CRITICA DELL'INTERFACCIA


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giovedì, 31 agosto 2006
le vie del sacro sono infinite

La Repubblica del 14 agosto scorso, a p.20 pubblicò una notizia, ripresa dal New York Times, che a me sembra particolarmente adatta a coronare i commenti al mio post precedente.
Pare che in Cambogia Pol Pot, il capo dei Khmer Rossi, noto per il suo regime sanguinario, ora che è morto si sia rivelato un benefico taumaturgo. Secondo gli abitanti di Anlog Veng, località dove si trova la sua tomba ormai in degrado, il defunto si è trasformato in uno spirito benefico, che può guarire gli ammalati e dare benevolmente i numeri del lotto vincenti. La gente ha cominciato ad accorrere in pellegrinaggio al luogo delle sue ceneri come si va alle tombe dei santi. E qualcuno ha già pensato di costruire nelle vicinanze un casinò.

Postato da: AnnaSetari a 14:09 | link | commenti (3) |

lunedì, 28 agosto 2006
la schiava

Ieri il calendario ricordava il nome di S.Monica, e Bendetto XVI, affacciandosi dalla residenza di Castelgandolfo all’Angelus, ha esortato le mamme che hanno figli problematici ad avere fede e a seguire l'esempio di questa santa, che fu madre di S.Agostino (che il calendario ricorda oggi), e che, quando il figlio seguiva in gioventù una vita dissoluta e (udite, udite!) "addirittura aveva avuto un figlio da una schiava", non smise di pregare fiduciosa Dio, finché il figlio non finì col dedicarsi interamente al servizio di Cristo.

Ora chi ha letto le Confessioni difficilmente può dimenticare il ruolo di Monica nella sorte della anonima compagna di Agostino, quella che gli aveva dato un figlio - la "schiava", cioè, come l'ha chiamata il papa, quasi che la sua condizione sociale la marchi ancora anche dopo un millennio e mezzo, offuscando il suo essere una donna: una persona, come amano dirci, in altre occasioni, i preti.

Secondo quanto racconta Agostino stesso, la storia è questa: a diciotto anni, dopo alcune disordinate esperienze sessuali, Agostino si innamora, di una donna talmente di bassa condizione che lui nemmeno si prende cura di citarne il nome nelle sue Confessioni, e la prende a vivere con sè.
L'anno dopo, nel 373, nasce loro un figlio che viene chiamato Adeodato. La donna vivrà con Agostino ancora per quattordici anni, seguendolo con il bambino anche a Roma e poi a Milano quando lui è nominato lì professore di retorica. Siamo nel 384.
A questo punto giunge dall'Africa Monica, la madre del santo, che comincia a insistere con lui affinché smetta quella relazione irregolare e socialmente controproducente, e contragga un matrimonio più adatto alla sua posizione con una fanciulla di buon casato.

Intanto mi si sollecitava instancabilmente a prendere moglie. Così ne avevo ormai avanzato la richiesta e ottenuta la promessa. Chi lavorava maggiormente in questo senso era mia madre...insisteva, e la fanciulla fu richiesta. Le mancavano ancora due anni all'età da marito, però piaceva a tutti, e così si aspettava.(Confessioni, libro VI, 13. 23.)

La fidanzatina di buona famiglia aveva dieci anni: per sposarsi avrebbe dovuto raggiungere i dodici.
Intanto, però, era opportuno che Agostino si liberasse dellla "schiava", cioè della donna che per quattordici anni aveva vissuto come una moglie al suo fianco e gli aveva dato un figlio. Monica convince Agostino a rispedirla in Africa, trattenendo però con sé il figlio. E Agostino, pur soffrendo della separazione, si adegua.
Nelle Confessioni ci dice del proprio cuore "sanguinante" per questo violenta "amputazione" (così la chiama), ci dice di come la "femminetta" partisse promettendo di non conoscere più altro uomo e di come, invece, lui si fosse portato subito in casa un'altra donna a consolargli il letto. Per questa sua incapacità di essere casto (e dedicarsi al solo amore di Dio) molto si duole e rammarica con retrospettivo disprezzo, ma non una sola parola di vergogna, di pentimento o di pietà gli esce dalla penna per la sorte inflitta alla compagna di tanti anni, scacciata e costretta alla solitudine, privata per sempre anche del suo unico figlio.

(Per chi ne abbia preoccupata curiosità, aggiungo che la fidanzata bambina riuscì a scampare poi al matrimonio e alla convivenza con quella suocera. Io spero per lei retrospettivamente che l'eventuale nuova suocera non sia stata a sua volta una santa).

Postato da: AnnaSetari a 08:35 | link | commenti (20) |
agostino

domenica, 27 agosto 2006
Un computer da 78 euro.

Forse tutti già lo sanno, ma io me ne sono accorta solo oggi: per iniziativa di Nicholas Negroponte (fondatore e direttore del Media Laboratory del Massachusetts Institute of Technology - detto MIT) è nato un piccolo computer per bambini del costo di $100 (equivalenti a 78 euro) che può compiere la massima parte delle funzioni di un normale computer, tranne che immagazzinare una gran quantità di dati.
Fa parte del progetto One Laptop per Child (olpc) cioè un computer per ogni bambino ed è destinato non alla vendita privata, bensì alle scuole dei Paese che ne facciano richiesta. Finora hanno deciso di sperimentarlo i governi della Tailandia, della Cina, della Nigeria, dell'Argentina, e del Brasile.

Image Hosted by ImageShack.us La cosa che maggiormente mi ha colpito è che il computerino è dotato di una manovella: serve a procurare energia laddove manchi quella elettrica.

Postato da: AnnaSetari a 08:34 | link | commenti |

sabato, 19 agosto 2006
L'UOMO CHE VOLEVA SCRIVERE UNA LETTERA

L'uomo si considerava un tipo a posto, ma viveva solo, e rabbrividendo una notte capì che doveva assolutamente scrivere una lettera. Voleva scriverla per sentirsi meno solo, o forse per sentirsi più solo, ma in ogni modo doveva scrivere una lettera, quella lettera.
"A chi scriverò?" si domandò ad alta voce. E immediatamente gli venne un forte dolore alla testa.


Il titolo, ma ancor più queste righe riportate sul retro della copertina, mi hanno spinta a comprare l'altroieri questo romanzo di Evello Josè Rosero, il cui titolo in lingua originale suona ancora più incantevole: El hombre que querìa escribir una carta . "Romanzo" effettivamente lo è, per quanto riguarda la storia, così come possono essere in qualche modo considerati romanzi le favole; ma, quanto alla forma, potrebbe essere definito un racconto, tanto è breve. Si tratta infatti di un libriccino. Piccolissimo. Cosi piccolo che già prima di arrivare a casa l'avevo letto tutto, aspettando il bus mentre già cadevano le prime gocce della nostra pioggia quotidiana. E sono arrivata a casa sorridendo, poiché si tratta di una favola malinconica e sorridente appunto, scritta con quel tocco felicemente lieve che riesce a ravvivare lo spirito anche nelle giornate più piatte.

Evello Josè Rosero è nato a Bogotà nel 1958. Già è uscito l'anno scorso da noi il suo libro Rasoi, che ha anche vinto un premio letterario.

L'uomo che voleva scrivere una lettera, di Evello Josè Rosero, trad. di Antonella Aversa, Salani Editore, 2006.

Postato da: AnnaSetari a 08:55 | link | commenti (3) |
letture, rosero

venerdì, 18 agosto 2006
SPETTRI

"Di regola i ricoverati chiacchieravano molto e volentieri, ma dopo un primo scambio di battute cessavano di prestarsi ascolto l'un l'altro e parlavano ciascuno dei casi propri, ragion per cui la loro conversazione aveva sempre i più appassionati accenti. E ora accanto all'uno ora accanto all'altro si trovava ogni giorno il dottor Sevyrev che li ascoltava attentamente dando l'impressione di parlar molto egli stesso, mentre in realtà non faceva che ascoltarli in silenzio. Tutte le notti, dalle dieci di sera alle sei del mattino, egli si tratteneva al ristorante "Vavilon", fuori città, e non si capiva dove trovasse il tempo di dormire e insieme di darsi tanta cura di se stesso, tanto da apparire sempre ben vestito, accuratamente rasato e persino lievemente profumato."

Queste righe, che un po' ci riguardano, sono tratte da un delizioso librettino di Leonid Nikolaevic Andreev, intitolato Spettri, scritto nel 1904. Vi si parla di una quieta clinica per malati di mente affondata nel silenzio della campagna russa, oasi fuori dal mondo, in cui vivono, tra gli altri, il malato Georgij Timofeevic, che di notte vola con S. Nicola Taumaturgo a risanare gli ammalati, ed è così certo d'incarnare personalità eminenti da essere sempre in ottimi rapporti con la vita e il prossimo, oppure il povero Petrov che, al contrario, vede dovunque nemici e si sente perseguitato al punto di morire dalla paura. E c'è il sorridente e silenzioso dottore, che passa il giorno nella quiete della clinica con i malati, e le notti fuori, nella turbolenza della vita normale, al ristorante, dove:

"Egli se ne stava in silenzio, sorridendo a chi gli si rivolgeva, e beveva il suo champagne, mentre gli altri vociavano, ballavano con gli zingari, se ne uscivano in smargiassate o davano in escandescenze, piangevano e ridevano. In genere regnava un'atmosfera di irreale allegria, ma a volte si erano verificate delle disgrazie. Due anni prima, mentre stava cantando una bella zingara giovinetta, uno studente si era fatto saltare le cervella, lì davanti a tutti. Si era appartato in un angolo, si era chinato, come se volesse sputare, e si era sparato nella bocca ancora tutta odorosa di vino."

Leonid Andreev, nato nel 1871, venne scoperto e valorizzato da Gorky, col quale oltre a condividere gli ideali socialisti, condivise anche il carcere durante rivoluzione del 1905. Ottenne una larga popolarità durante la sua non lunga vita, ma fu presto dimenticato dopo la morte, avvenuta nel 1919. Questo librettino, uscito in Italia nel 1992, a cura di Daniele Morante per la Biblioteca del Vascello, è ora fuori catalogo. Ma lo si può trovare tra i libri usati, come infatti è capitato all'amico che ha voluto poi condividerlo anche con me.

Postato da: AnnaSetari a 10:11 | link | commenti (2) |
letture, andreev

domenica, 13 agosto 2006
LOOK AT ME

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Domenico Feti: Malinconia. Isaac Oliver: Ignoto malinconico



"Nelle vechie stampe la malinconia è ritratta di solito come una donna, scarmigliata, sconvolta, circondata da brocche rotte, botti inclinate, libri strappati. Può essere caduta in un sonno inquieto, le membra pesanti, sopraffatta dalla sua incapacità a misurarsi con il mondo, bussola e libro messi in disparte. È molto impressionante, ma la persona a cui fa più impressione è se stessa. Lei è la sua malattia, Duerer la rappresenta vestita di un abito grande, sgraziato, con le ali, una ghirlanda nei capelli arruffati. Ha un cipiglio folle e la circonda un grande disordine di emblemi di studio, di dovere, di sofferenza: una campana, una clessidra, i piatti di una bilancia un mappamondo, una bussola, una scala dei chiodi. Talvolta è raffigurata in mezzo a erbacce invedenti, una ragnatela indisturbata sopra la testa. Talvolta guarda dalla finestra in una notte di luna piena, perché è lunatica. E se la malinconia colpisce un uomo, è certo perché soffre di un amore romantico; lui poserà il braccio rivestito di raso su un cuscino di velluto e fisserà il cielo sotto la piuma ripiegata del suo cappello, o afferrerà un rovo o un'ortica a indicare che non dorme. Questi uomini mi danno l'impressione di posare un poco, a differenza delle donne, la cui melanconia è meno pittoresca. Le donne sembrano in preda a un'afflizione troppo seria per tradursi in parole. Gli uomini sembrano vestiti per l'occasione e sono ansiosi di dare un volto nobile alla loro sofferenza. Il che dimostra che non molto è cambiato dal Cinquecento, almeno in questo senso."

Chi parla è la protagonista di Guardami, un romanzo del 1982 dell'autrice inglese di origine polacca, Anita Brookner, una storica dell'arte molto apprezzata che, dai suoi cinquant'anni in poi, ha affiancato la scrittura all'attività accademica. I suoi romanzi descrivono generalmente personaggi, per lo più femminili, che non riescono ad inserirsi pienamente nella vita, a conoscerne e praticarne i giochi, e che vivono così come in esilio, impacciati spesso da legami familiari che, mentre appaiono protettivi sono anche soffocanti: persone che temono di finire come le proprie madri, e così puntualmente finiscono, o che si fissano ad un amore non ricambiato quasi solo immaginario.
Guardatemi a me è parso particolarmente interessante perché la solitaria e riservatissima protagonista, che verrà per un certo periodo coinvolta nella vita più estroversa e felice di una coppia di amici (per riceverne un'immancabile delusione), è una donna che, non vivendo niente degno di nota nella sua esistenza, scrive. E scrive racconti brillanti e umoristici.

"Quando sento la mia solitudine sommergermi, nascondermi, oscurarmi fisicamente fino a rendermi invisibile, scrivere è veramente il mio modo di farmi sentire. O di rammentare che ci sono, che esisto. E quando ho messo in ordine i miei personaggi, saccheggiando il magazzino delle mie idee, e li ho liberati da tutta la tristezza che posso avere dentro di me, allora posso immergermi in quella corrente che mi porta a scrivere tanto facilmente, una volta cominciato, e mi permette di far ridere la gente. Perché questo è, a quanto pare, ciò che la gente vuole. E se sono abbastanza abile e riesco ad abbindolare critici e docenti, non comprenderanno il mio vero messaggio, che è molto semplice. Se il mio aspetto e il mio modo di essere mi fossero di maggiore aiuto, potrei trasmettere il mio messaggio di persona. "Guardatemi", vorrei dire. "Guardatemi." Ma dal momento che in questa faccenda sono abbandonata a me stessa, devo usare sotterfugi e inganni e, con un po' di fortuna e di abilità, il messaggio non verrà mai decifrato e le mie ragioni per trasmetterlo in questa maniera resteranno oscure."


(Anita Brookner, Guardatemi, Giano ed. 2002, traduzione di Amina Pandolfi)

Postato da: AnnaSetari a 09:41 | link | commenti (8) |
letture, brookner

martedì, 08 agosto 2006
On Bullshit

"Uno dei tratti salienti della nostra cultura è che è pervasa da una gran quantità di stronzate. Tutti lo sanno. Ognuno di noi contribuisce con la propria quota. Eppure tendiamo a dare questa situazione per scontata. La maggior parte delle persone si fida della propria capacità di riconoscere una stronzata, quando la sente, e quindi evitare di crederci. Ragion per cui il fenomeno non solleva gran preoccupazione, né è stato finora oggetto di un serio approfondimento."

Si tratta dell'incipit di un libretto su le "Stronzate" (On Bullshit è il titolo originale e il termine letteralmente significa "merda di toro") di Harry Frankfurt, professore emerito di filosofia dell'Università di Princeton, pubblicato l'anno scorso dalla Rizzoli, che mi è capitato di leggere ieri sera.
Frankfurt si è impegnato ad approfondire il trascurato fenomeno con intelligenza e cultura, giungendo a concludere che ciò che caratterizza la stronzata, e la distingue sia dalla menzogna che dalla sciocchezza, è la sua indifferenza rispetto alla verità.
"Quello che di sé ci nasconde chi racconta stronzate, è che i valori di verità delle sue asserzioni non sono al centro del suo interesse."
Chi dice stronzate, insomma, non si preoccupa della loro relazione col vero o col falso, ma semplicemente di far un certo effetto su ascoltatori ugualmente poco sensibili o interessati a tali sottigliezze.

"Le stronzate sono inevitabili ogni volta che le circostanze richiedono a qualcuno di parlare senza ch'egli conosca ciò di cui sta parlando. ... Altri casi dipendono dalla diffusa convinzione che per un cittadino di una democrazia sia doveroso avere opinioni su ogni cosa, o almeno su ogni cosa ciò che riguardi gli affari del suo paese. L'assenza di ogni significativa connessione tra le opinioni di una persona e la sua comprensione della realtà sarà poi, inutile dirlo, ancora più grave per chi creda che sia suo dovere, in quanto essere attivo, cosciente e morale, valutare eventi e situazioni di ogni parte del mondo."

Superfluo spiegare, a questo punto, perché senta il bisogno di una pausa.

Postato da: AnnaSetari a 17:32 | link | commenti (9) |

domenica, 06 agosto 2006

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Postato da: AnnaSetari a 07:54 | link | commenti (1) |

mercoledì, 02 agosto 2006

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È il momento di riesporre queste bandiere ai nostri balconi.

Postato da: AnnaSetari a 18:13 | link | commenti (16) |