CRITICA DELL'INTERFACCIA


Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001

un'altra scrivania di/per Anna Setari
[blog fondato da Giovanni Monasteri]



Feaci poesia   


            Licenza Creative Commons
Questi testi sono tutelati da
Licenza Creative Commons




       

commenti recenti
brianzolitudine in le realizzazioni del...
AnnaSetari in perché solo loro?
proteus2000 in perché solo loro?
lalucedialcor in perché solo loro?
quyinto in perché solo loro?
AnnaSetari in Brazen, brash, bronz...
arden in Brazen, brash, bronz...
quyinto in una proposta
aitan in una proposta
utente anonimo in diario notturno

Contatore

visitato *loading* volte

 
martedì, 31 ottobre 2006
tradizioni signorili





Valeria, una nobile romana (anzi una chaste lady of Rome), va in visita dalle sue amiche Volumnia e Virgilia, rispettivamente madre e moglie di Coriolano, e dopo avercortesemente lodato i lavori di cucito cui le due si stanno dedicando, continua la conversazione lodando, per la soddisfazione della mamma e della nonna, il figlioletto di Coriolano.

VALERIA - Parola mia, è suo padre tale e quale. Che caro! un ragazzino delizioso! Davvero, l'ho osservato per una buona mezz'ora mercoledì scorso. Un'aria così risoluta! Correva dietro una farfalla dorata, e quando l'ha presa se l'è lasciata scappare via, e allora, dietro, ancora, e fa un ruzzolone a terra, e si rialza e la riacchiappa. Ma, o che quel ruzzolone l'aveva fatto arrabbiare, o va a sapere perché, se l'è messa sotto i denti e l'ha strappata tutta. O, ve lo garantisco, ne ha fatto uno strazio!

VOLUMNIA - Le furie di suo padre...

VALERIA - Ah, sì, è un vero nobile, quel ragazzino!


da Coriolano di Shakespeare, atto I, scena 3.

L'immagine riproduce una delle incisioni de "I disastri della guerra" di Goya.

Postato da: AnnaSetari a 08:52 | link | commenti |
shakespeare

lunedì, 30 ottobre 2006
una città che forse conosciamo

Un ermellino a Cernopol
(invito alla lettura)


"Nulla restava non detto a Cernopol. Nulla era taciuto o si poteva tacere. Nessuno schermo era ammesso, nessun abbellimento tollerato, nessun pretesto aveva valore, nessuna illusione poteva resistere. Ogni cosa era ridotta inesorabilmente a se stessa, non si appoggiava ad altro che a se stessa, non era mai staccata pietosamente da se stessa. L'illusione, la follia, il dolce accecamento, tutto ciò che ci aiuta a sognare più serenamente il cupo sogno della vita, era bandito ed escluso dalla cruda realtà di ogni giorno. La pazzia non era altro che pazzia, l'ebrezza era ubriachezza e la disperazione una fuga senza scampo.
E tuttavia le fisionomie degli abitanti di Cernopol non erano affatto triviali. La loro aria sveglia e vigile esprimeva un'altissima intelligenza e traluceva dai volti come una passione asciutta e lucida - la passione di chi si diverte a smascherare tutto e a ridurre ogni cosa alla sua autentica misura, il piacere di chi non si lascia sedurre da nessuna apparenza -: in breve, la passione dello scherno e dell'irrisione. In essa e con essa tutte le altre passioni trovavano via libera. Il gusto dell'irriverenza si poteva sfogare senza limitazioni. Si rideva quando un cocchiere batteva con la frusta un cieco che gl'ingombrava il passaggio; si rideva dell'ebreo che strillava per un paio di levonzi dei quali si credeva defraudato; si rideva dell'ubriaco che passava, gorgogliando canzoni oscene, mentre accanto a lui un cane investito da un veicolo si girava su se stesso per leccarsi la zampa ferita e mugolando di dolore si mordeva furiosamente il fianco. I bambini della strada ridevano un riso acre e volgare per tutto ciò che accadeva sulla strada, spiavano con occhi rapaci ogni nuova occasione di riso, e nulla sfuggiva alla loro attenzione, né un equivoco né una distrazione, né la paura né il tormento, nessun vizio, nessun crimine, nessun dolore, e meno che mai il grottesco che regna dappertutto e accompagna ogni cosa."


da Un ermellino a Cernopol di Gregor von Rezzori, traduzione di G.Forti, Guanda 2006 (precedentemente pubblicato nel 1962, nella collana della Medusa Mondadori)

Postato da: AnnaSetari a 11:16 | link | commenti (2) |
letture, von rezzori

mercoledì, 25 ottobre 2006

Zena Roncada, Qui da noi


Per quanto possa sembrare incredibile, la vocazione letteraria di Zena Roncada si è rivelata e ha trovato per la prima volta espressione solo quando lei ha aperto un blog. È nel suo blog, infatti, e in altri spazi della Rete dedicati alla scrittura di qualità, che questa bravissima scrittrice ha pubblicato per la prima volta i suoi testi. In precedenza Zena aveva curato e pubblicato solo delle corpose antologie letterarie per la scuola.
Senza la Rete, dunque, la biografia di Zena Roncada avrebbe potuto essere quella di una professoressa d’italiano, che coltiva fiori d’ogni specie nel suo bellissimo terrazzo (più che un terrazzo, un giardino pensile, un orto botanico) e scrive ricchi testi scolastici. Sarebbe stata tutta qui la sua storia, non fosse che, a dilatarla nel tempo e nello spazio, altre storie hanno preso a germinare numerose e quasi per virtù propria in quel suo terrazzo. E alla stagione giusta c’è stata la stupefacente fioritura di quei delicatissimi poemi in prosa, poi raccolti col titolo di Terrazzi tra i muri, che, apparsi per la prima volta nel suo blog Pesci di nebbia, lo hanno reso in breve tempo un cult.
Hanno una natura vegetale, le storie di Zena. Dallo spazio deliziosamente fecondo di quel terrazzo, infatti, si sono poi propagate, sarmentose, scendendo e diramandosi lungo segreti percorsi nelle campagne circostanti - in quel paese di nebbie morbide e silenzio, dove l’argine del Po diventa un finis mundi e il confine di un luogo favoloso di memoria e racconto - il luogo appunto dove accadono le storie.

Questo luogo coincide con un’area geografica precisa, quella di un certo paesino del mantovano. Ma nominarlo sarebbe fuorviante, perché non è quella la geografia cui ci rimanda la narrazione di Zena, bensì un’altra, più interiore e più fitta di intrecci e sotterranee ramificazioni, definita dal titolo di questa raccolta, apparentemente piano e quasi dimesso come piane e dimesse sono spesso le più efficaci formule di incantesimo: Qui da noi.
Incipit di gran parte delle storie, qui da noi è la nota magica che le suscita e che delimita lo spazio della scrittura, estraneo a ogni concreta mappatura geografica. Come il c’era una volta delle favole, qui da noi proietta immediatamente il lettore nel luogo non altrimenti definibile del racconto, che ha un una coloritura di favola eppure rappresenta una realtà riconoscibile e familiare - antica, lontana e tuttavia presente e viva: qui.
La formula evocatrice è potente e ha qualcosa di sacrale, come aprire un album di antiche foto in bianco e nero con gesto infinitamente affettuoso. Qui è un luogo immutabile, metastorico, eterno presente della memoria, anche se chiudere gli occhi e ritrovarlo può pungere di nostalgia. Qui da noi designa un’appartenenza, è un amoroso abbraccio che raduna la famiglia, una carezza che suscita cari fantasmi e li depone con delicatezza sulla scena.

Postato da: AnnaSetari a 08:00 | link | commenti (26) |

domenica, 08 ottobre 2006
altre infanzie

Un post molto bello, intitolato Buchi & linee d’aria (divagazioni attraverso una siepe), apparso sul blog di Zena parla dei bambini, di quando giocavano liberamente per le strade dei paesi, segnando loro percorsi, occupando territori, delimitando confini e passaggi secondo una loro segreta topografia.
Nel leggerlo mi sono venute in mente, per contrasto, altre infanzie del passato: certe segregazioni che forse oggi nemmeno si immaginano più, e che una volta, pur non essendo comunissime, non suscitavano né scandalo né eccessivo stupore. Qui di seguito ecco dunque il racconto di una di queste altre infanzie:


Bisognava chiederlo alla nonna. Far uscire la voce dalla gola senza che si incollasse al palato, senza che suonasse troppo fioca, senza che tremasse. La nonna non sopportava che la bambina le si rivolgesse con voce trepidante.
Bisognava camminare un po’ su e giù nel bagno, e farsi il segno della croce di nascosto due, tre volte, invocando un aiuto soprannaturale, prima di riuscire a dire con voce falsamente sicura: “Nonna, la mia compagna di banco, Chiara Giusti, dice se posso andare a trovarla...â€
In realtà, quella mattina, Chiara le aveva detto: “Se non vieni nemmeno questa volta, non ti guardo più in faccia.â€
Tina non era mai andata a casa della compagna. Aveva detto sempre: "Non posso, non posso..." Quella mattina però la minaccia, “Non ti guardo piùâ€, aveva avuto il suo effetto. Sapeva che Chiara era capace di farlo, capacissima di non guardarla nemmeno più in faccia. Chiara. La prima amica della sua vita.
Prima di andare a scuola, Tina non era mai stata con altri bambini: l’unica sua compagna di giochi era la sorella. Erano sempre state loro due da sole: giocavano a nascondino tra il corridoio e le stanze, facevano il girotondo nel soggiorno, litigavano per il possesso delle matite colorate e dei fogli, scendevano a paci precarie, si ignoravano o si facevano velenosi dispetti, e dalla terrazza della cucina guardavano gli altri bambini giocare giù in cortile. Maschi per lo più, che giocavano col pallone. Tina aveva paura dei maschi. Pensava che non avrebbero fatto altro che prenderla in giro e sghignazzare, che le avrebbero forse anche tirato i capelli, o magari l’avrebbero uccisa, se mai si fosse trovata in mezzo a loro senza un adulto presente.

Postato da: AnnaSetari a 22:44 | link | commenti (13) |

venerdì, 06 ottobre 2006
solo per pochi

"... la colpa che mi riconosco è quella di essermi abbassato a dare alle stampe qualcosa in versi, e, sebbene ciò in questi tempi venga scusato anche da gente seria, pure mi domando, confesso, come mi sono ridotto a scendere a questo, e non me lo perdono. "

Avrebbe preferito, questo poeta (vero poeta, e di valore, il cui nome però vi invito a indovinare) che i suoi versi apparissero in un blog aperto solo a pochi e scelti invitati, insomma.
Una concezione aristocratica della poesia.
Come ci fosse il rischio d'una piena di lettori.

Postato da: AnnaSetari a 09:51 | link | commenti (6) |

domenica, 01 ottobre 2006
libri e affetti (parte II)

Ora capita a me di pensare ai miei libri più cari in relazione alle mani alle quali li vorrei affidare. Già so per esempio, nelle mani di chi andrà il primo libro di autore italiano contemporaneo che lessi quando per la prima volta uscii dal recinto dei libri già esistenti in casa.
Avevo quasi quattordici anni ed era l'anno in cui la morte di mia madre mi aveva aperto una imprevista e perciò tanto più eccitante, quasi incredibile, libertà. L'esercitai, tra l'altro, entrando da sola nella luminosa libreria Macchiaroli di Salerno, che allora era praticamente l'unica vera libreria della città. Entrai con passo deciso, ma poi intimidita dalla mia ignoranza, non riuscivo tra tutti i libri a indirizzarmi verso una scelta. Per fortuna scorsi tra gli scaffali un amico di mio padre, un comunista, appassionato d'arte e di letteratura, uno che aveva la casa letteralmente foderata di libri, uomo affabile e sorridente dal quale mi sarebbe piaciuto essere considerata ormai più che una bambina: chiesi consiglio a lui. E lui mi indicò un libro che era là proprio sotto i miei occhi , nuovo nuovo, fresco di stampa, nell'edizione Einaudi che aveva allora il dorso telato e la copertina in cartoncino. Su questa copertina c'era la faccia ridente di un ragazzotto che occhieggiava tra le foglie, un particolare tratto da un dipinto di Bruegel. L'autore era un giovane, non ancora nemmeno quarantenne, di cui persino a me in quei giorni non era del tutto ignoto il nome: Italo Calvino. Il libro era "Il barone rampante". Lessi il romanzo tutto d'un fiato , catturata subito dall'inizio in cui compare l'arcigna e un po' sadica sorella del protagonista, e senza riuscire a staccarmene fino alla fine.
Non dovetti nascondere il mio grande entusiasmo. Lo deduco dal fatto che il libro mi fu in seguito sordamente conteso. Mia sorella, che dall'alto dei suoi 18 mesi in più di esperienza, fin dall'infanzia si era mostrata incline a sminuire e in qualche modo anche a castigare ogni mia passione, attribuendo soltanto a se stessa la capacità di apprezzare "veramente" quello che io potevo invece capire solo "infantilmente" e in modo riprovevole, pensò bene di segnare i limiti entro cui avrei dovuto contenermi, e tacitamente appose il proprio nome come marchio di appartenenza sul libro.
A matita, tuttavia. Inconsciamente consapevole, forse, di quanto indelebile potesse essere stato per me il momento dell'acquisto. Il suo nome venne infatti da me presto cancellato e sostituito col mio. Sempre tacitamente, credo, perché questa contesa sugli affetti, sulla primogenitura cioè, o legittimità primaria degli affetti, toccava qualcosa che non poteva davvero essere mai detto sino in fondo. Ci dovette tuttavia essere anche un qualche chiarimento sul fatto dell'acquisto, perché in seguito lei, per non perdere del tutto il punto, aggiunse nella pagina successiva di nuovo il marchio della propria grafia, ma tracciando questa volta solo il cognome, quasi a dire che il libro, essendo in casa, anche se non apparteneva propriamente a lei, nemmeno poteva appartenere a me sola, ma a tutti quelli della famiglia.
Fatto sta che però in genere nelle fiabe le sorelle sono tre. E fra le tre a vincere è sempre la piccina. Forse è in obbedienza a tale legge che ora, a quasi mezzo secolo di distanza, il volumetto prima o poi finirà, non più conteso ma donato, anzi affidato, all'ultima, nuova sorellina.

Postato da: AnnaSetari a 10:56 | link | commenti (3) |