CRITICA DELL'INTERFACCIA


Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001

un'altra scrivania di/per Anna Setari
[blog fondato da Giovanni Monasteri]



Feaci poesia   


            Licenza Creative Commons
Questi testi sono tutelati da
Licenza Creative Commons




       

commenti recenti
brianzolitudine in le realizzazioni del...
AnnaSetari in perché solo loro?
proteus2000 in perché solo loro?
lalucedialcor in perché solo loro?
quyinto in perché solo loro?
AnnaSetari in Brazen, brash, bronz...
arden in Brazen, brash, bronz...
quyinto in una proposta
aitan in una proposta
utente anonimo in diario notturno

Contatore

visitato *loading* volte

 
lunedì, 27 novembre 2006

Una nuova poesia di Giovanni Monasteri

In ufficio

Dovrebbe essere insonorizzato
questo intelligent building,
questo acquario del cazzo.
Non dovremmo sentire nulla,
più nulla, murati a vita come siamo
tra così spesse vetrate.

Ma il mio ufficio è presso l'autostrada,
vicino alla tangenziale,
dirimpetto al centro commerciale:
balugina qualche luce natalizia
nell’acquerugiola oziosa.
E tutto il giorno ho nella testa il rombo
dei tir, incessante (o il rumore
dei condizionatori?).

Un collega canticchia in falsetto
"Amore..." e non so cosa. Pare un gattino
sofferente, gnaulante, le orecchie
tappate dalle cuffiette.

Nel grigio sonnacchioso
striato di fuochi lividi
il fumo, forse il fuoco
di fumaioli letali (il petrochilmico).
Sono stanco, stanco, stanco.
Stanco. E anch'io insonnolito
come non avessi dormito
- o non mi fossi mai svegliato (amore)
in tutti questi anni.

Giovanni Monasteri


Per leggerne ancora altre, bellissime, basta andare QUI.

Postato da: AnnaSetari a 17:09 | link | commenti (11) |

sabato, 25 novembre 2006



Philippe Noiret

Postato da: AnnaSetari a 07:37 | link | commenti (6) |

giovedì, 23 novembre 2006
libri

Tra le tante notizie di ordinari orrori, leggo (QUI) che, secondo Amnesty, nelle carceri della Russia si fa uso ordinario della tortura.
Niente di inaspettato. Tuttavia mi imbatto in questa frase:
"I prigionieri vengono colpiti con pugni, sfollagente, bottiglie di plastica piene d'acqua, libri."
Mi colpisce il dettaglio dei libri. L'uso che se ne può fare quando si evita di leggerli.

Postato da: AnnaSetari a 07:11 | link | commenti (9) |

mercoledì, 22 novembre 2006
successo dei sogni

Ogni volta che leggo o sento pronunciare la parola "sogni" come sinonimo di ideali o speranze per cui si è disposti a lottare, non riesco a non provare un senso di fastidio.

A me pare che sogno, come sinonimo di speranza ne sottolinei l'aspetto della irrealizzabilità. Come sinonimo di ideale, ne sottolinei l'illusorietà.
Ci sarebbe da aspettarsi quindi che il termine sogni per indicare speranze e ideali fosse usato soprattutto da chi per lucido pessimismo, amaro o cinico, non crede né alle une né agli altri, e magari li irride e comunque è convinto che i mali dell'umanità siano sostanzialmente irreparabili. Invece no. È usato per lo più da chi insiste su quelle speranze e non rinuncia ai propri ideali.
Da che può dipendere il successo di sogni come sinonimo di speranze e ideali?

Certo ci sono espressioni del linguaggio comune che potrebbero spiegare tale successo. Per esempio, si dice (non senza spesso, però, una certa lieve ironia) anche "realizzare un sogno d'amore", intendendo con ciò un sogno non certo impossibile da realizzare. E tuttavia anche questa espressione, quando non è scherzosa, sottintende peripezie da Promessi Sposi, lontananze oceaniche, ostacoli economici o familiari e di classe insormontabili che per anni ed anni hanno dichiarato quell'unione senza speranza, relegandone il desiderio nell'ambito dei sogni - quelli veri, quelli notturni, cioè, che hanno a che vedere col desiderio, appunto, più che con la speranza, che è un atteggiamento per così dire "diurno". (Si può desiderare, per esempio di non morire mai o di essere felici in ogni istante della propria vita, oppure desiderare che tutti siano buoni, e si vogliano un gran bene e non si facciano mai alcun torto reciproco e non prendano mai il raffreddore; ma non si può sperare, cioè pensare che davvero questo possa, sia pure con difficoltà, accadere, qui, su questa terra. Mentre si può sperare, invece, oltre che solo desiderare, di guarire dal raffreddore, di far riappacificare due che hanno litigato, di correggere qualche torto, di essere qualche volta felici.)

Forse, mi sono anche detta, il termine sogni piace perché sembra poetico nella sua vaporosa vaghezza (anche se poi in realtà certi sogni veri, notturni cioè, sono tremendamente netti e acuminati).
O forse perché fu adoperato nel discorso famoso di Martin Luther King, che però io immagino usasse il termine all'interno di moduli retorici biblici (come per lo più i protestanti e, di conseguenza, gli statunitensi), riferendosi cioè all'aspetto profetico del sogno.
Ma noi non siamo un popolo di lettori di Bibbia. La profezia del sogno spesso per noi (e lo dico senza alcun disprezzo) ha la forma dei numeri del lotto dati da un defunto o della previsione di una morte, di una malattia o di una guarigione di un nostro caro. Tutto resta in ambito strettamente familiare. Da noi insomma si sogna padre Pio, più raramente la scala di Giacobbe.

Siamo tuttavia gente sentimentale. Forse è questa infine la chiave per capire il successo del termine sogno e l'insuccesso di ideale. Quest'ultimo rimanda all'intelletto. L'altro al cuore. I sentimentali sono convinti che l'intelletto sia "freddo", e ne diffidano. Il termine sogno, dunque, potrebbe essere amato forse perché viene a collocarsi in una luce vagamente melodica e sentimentale, di canto e nostalgia. Di rimpianto. Perchè, cioè, senza volerlo ammettere, chi lo ripete ed usa, sembra in definitiva disposto ad amare preventivamente la propria sconfitta.

Postato da: AnnaSetari a 13:54 | link | commenti (2) |

venerdì, 17 novembre 2006
conversazione a cena

Non ho saputo fare a meno di tradurre un altro pezzo tratto da un racconto di Alice Munro: Bardon Bus è il titolo, e fa parte della raccolta The Moons of Jupiter.
La voce narrante è quella di una donna che ha avuto una storia d'amore con un uomo che lei indica con la sigla X. La storia è finita da qualche tempo quando lei riceve un invito a cena da un amico di X, Dennis.
Buona lettura.


Mi sono lavata i capelli e ho avuto un bel da fare col trucco, nella speranza che Dennis, se mai vedrà X, gli dica che ero attraente.
Oltre ai suoi viaggi, Dennis ha le sue teorie di cui parlare. Lui costruisce teorie: sull’arte, sulla letteratura, sulla storia, sulla vita.
“Ho una nuova teoria sulla vita delle donne. Ho sempre pensato che fosse assolutamente ingiusto il modo in cui andavano le cose per loro.â€
“Quali cose?â€
“Il modo in cui debbono vivere, in confronto agli uomini. In particolare la faccenda dell’invecchiare. Prendi te, per esempio. Pensa come potrebbe essere la tua vita se fossi un uomo. Le possibilità di scelta che avresti. Di scelte sessuali, intendo. Potresti cominciare tutto daccapo. Gli uomini lo fanno. Lo trovi in tutti i romanzi, e lo trovi anche nella vita. Gli uomini si innamorano di donne più giovani. Gli uomini vogliono donne più giovani. Gli uomini possono avere donne più giovani: un nuovo matrimonio, nuovi bambini, nuove famiglie.â€
Mi chiedo se non stia per dirmi qualcosa della moglie di X; forse aspetta un bambino.
“È un buon colpo per loro, no?†dice piacevolmente con la sua aria maliziosa. “Una mogliettina fresca, un nuovo bambino quando gli altri coetanei stanno cominciando coi nipotini. Tutti questi uomini che li invidiano e che vanno in cerca di immaginare come fare lo stesso. È tipico, no? Dev’essere difficile resistere alla voglia di ricominciare e di avere uno specchio giovane e grazioso in cui riflettersi, se si presenta l’occasione.â€
“Penso che sarei in grado, di resistervi.†Dico io allegramente, senza dar molto peso. “Non credo proprio che vorrei avere un bambino, ora.â€
“Ma è questo, è proprio solo questo: che tu non puoi averla, l’occasione! Sei una donna, e per una donna la vita va in un unico senso. Tutta questa faccenda di avere amanti più giovani, è solo fumo, no? Lo desideri, tu, un amante più giovane?â€
“Immagino di no,†dico prendendo da un vassoio il dessert. Di proposito mi sono tenuta leggera durante la cena, per lasciare molto spazio al dessert. Così da poter avere qualcosa in prospettiva, mentre ascoltavo Dennis.
“Una donna della tua età non può competere, “dice Dennis, insistente. “Tu non puoi competere con donne più giovani. E io prima pensavo che questa fosse una cosa disgustosamente ingiusta.â€
“Probabilmente per gli uomini è biologicamente corretto cercare donne più giovani. È inutile levar lamenti per questo.â€
“Insomma gli uomini hanno questo modo di rinnovarsi, di fare un nuovo pieno di vitalità, mentre le donne vengono, si può dire, estromesse dalla vita. Ho sempre pensato che fosse una cosa tremenda. Ma ora il mio pensiero ha subito un completo rovesciamento. Sai cosa penso ora? Penso che siano le donne le fortunate. E sai perché?â€
“Perché?â€
“Perché sono costrette a vivere in un universo di perdita e di morte. Oh, lo so, esiste il lifting. Ma che aiuto reale può offrire? L’utero si inaridisce. La vagina si inaridisce.â€
Mi accorgo che mi sta fissando. Continuo a mangiare il mio dolce.
“Ho visto una quantità di posti del mondo, una quantità di cose strane. Una quantità di sofferenze. La mia conclusione adesso è che non si può ottenere alcuna felicità barando con la vita. È solo attraverso una naturale rinuncia, attraverso l’accettazione del venir deprivati, che ci prepariamo alla morte e di conseguenza raggiungiamo una qualche felicità. Ti sembrano forse strane, queste mie idee?â€
Non riesco a farmi venire in mente nulla da dire.



Alice Munro: "Bardon Bus", in The Moons of Jupiter.

Postato da: AnnaSetari a 20:10 | link | commenti (6) |
letture, munro

giovedì, 16 novembre 2006
il mistero dell'amicizia

Ma che cosa sia esattamente l'amicizia resta un mistero. I gusti in comune? Storie. Le affinità o le differenze di carattere? Lo stesso modo di vedere le cose? I consigli reciproci? Altre belle frasi. La cosa più probabile è che dalle due parti ci sia la stessa certezza istintiva, assoluta, che l'altra non ti giudicherà. Puoi dirle qualsiasi cosa dalla suprema scemata al segreto più intimo, e sarai criticata, disapprovata, magari insultata, ma non da un giudice. La totale libertà di parola, insomma. O forse quel senso di irresponsabilità, di spensieratezza che è il bello irrecuperabile della giovinezza.

Carlo Fruttero: Donne informate sui fatti, Mondadori 2006.

Postato da: AnnaSetari a 06:50 | link | commenti (1) |
fruttero

mercoledì, 15 novembre 2006
non sono santi

Dunque ci siamo: la satira dovrebbe lasciar stare le autorità.
Non tutte le autorità. Per ora, solo quelle religiose.
Fiorello, Littizzetto, Crozza se la prendano pure con il presidente della Repubblica, se proprio vogliono, ma lascino stare papi e cardinali, e anche i loro satelliti e segretari, perché tutti questi, che non sono santi, si offendono.


la notizia QUI.

Postato da: AnnaSetari a 15:25 | link | commenti (3) |

venerdì, 10 novembre 2006
Identità

Una volta il Veneto, terra di contadini poveri, era anche terra fertile di preti: preti di origine contadina appunto, che predicavano prudenza, diffidenza verso le autorità diverse dalla Cesa (Chiesa), moderazione, e la politica di farsi ciascuno i "fati sui", "de no impacciarse nea poitica" – il contrario, per intenderci, dei don Milani e del motto I care. Questi preti che venivano da infanzie campagnole erano capaci inoltre, come in generale i contadini veneti che si sarebbero trasformati in pochi decenni in piccoli imprenditori, di trattare molto bene gli affari. Io ne conoscevo uno, infatti, che veniva soprannominato don Scheo.
Ma i tempi cambiano, e ora qui da noi c’è don Spritz, un prete giovane che gode fama di essere “moderno†e predicatore di successo. Non si tratta di un beone, come il soprannome potrebbe far credere, ma di un sacerdote che si è proposto di portare la buona novella tra giovani che la sera si intruppano, come è d’obbligo da qualche tempo, a prendere l’aperitivo (che qui è appunto lo spritz).
Ottimo proposito, potrebbe pensare un qualsiasi credente. Non fosse che poi bisogna vederlo e soprattutto ascoltarlo, questo don Spritz. Io, pur avendolo a due passi da casa, non ero mai andata a sentirlo, devo confessare, perché in chiesa solitamente vado solo per qualche funerale o, più raramente, per qualche matrimonio. Ma ieri l’occasione c’è stata.
Don Spritz è apparso infatti nella pletorica trasmissione di Santoro a dire anche lui la sua sul mondo, e io ho avuto modo di vederlo (in verità non l’avrei fatto di mia spontanea volontà, perché preferivo di gran lunga continuare a svagarmi con la malavita napoletana in stile televisivo combattuta da La Squadra su Rai3, ma mi sono giunte sollecitazioni telefoniche a non perdermi la trasmissione su Padova).
Dunque, per essere giovane, don Spritz è giovane. O almeno ne ha l'apparenza e condivide una certa giovanile inconsapevolezza della propria povertà di cognizioni. “Moderno†pure lo è, nel senso che segue le mode, o meglio i modelli correnti, come dimostra il suo look, un po' alla Baricco, se si vuole, maniche rimboccate e avambracci nudi anche sotto la pianeta da celebrante (in ogni caso fuori dall'altare è vestito in modo da non apparire a prima vista un prete, tranne che per la civetteria del collarino che spunta sotto il maglioncino chiaro) e, soprattutto, come dimostra l’ uso disinvolto e molto approssimativo della lingua.
Nonostante ciò (nonostante, voglio dire, il suo disinteresse linguistico), tiene fermamente alla questione dell’identità. L’identità sua, veneta, cristiana che vuole difendere, per esempio, opponendosi alla costruzione di una moschea qui a Padova: “Prima si devono integrareâ€, dice, “poi, dopo… magari...†E l’identità generale di non si sa bene chi, che lo porta a dire lì per lì che “nello Stato non può esserci una pluralità di identitàâ€. Gli dà manforte anche una pecorella esemplare del suo gregge di “giovaniâ€, una ragazza patavina delle superiori, che dice che a lei piace che ci sia il crocifisso in classe, perché così se alza la testa, magari durante qualche compito, si conforta. Parole che suonano come conferma della successiva affermazione di don Spritz, secondo cui “Gesù detta tendenza†anche oggi.
Questo giovane prete, che diresti adatto a partecipare al Grande Fratello (e chissà che non vi aspiri), va detto però che è anche molto equilibrato. Secondo la tradizione parrocchiale veneta, appunto. Con i modi ironici da sacrestia che condividerebbe totalmente anche don Scheo, si lamenta che “un tempo bisognava combattere contro chi non ci credeva, in Dio – i comunisti – e ora contro chi ci crede troppo…â€
Insomma lui è per un giusto mezzo. Crediamoci, sì, a questo Dio, ma non crediamoci troppo.

Postato da: AnnaSetari a 10:01 | link | commenti (24) |
identità, radici dell europa

giovedì, 09 novembre 2006
dedicato (non senza un filo di sadismo) a chi ama i libri

Traduco per tutti gli amanti della lettura questo frammento tratto da un racconto di Alice Munro, intitolato Accident, che fa parte della raccolta intitolata The Moons of Jupiter che io non so se sia stato pubblicato in italiano.


"Ogni settimana portava a sua madre tre nuovi libri dalla biblioteca. A sua madre piaceva la vista di un volume bello grosso. Qui c’è da leggere un sacco, diceva, proprio come avrebbe detto di un cappotto o di una coperta che sarebbe durato un sacco. E in effetti, il libro era per lei proprio come una grossa trapunta calda, in cui poteva avvolgersi, e starsene accoccolata. Quando arrivava verso la fine e la sua coperta cominciava a farsi sempre più sottile, contava le pagine rimaste e diceva: “Mi hai preso un altro libro? Ah, sì. È là. Mi ricordo. Be’, c’è quello ancora, quando finisco questo qui."
Ma veniva sempre il momento in cui lei aveva finito il libro e doveva aspettare che Frances andasse alla biblioteca e ne prendesse altri tre. (Per fortuna, Frances poteva riprendere lo stesso libro dopo un certo intervallo, tre o quattro mesi diciamo. Sua madre vi si sprofondava tutta di nuovo, persino dando qualche po’ di informazioni sull’ambientazione e i personaggi, come se non vi si fosse mai imbattuta in precedenza.)
Frances diceva a sua madre di ascoltare la radio nell’attesa, ma benché sua madre non si rifiutasse mai di fare quello che le veniva detto, la radio non pareva esserle di conforto. Fintanto che era, per così dire, scoperta, andava piuttosto nel soggiorno a prendere dallo scaffale un vecchio libro - poteva trattarsi di
Jacob Faithful o magari di Lorna Doone – e si metteva accucciata sullo sgabello basso aggrappandosi a quello da leggere. Oppure altre volte semplicemente si trascinava di stanza in stanza, strascicando. Non alzando mai da terra i piedi se non sulle soglie, tenendosi ai mobili, e sbattendo contro le pareti, cieca per non aver acceso la luce, debole perché non camminava mai ora, in balìa di una irrequietezza paurosa, una specie di lenta frenesia motoria, che la prendeva quando non aveva libri o cibo o pillole per il sonno che potessero tenerla a bada."

Image Hosted by ImageShack.us
Alice Munro (QUI c'è una sua bella intervista) è un’autrice canadese (n.1931) che ha scritto quasi esclusivamente racconti. È molto nota, specialmente nei paesi di lingua inglese. Io l'ho scoperta da poco, con la raccolta Nemico, amico, amante (Einaudi 2005) e mi è piaciuta tanto che ho voluto subito leggere dell’altro.
Lei dice di aver cominciato a scrivere racconti perché non aveva tempo di scrivere altro, avendo tre bambine. Comunque sia, la scelta si è rivelata feconda, perché le storie che narra sono molto belle, con una grande varietà di personaggi molto verosimili, e delle situazioni apparentemente normali, quotidiane, persino banali, che finiscono col rivelare al loro interno qualcosa di sorprendente, a volte di drammatico, di straordinario. La scrittura è limpida, esatta, molto viva, e il modo di raccontare coinvolgente, pieno di intelligenza e penetrazione, ricco di simpatia.

Postato da: AnnaSetari a 14:21 | link | commenti (4) |
letture, munro

mercoledì, 08 novembre 2006
Italia che perde tocchi

Una curiosa immagine dell'Italia che perde pezzi, còlta a Cordova
QUI sul blog di spoil1712

Postato da: AnnaSetari a 15:37 | link | commenti (3) |

Il governo italiano è contrario all'eutanasia, ha detto il pio Rutelli l'altro giorno, rispondendo al "Question Time" alla Camera dei deputati in merito appunto a tale questione.
"Non si tratta, e non si trattera', quale che siano le dichiarazioni espresse da singoli, in alcun caso di aprire la strada all'eutanasia. Siamo contrari."

Una dichiarazione pleonastica, a me pare: il governo, in effetti, sembra piuttosto aprirsi la strada all'autolesionismo o suicidio a singhiozzo, lento, spietato e doloroso.

Postato da: AnnaSetari a 07:56 | link | commenti (4) |

sabato, 04 novembre 2006

E' meno grave che se fosse peggio.



Vorrei che fosse mia, ma in realtà la frase è del commissario Bérurier, uno dei personaggi delle Inchieste del commissario Sanantonio.

Postato da: AnnaSetari a 10:05 | link | commenti (16) |