Sapendo di doversene andare ormai tra breve, il vecchio non si dava pace per i libri che avrebbe lasciati alla dispersione, abbandonati fuori da ogni ordine, in esilio. Ovviamente non era il suo un discorso di ragione. L'avrebbe capito chiunque, e perciò naturalmente lui per primo. Si trattava di sentimento: del sentimento di sé, che lui proiettava in quei volumi oggetto di lunga passione e parte integrante della formazione dei suoi pensieri, di tutto quello cioè che lui includeva in quel breve pronome "io" con cui tra sé pensava e sentiva se stesso. Era per la propria morte, insomma, che non si dava pace, il vecchio, e se la rappresentava nella disintegrazione di quella biblioteca, spersa, privata oltre che di ogni organico criterio ordinatore, anche della memoria, resa inerte materia, ingombro che le donne di casa avrebbero penato a sgomberare, forse infine dato con sollievo alle fiamme.
Si decise per questo a regalare i volumi più cari. Non agli amici di una vita, i coetanei - che ormai erano restati in pochi, e afflitti, gravati tutti dal peso degli anni, dei lutti, dei pensieri cupi, dei danni di mali reali e immaginari - ma a quei giovani che talvolta apparivano, sempre di corsa, sempre in fuga verso altri richiami, a portare nella sua casa valetudinaria non solo il sollievo del loro aiuto pratico - farsi il bagno, tagliarsi le unghie dei piedi, portare su la spesa - ma soprattutto il profumo dorato degli anni, il vigore che riscalda per inconsapevole contagio. Non sempre erano dei grandi lettori. Anzi quasi mai. Eppure il libro, pensava il vecchio, avrebbe continuato a essere memoria per loro, forse anche affetto, tirandosi dietro l'immagine di quell'intera sua biblioteca com'era prima della dispersione, e la sua stessa, quella del vecchio tremante, sì, ma ancora così desideroso di vita e di parola, di lui com'era prima della dissoluzione cellulare. Lo avrebbero ricordato, quei libri, nel cuore di quella giovinezza fuggitiva e forse, più ancora, negli anni a venire, quando anche quei ragazzi sarebbero diventati ricordo ai propri stessi occhi e il tempo giovanile si sarebbe associato nella memoria all'immagine del vecchio cui erano stati di conforto nei suoi ultimi anni.
Da qualche tempo mi capita ogni tanto di raccontare favole a un bambino. Cappuccetto Rosso, per esempio, oppure Jack e il fagiolo magico o anche quella veneta del Nonno Cocon. E ogni volta lui, quando dico di questi bambini e delle loro mamme, chiede: "Ma il papà . Dov'era il papà ?"
È così che mi sono resa conto che nelle favole classiche i padri sono spesso figure evanescenti, assenti o deboli e inadeguate. A volte, come in Cappuccetto Rosso, non sono nemmeno nominati, come se la loro presenza fosse del tutto superflua. In altri casi sono citati solo per dire che sono morti, per lo più senza lasciare il becco di un quattrino, e che perciò i loro figli si avviano per le strade del mondo in cerca di fortuna. Le poche volte in cui sembrano preoccuparsi del destino dei figli (spesso delle figlie), dimostrano assoluta mancanza di lungimiranza, e prendono provvedimenti altisonanti quanto inutili, come il padre della Bella addormentata, o dalle conseguenze imprevedibili, come quello della Bella e la Bestia.
Molte altre volte sono vedovi che, dopo breve lutto, si risposano sconsideratamente con donne dispotiche e crudeli, alle quali, per ignavia o debolezza, affidano l'intera gestione della vita familiare. Penso al padre di Biancaneve, a quello di Cenerentola, a quello di Hansel e Gretel. Sono padri - spesso addirittura re - genericamente definiti buoni, che non offrono però la minima protezione ai piccoli e nemmeno sembra che si rendano conto dei torti che subiscono: presi dai loro vaghissimi affari, pare anzi che nemmeno li vedano ed accettino senza aprir bocca che le loro vite vengano sacrificate.
L'unico padre che vede la figlia, è quello di Pelle d'Asino; il quale, però, la vede all'improvviso e troppo, cioè con occhio incestuoso, tanto che vorrebbe sposarla a causa della somiglianza con la moglie morta. E, tutto sommato, anche lui con tale capriccio pazzo rientra a suo modo nella linea dei padri dai provvedimenti balordi.
Insomma nelle favole la realtà unica vera sono le madri. E più spesso le matrigne, che, quasi leopardianamente, rappresentano la durezza scabra, anche terrificante, con cui occorre fare i conti. Il padre, invece, è una specie di antefatto o di fola, qualcuno cui nessuno, sia durante le perigliose disavventure, sia poi, a cose fatte, dopo che tutto è finito bene, rivolge mai il pensiero.
A meno che non lo si voglia vedere alluso e rispecchiato in quel lieto fine che pare affacciarsi sull'orlo di un vuoto, cui le varie Cenerentole e Biancanevi si avviano senza apparente sospetto.
In Inghilterra, e soprattutto nelle grandi città , i topi pare che siano molto cresciuti di numero oltre che in dimensioni e sfrontatezza: raggiungono ben 55 cm di lunghezza dai baffi alla coda, fanno salti fino a 60 cm e ormai girano tranquillamente all'aperto anche di giorno, frugano tra l'immondizia e sono diventati resistenti al veleno, di cui anzi si ingozzano come si trattasse di latte e cioccolata. Così si legge sul Guardian di ieri.
Tale crescita vigorosa sarebbe soprattutto dovuta alla migliore nutrizione, dipendente dall'aumento dei rifiuti commestibili sparsi in giro per la città in concomitanza con la diffusione dei fast food. Pare anzi che ora i topi si siano abituati alle diete pesanti tutte proteine dei fast food (hamburger, salse grasse ecc.) e le preferiscano ai semplici carboidrati che ora scartano e non mangiano più.
Tuttavia, si legge nello stesso articolo, nell'isola di Canna (Ebridi), dove i ratti erano numerosi quasi quanto gli abitanti e stavano minacciando la sopravvivenza di altre specie, un gruppo di disinfestatori venuti dalla Nuova Zelanda è stato in grado di vincere localmente una battaglia nella guerra, considerata da sempre invincibile, tra umani e topi.
Chi ha voglia di qualche cosa di non assolutamente banale a commento del discorso del papa (il quale ha ottenuto almeno un evidente successo, dal punto di vista del Vaticano: quello di portare il discorso confessionale cattolico sulle prime pagine dei nostri giornali, come se il conflitto attuale fosse sul serio, e non solo strumentalmente, una questione di religione) può leggere questo articolo di Barbara Spinelli, uscito ieri su www.lastampa.it.
Vivere nel vuoto
17/9/2006
SE Benedetto XVI avesse citato non solo la frase insultante pronunciata dall’imperatore bizantino su Maometto, martedì nella prolusione all’università di Regensburg, ma avesse raccontato come andò l’intero dialogo fra Manuele II Paleologo e il dotto persiano che avvenne una notte d’inverno del 1390-1 o 1391-2, tutto oggi sarebbe un po’ più chiaro, più complicato e forse anche un po’ più triste. Sarebbe più chiaro perché conosceremmo le argomentazioni del Mudarris, il professore teologo musulmano che davanti all’imperatore di Bisanzio difende l’Islam con forza e precisa convinzione. Sarebbe più complicato, perché il dissidio non riguarda tanto la ragione quanto l’essenza della fede, la sua vocazione a sperare, legiferare. Saremmo più tristi, perché in quella notte del XIV secolo il dialogo è una pratica normale, mentre nel secolo nostro non esiste. In quella notte c’è ascolto, voglia d’apprendere, immensa curiosità di conoscere le ragioni dell’altro e di fare in modo che la propria fede prevalga razionalmente anche se molti suoi tratti non sono razionali. Oggi quel dialogo è completamente assente. Se tutti ne parlano, se tanti l’invocano come un valore fine a se stesso che implica nei cristiani dissimulazione della propria identità , è perché tra i due monoteismi il baratro è enorme. Il basileus bizantino non deve scusarsi, il Papa sì.
Why, then, methinks 'tis time to smile again
OLIVIA - Lasciatemi dire, vi prego. Io vi ho mandato -
dopo quell'ultimo incantesimo che mi faceste qui -
un anello ad inseguirvi. In questo modo ho offeso
me stessa, il mio servo e, temo, anche voi.
Ora m'aspetto il vostro duro giudizio
per avervi costretto, con un trucco vergognoso,
ad accettare ciò che sapevate che non veniva da voi.
Cosa avrete mai pensato?
Non avrete messo alla berlina il mio onore
dopo averlo avvilito con tutte le supposizioni
che un cuore dispotico può immaginare?
Per uno della vostra sagacia, io mi sono scoperta abbastanza:
non c'è più il petto a nascondere il mio cuore, ma solo un merletto traforato.
Sù, fatemi sentire cosa dite.
VIOLA/CESARIO - Ho per voi compassione.
OLIVIA - Questo è un gradino verso l'amore...
VIOLA/CESARIO - No, neppure l'ombra. È cosa risaputa e comune
che si prova compassione anche per un nemico.
OLIVIA - Ah. Bene. Allora credo che sia tempo di tornare a sorridere
[un orologio suona l'ora]
L'orologio mi rimprovera per lo spreco di tempo.
Mi è sempre parso delizioso questo dialogo de La Dodicesima notte e perciò ve lo propongo.
Si svolge tra Olivia, la giovane contessa in lutto che si rifiuta alla corte del duca Orsino ma che all'improvviso si scopre innamorata del paggio del duca stesso, un ragazzino - innamorata del suo spirito e dell'intelligenza oltre che della sua grazia ancora imberbe - e il paggio stesso, Cesario, che però è in realtà una ragazza travestita da maschio, Viola (che è quasi un anagramma di Olivia).
Per costringerlo a tornare da lei dopo la prima visita, Olivia lo ha fatto inseguire dal maggiordomo con la scusa di riconsegnargli sdegnata l'anello inviatole dal duca Orsino (in realtà Orsino non le ha inviato nulla: il paggio lo sa bene. L'anello è di Olivia stessa. Il trucco è assai ingenuo e trasparente, e per questo poi Olivia se ne vergogna)
Una semplice indicazione di lettura:
Sul sito della BBC News c'è oggi uno speciale su "come è cambiato il mondo dopo l'11 settembre" QUI, fatto piuttosto bene, perché corredato di dati più che di discorsi.
Particolarmente interessante questo grafico dal quale si vede come la spesa americana per gli armamenti comincia a salire visibilmente, non dopo, ma già prima dell'attacco alle torri, e cioè fin dall'autunno del 2000 (elezioni da cui esce vincitore Bush).
Oggi ho visto il film di Kenneth Branagh As You Like It.
Amo molto Branagh a causa del suo Hamlet e di altri suoi film shakespeariani, che mi sono parsi molto belli, come Nel bel mezzo d'un gelido inverno e Molto rumore per nulla. Soprattutto lo amo come attore per aver visto la sua memorabile interpretazione di Riccardo III al teatro Crucible di Sheffield.
Questa volta, tuttavia, devo confessare che non mi aspettavo molto, perchè avevo letto dell'ambientazione in Giappone della commedia, e ciò mi aveva fatto temere un possibile eccesso spettacolare, una qualche volontà di stupire.
Invece il film mi ha rimesso in sesto la giornata, cominciata sotto il peso di un certo grigiore.
As You Like It è la più serena e forse la più bella tra le commedie di Shakespeare, soprattutto a causa della presenza di tre personaggi: il buffone Touchstone, Jacques il malinconico e, quella che è di gran lunga la più briosa, intelligente e affascinante tra le figure femminili shakespeariane, la deliziosa Rosalinda.
Tutti e tre sono affidati in questo film ad attori molto adatti al ruolo e bravissimi, che sono rispettivamente Alfred Molina, Kevin Kline e Bryce Dallas Howard.
La vicenda molti la conoscono: un duca, scacciato da suo fratello che ne ha usurpato il potere si ritira con i fedeli della sua corte a vivere nella leggendaria foresta di Arden, dove conduce una vita all'antica, cioè semplice e nobilmente armoniosa, secondo natura (in contrapposizione a quella corrotta, violenta e artificiosa che caratterizza invece la corte). In quella stessa foresta si rifugiano in seguito altri esiliati e fuggiaschi, tra i quali la stessa figlia del duca, Rosalinda, che ha assunto abiti maschili e il nome di Ganimede, e sua cugina Celia. Rosalinda/Ganimede incontra qui il giovane di cui si è innamorata, ma, anziché rivelarglisi, approfitta della libertà che le concede il suo "essere maschio" per condurre con lui un gioco, una schermaglia amorosa, in cui finge di essere ciò che davvero è, cioè la sua amata. Intorno a questa vicenda principale, si intrecciano nella foresta altre storie d'amore e di ripulse, di equivoci e seduzioni, fino allo scioglimento tipico della commedia del tempo, e cioè la celebrazione felice dei matrimoni.
Gran parte dell'incanto di questa commedia è dato anche dal fatto che si svolge nella foresta; anzi, nel mito della foresta come luogo dell'originaria innocenza, come eden in cui l'uomo vive la sua piena umanità in armonia con gli altri animali e la natura.
Arden è davvero una foresta, un tempo vastissima, nel cuore dell'Inghilterra, ma già al tempo di Shakespeare molto ridotta nelle proporzioni: una foresta, più che reale, leggendaria, iscritta nei racconti e nell'immaginario della popolazione locale.
Per Shakespeare tuttavia quel nome aveva un'ulteriore più personale risonanza, perchè Arden, oltre che il nome della foresta, era anche quello di ragazza di sua madre, lontanamente imparentata con i feudatari della zona. Sicché As You Like IT, come ha fatto notare qualche studioso, fra tutte le opere shakespeariane sembra in qualche modo quella che più si avvicina a toccare aspetti della vita personale dell'autore (del resto, non mancano al suo interno cenni anche a quella teatrale: il motto "All the world's a stage", per esempio, che era quello del Globe Theatre, oltre che la citazione di un verso famoso di Marlowe e un'allusione alla sua morte, fatta a un certo punto il buffone Touchstone).
Ma la cosa più divertente e insieme emozionante è, per me, quella che mi appare come la messa in scena, in veste comica e autoironica, di se stesso agli inizi della sua carriera teatrale, nei panni di un semplice e ingenuo paesano che si lascia prendere in giro dal buffone di corte. Un sempliciotto di nome William:
TOUCHSTONE Quanti anni hai?
WILLIAM Venticinque, signore.
TOUCHSTONE Un'età matura. Ti chiami William?
WILLIAM William, signore.
TOUCHSTONE Un bel nome. Sei nato qui nella foresta?
WILLIAM Sì, signore, grazie a Dio.
TOUCHSTONE "Grazie a Dio". Una buona risposta. Sei ricco?
WILLIAM In verità , signore, così così.
TOUCHSTONE "Così così", molto buona, molto buona, davvero eccellente. E se non lo è, non è che così così. Sei assennato?
WILLIAM Sì, signore, ho un ingegno discreto.
Ho il modem che si stacca continuamente. Per postare questa cosa ho sprecato più di un'ora. Penso che per un po' dovrò astenermi dai blog.
Poco male:-))
Sebbene abitassimo entrambi a Padova, io non conoscevo Gino Tasca, blogger e scrittore morto un anno fa. Ho saputo di lui attraverso Mario Bianco, che gli era amico e che ne ha parlato più volte e di recente gli ha dedicato anche un bel post sul blog Société des cartographes fous, di cui anche Gino Tasca aveva fatto parte.
Gino Tasca era bravo scrittore. Lo testimoniano le cose che scriveva, come il bellissimo Racconto sotto la neve.
Ora apprendo che in questi giorni è uscito un suo romanzo, ISAIA GRECO per le edizioni Pendragon di Bologna, e mi piace darne notizia.