tagliato violentemente il numero della popolazione, le attività agricole venivano sospese e vaste zone di territorio finivano riconsegnate alla foresta.
I minimi di presenza di CO2 nei ghiacci, dice il nostro studioso, coincidono con la grande peste del 540-42 d.C. che sterminò il 40% della popolazione dell'Europa e del medio Oriente. Mentre il lungo intervallo privo di pestilenze fino al XIV secolo coincide con una ripresa della presenza di anidride carbonica.
Un nuovo calo si ha in coincidenza con la grande peste della metà del 1300 che uccise un terzo della popolazione europea. Ne seguì un raffreddamento del clima che si protrasse fino alla nascita della moderna industrializzazione basata sul carbone e poi il petrolio ecc., che, come sappiamo, ha rapidamente fatto crescere le immissioni nocive fino a suscitare gli allarmi drammatici che sempre più spesso ci raggiungono attraverso i mezzi di comunicazione.
Insomma, se ne ricava che finora, nel corso della storia, anche per quanto riguarda il clima, la sopravvivenza della nostra improvvida specie è stata favorita dalle grandi catastrofi che, davvero umanitariamente, ne hanno drasticamente sfoltito la popolazione.
(Per quanto riguarda i contenuti del libro di Ruddiman, ho attinto qui a quanto ne scrive il recensore, Richard Hamblyn, sul numero 5415 del TLS, 12 gennaio 2007)
L'idea di rendere illeggittimo il negare i campi di sterminio nazisti contro ebrei, zingari e omosessuali (oltre che, come è consuetudine in tutte le dittature, gli oppositori politici) è pericolosamente balorda. Lo hanno già fatto notare vari storici e intellettuali (vedi l'appello firmato da più di duecento storici, pubblicato ieri su La Repubblica), nonché autorevoli esponenti del mondo ebraico, come tra gli altri l'ex rabbino capo Toaff.
Sarebbe come voler stabilire per legge che la terra ruota intorno al sole, oppure (e qui mi riaggancio al dialogo con Lorenz nei commenti al mio post dell'altro giorno) che la teoria dell'evoluzione è un passo avanti nella conoscenza della realtà .
La conoscenza delle cose (sembra quasi superfluo dirlo, ma evidentemente non è così) andrebbe promossa, non tanto attraverso la reiterazione di affermazioni (per quanto fondate e veritiere), quanto soprattutto attraverso la diffusione dei metodi di conoscenza razionali e scientifici. Solo promuovendo una pratica educativa che tenga conto di questo, potrebbe svolgersi anche quella "battaglia culturale" che gli storici ritengono "necessaria" per fare diventare coscienza comune la verità storica dello sterminio nazista.
Un sistema di vincoli legali che stabilisca ciò che in campo storico-scientifico è lecito affermare o negare sarebbe un sistema autoritario dogmatico: non promuoverebbe la conoscenza, perché non promuoverebbe la capacità di pensare criticamente. Mentre c'è uno straordinario bisogno, in questo momento più che mai, della capacità di pensare criticamente.
In questo momento più che mai, perché ci troviamo per la prima volta davanti a una massa senza precedenti di informazioni che i nuovi mezzi di comunicazione mettono a disposizione di tutti, ma senza alcun filtro che segnali la bufala, o la cattiva rimasticatura di concetti orecchiati, le piatte o anche fantasiose sciocchezze, rispetto alle testimonianze comprovate o ai risultati di studi e ricerche accurate.
Le informazioni e le disinformazioni viaggiano nello stesso treno confuse e indistinguibili a occhi inesperti, ciascuna irradiando una propria capacità di suggestione e appellandosi all'incapacità di orientamento di una grande massa di destinatari.
E allora, cosa si vorrebbe fare? Creare un'authority ufficiale e legale che stabilisca quali siti su internet sono "veritieri" e quali no? Quali affermazioni che circolano in rete sono sensate e credibili e quali sono sciocchezze? Ripristinare un Indice delle letture lecite e di quelle illecite?
Singoli siti potrebbero utilmente svolgere una funzione di indirizzo e di filtro. Ma che tale compito venga assunto da un'istituzione legale non potrebbe che essere un fatto negativo, perché riporterebbe l'intera popolazione a uno stato di minorità di fronte ai pochi che detengono e gestiscono il sapere.
Non solo. Se, ritornando ai metodi del passato, le verità dovessero venire imposte per legge, c'è anche il rischio che l'irrazionalismo, che accompagna inevitabilmente tanta parte dell'ignoranza appassionata di molti, nutra l'idea che il semplice fatto che qualcosa sia vietata e perseguitata possa costituire prova di una sua segreta e rivoluzionaria verità .

Luciana Littizzetto
e

(la sua spalla?)
Nl 1979, io non lo sapevo, ma qualcuno di voi forse sì, nell'esercito degli USA venne istituita una unità segreta chiamata First Earth Battalion (Primo Battaglione Terrestre) all'interno di un progetto Stargate, che si proponeva di studiare e mettere a punto tecniche di difesa basate su poteri extrasensoriali.
I partecipanti si occupavano di ricerche nel campo della parapsicologia e sostenevano tra l'altro che, sviluppando le loro forze psichiche, i soldati avrebbero potuto diventare invisibili o anche passare attraverso i muri, se solo, per esempio, si fossero correttamente concentrati sulla struttura atomica del proprio corpo in relazione con quella del muro (gli esperimenti per attraversare i muri furono la specialità del generale Albert Stubblebine), o avrebbero anche potuto uccidere le capre con lo sguardo, un po' come Troisi che cercava di spostare il vaso (esperimenti con le capre pare che siano stati di fatto condotti a Fort Bragg).
Tutto ciò venne sospeso nel 1995, avendo la CIA verificato che non si erano ottenuti risultati.
E tuttavia, anche se il passaggio attraverso i muri aveva portato solo alla rottura di qualche naso, le ricerche non potevano dirsi davvero del tutto inutili. Solo che i risultati ottenuti erano di altro genere, più interessanti, tanto da tornare utili ora per la famosa lotta al Terrorismo dichiarata dall'attuale presidenza degli USA. Si tratta di sperimentazioni riguardanti il modo di intervenire sulla normale psiche umana e condizionarla nel corso, per esempio, di interrogatori.
Quei bizzarroni che avevano partecipato alle ricerche parapsicologiche nel First Earth Battalion sono infatti rispuntati fuori per sfoderare nuovi metodi di vera e propria tortura da sperimentare a Guantanamo. Metodi molto poco parapsicologici, a dire il vero: uno, per esempio, consiste nel creare dipendenza da eroina nel prigioniero e poi provocargli crisi di astinenza di cui approfittare per ottenere informazioni; altri consistono in aggeggi adatti a provocare dolore senza lasciare tracce (uno agisce, per esempio sul timpano) e via continuando così, non senza aspetti orrendamente grotteschi, come l'uso di canzoncine infantili, che dovrebbero far regredire la vittima a una condizione di dipendenza impaurita.
Tutto questo è descritto in modo brillante, con umorismo nero, e però anche con credibile documentazione nei libri e documentari del giornalista inglese Jon Ronson, di cui il più noto è The Men who Stare at Goats.
Tutto ciò dopo aver ascoltato una bella conferenza del biologo inglese Richard Dawkins QUI.
Richard Dawkins è l'autore del libro The God Delusion, che contenendo argomentazioni contro la religione, sta da vari mesi facendo molto discutere in America, in Inghilterra e in Europa, tranne che in Italia, dove ancora non ne è apparsa la traduzione.
Il link per il suo sito QUI.
Doveva farsi una ragione del fatto che non esisteva consolazione.
Non era un credente: i conforti della religione gli erano stati descritti, ma davano piuttosto l'impressione di tormenti. L'idea di essere colto da un rapimento ultraterreno, da una segreta comunione, era profondamente allarmante, come un indizio di pazzia. L'esempio poi delle persone religiose, come i repellenti Rogerson, lo aveva allontanato per sempre. Preferiva un modesto stoicismo, che considerava essenzialmente laico. Questo comportava una scrupolosa attenzione ai compiti di ogni comune giornata, e la buona coscienza che talvolta gli accadeva di sentire alla fine di una giornata siffatta. L'arte era una cosa diversa, particolare, separata; non c'era alcuna possibilità di armonizzarla con un qualche vago impulso verso l'amore. L'arte, e con tale termine lui intendeva la pittura e la letteratura, un po' meno la musica, forse, risvegliava in lui l'intuizione di un mondo al di là del suo piccolo mondo. Le grandi idee, i nobili argomenti, gli aprivano la mente e il cuore. Andava nelle biblioteche e nei musei come altri potrebbero andare in chiesa. E ne usciva rimescolato, pieno di ammirazione e rispetto dell'alterità , e grato per le tremende e senza dubbio sofferte energie confluite nella produzione di tali opere, grato anche per la reazione della propria sensibilità . Non sarebbe stato capace di condividere, ma era capace di sentire; e ciò gli bastava. Certi giorni era in grado solo di osservare, ma anche queste osservazioni, del tipo di quelle che potrebbe fare uno studente diligente, facevano sì che provasse un sentimento di rispetto, un rispetto misteriosamente assente in altre circostanze. Egli si considerava un impenitente uomo del ventesimo secolo, senza alcuna probabilità di essere redento da rivelazioni dell'ultim'ora, o meglio, proprio da nessuna rivelazione di sorta.
da A Private View di Anita Brookner, Penguin Books 1995.
Lo scontro tra civiltà , la contrapposizione tra noi e loro, tra le radici padano-celtiche o cristiane e quelle terrone arabo-africane islamiche ecc. ha trovato una sua smentita nel nome della bestialità che accomuna e affratella la specie umana. Non fu il consorte tunisino appena uscito dal carcere, non furono i malavitosi extracomunitari o calabri, ma furono i vicini, i condomini aborigeni, due di noialtri, a uccidere madre e bambino e nonna e malcapitati soccorritori, e a cercare di cancellare le prove per poi riprendere la vita normale facendo ricadere su altri la colpa.
Alla bisogna, per i più futili motivi, così come per soldi, e magari per odio razziale, si è ben capaci anche qui da noi, come nel resto del mondo, di sgozzare. Quale prova più evidente della fratellanza universale?
Secondo quanto riportato stamattina dai giornali (vedi qui), pare che i due indagati della strage di Erba abbiano confessato.
ancora una poesia di Giovanni Monasteri
frutta secca
Della mia eroica fanciullezza
ho ancora ricordi, tristi alcuni.
Nidi predati, mandorli bruciati,
uno stecco piantato a gennaio
che non mise mai foglie. Ricordo
i mandorli bacchiati con le pertiche,
e gli ulivi, e una pioggia di mandorle
simili a tante piccole mani giunte.
Ho potuto vedere, oltre che scriverne,
case di pietra e calce. E mangiare
pane di grano mietuto con la falce.
Non sono ancora vecchio, eppure ho visto
davvero, e anch'io ne stupisco,
pecore cane e pastore
bere tra le pietre del torrente
come nel presepe. Non era, no,
una vacanza esotica,
né un servizio alla televisione.
La mietitura, sì, e la trebbiatura
sull'aia. E la raccolta delle olive,
delle noci, delle nocciole.
Le dita fra le zolle erano rapide
come i becchi dei polli nel mangime.
Ho visto versare l'olio nelle giare,
salare il cacio, cuocere il pane
nel forno a legna, il pane che non manca.
E fiori, naturalmente.
Fiori d'ogni colore e d'ogni stagione:
persino tra le foglie ampie del fico
sdraiato come un asino sull'erba.
Ero così piccolo
che il mio cavallo era un cane.
Si chiamava Giordano.
Quando il cane morì
fu una pessima annata
per il grano e le noci.
Non aveva piovuto, o chissà cosa.
Nei gusci avvolti in ragnatele nere
non c'era che muffa. Delle mandorle,
poi, restava un pugno di gherigli
e molti gusci da ardere.
di Giovanni Monasteri
da Preghiere per far piovere (www.FeaciEdizioni.it)
e su Proteus
"Credi proprio che, perché sei virtuoso tu, non debbano più esserci al mondo dolciumi e birra?"
Questa franca battuta, laica, è indirizzata a Malvolio, un maggiordomo puritano e ipocrita che vorrebbe imporre ordine e sobrietà nelle cucine, dove la servitù s'è riunita per una improvvisata festicciuola e sta cantando e bevendo in allegria.
Si tratta de La dodicesima notte di Shakespeare. La cito oggi, perché la Dodicesima Notte non è altro che quella dell'Epifania.
Ogni riferimento all'ossequio obbediente (e trasversale) che viene invece rivolto da parte di molti nostri politici alle posizioni delle gerarchie cattoliche in questioni di morale, di matrimonio, di atteggiamento verso il sesso e il piacere, o la sofferenza e la morte ecc., e alla conseguente volontà di imporre all'intera comunità la morale (e magari anche i gusti musicali) di un gruppo, non è affatto casuale.