CRITICA DELL'INTERFACCIA


Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001

un'altra scrivania di/per Anna Setari
[blog fondato da Giovanni Monasteri]



Feaci poesia   


            Licenza Creative Commons
Questi testi sono tutelati da
Licenza Creative Commons




       

commenti recenti
brianzolitudine in le realizzazioni del...
AnnaSetari in perché solo loro?
proteus2000 in perché solo loro?
lalucedialcor in perché solo loro?
quyinto in perché solo loro?
AnnaSetari in Brazen, brash, bronz...
arden in Brazen, brash, bronz...
quyinto in una proposta
aitan in una proposta
utente anonimo in diario notturno

Contatore

visitato *loading* volte

 
lunedì, 31 luglio 2006
Inumano

I bombardamenti inglesi sulle città tedesche durante la II guerra mondiale furono terrificanti.
Più di un milione di tonnellate di bombe provocarono 600.000 morti tra i civili e milioni di senzatetto, senza dire della distruzione degli edifici, compresi quelli di grande valore storico e artistico. Non a caso Dresda è diventata la città simbolo di quella distruzione.
Si trattò, come ormai è opinione prevalente tra gli storici, di operazioni assolutamente inutili ai fini della vittoria degli alleati e di un accorciamento dei tempi della guerra.
Furono insomma dei crimini di guerra, e chi ne volesse avere una qualche idea più ravvicinata potrebbe leggere a questo proposito il bel libro di Sebald Storia naturale delle distruzioni (Adelphi 2004).

Ma è ben assurdo in fondo parlare di crimini di guerra, quasi che la guerra non fosse di per sé un crimine, ma una specie di gioco di società che andrebbe giocato secondo un galateo e con le buone maniere, per cui certi morti rientrerebbero nella regolarità delle perdite da ingoiare con virile savoir faire e certi altri invece sarebbero un eccesso, e perciò da rimproverare.
Ieri mi ha ricordato queste cose l'articoletto di Riccardo Chiaberge sul supplemento domenicale de Il Sole 24ore, in cui era citato un pezzo di George Orwell scritto nell'aprile del 1945, verso la fine dunque della guerra, quando era inviato dell'Observer in Germania, dove si rese conto con sgomento delle devastazioni "inumane" apportate dai suoi compatrioti nel territorio tedesco.
"Inumano - scriveva però Orwell - non è il bombardamento aereo. Inumana è la guerra in generale... Gli inglesi non hanno mai visto di buon occhio i bombardamenti contro i civili, e senz'altro saranno pronti a compiangere i tedeschi una volta che essi siano stati definitivamente sconfitti, ma quel che essi ancora non hanno afferrato è la tremenda distruttività della guerra moderna e la lunga fase di impoverimento che sta di fronte al mondo."

Cana fa parte di questa fase del mondo.

Postato da: AnnaSetari a 08:33 | link | commenti (5) |

giovedì, 27 luglio 2006
POIROT

Dopo un'ennesima giornata di calura arrivo alla sera così abbrutita a volte da sdraiarmi sul divano con un ventilatore vicinissimo e guardare la TV con il solo conforto di qualche ghiacciolo.
Sempre che ci sia qualche cosa da guardare.
Ieri sera c'era il piacevolissimo Poirot interpretato splendidamente da David Suchet. Si tratta di una serie di telefilm inglesi girati negli anni 90 con un cast di attori bravissimi, come è quasi normale in produzioni inglesi, e una godibile ricostruzione ambientale.
Mi sono accorta che è precisamente questa ad affascinarmi in questi telefilm. Resto incantata dalla rappresentazione di un mondo ancora apparentemente solido e sicuro, ancorato a sue tradizioni che sembrano destinate a perpetuarsi nei secoli immutate. Le antiche case nobiliari o alto borghesi foderate di legni accuratamente lucidati da un'impeccabile e discreta servitù, i caminetti, i divani in pelle leggermente consunta, le belle tazze da the con le teiere d'argento un po' ammaccate dall'uso quotidiano, i vestiti di stoffe d'ottima qualità, le buone maniere - tutto un mondo che si propone come superiore e inattaccabile, e invece è sull'orlo di una guerra che spazzerà via, insieme con le buone maniere, anche quell'idea di sicurezza e solidità.
In genere queste storie di Poirot sono collocate negli anni Trenta, che, essendo, per me, l'epoca in cui i miei genitori erano giovani, appaiono alla mia mente dilatati entro una durata quasi atemporale, leggendaria. Eppure la seconda guerra mondiale scoppia dopo solo venti anni dalla fine della prima. E venti anni sono un tempo brevissimo, come sa chiunque abbia raggiunto almeno i cinquant'anni. Tuttavia, non solo nella mia personale dilatazione retrospettiva, ma anche a giudicare dai romanzi e dai film, in quell'intervallo così tragicamente precario fu possibile, almeno nell'isola privilegiata della classe dirigente, pensarsi solidamente al sicuro. Probabilmente tale sicurezza apparente si doveva proprio al fatto che tale classe era uscita indenne, quando non rafforzata, da una guerra combattuta principalmente ancora dai soldati al fronte, e priva delle grandi e cieche devastazioni nelle città che avrebbero caratterizzato la seconda inaugurando il tempo nuovo di Hiroshima e delle nostre attuali paure.
Forse è per questo che nelle sere di quest'estate, mentre la nostra oasi privilegiata di pace sessantennale si sente sempre più stretta e accerchiata dalla vampa dei conflitti crescenti, sembra così stranamente attraente specchiarsi in Poirot che indaga la carie annidata sotto il sorriso di un mondo destinato a finire.

Postato da: AnnaSetari a 10:32 | link | commenti (11) |

lunedì, 24 luglio 2006

Riporto qui di seguito l'articolo di stamattina di Scalfari, con il quale concordo punto per punto.


Un ricatto in nome di Cesare Previti
di EUGENIO SCALFARI

Debbo confessare che il Di Pietro capo di partito non incontra le mie simpatie. Non mi piace la sua squadra. Non mi piace affatto quel suo subdolo personaggio che è andato a fare il presidente della commissione Difesa della Camera con i voti del centrodestra. Diciamo insomma che non sono un fan dell'ex procuratore di Mani pulite.

Ma dichiaro che condivido invece al cento per cento la posizione di Di Pietro sul provvedimento di indulto preparato dal ministro della Giustizia, sul quale la Camera discute oggi e probabilmente voterà domani. Sono molto stupito che quel provvedimento abbia il sostegno di tutti i gruppi del centrosinistra, compresa quella sinistra radicale che spacca il capello in quattro sulla necessità che il governo sia "discontinuo" rispetto alla politica e alla legislazione ereditate da Berlusconi.

Il problema di questo indulto è chiarissimo: il centrosinistra è favorevole all'amnistia ma non riesce ad ottenere la maggioranza qualificata che la legge richiede.

Allora ripiega su un indulto diminuendo di tre anni le pene comminate a tutti i responsabili di reato salvo alcune categorie ritenute di particolare gravità. I reati esclusi dall'indulto sono nel disegno di legge Mastella quelli di natura mafiosa, quelli riguardanti la pedofilia e i reati di terrorismo interno e internazionale. In tutti gli indulti che sono stati approvati in precedenti occasioni (come pure in tutte le precedenti amnistie) sono stati sempre esclusi dai provvedimenti di clemenza i reati di corruzione e di concussione commessi contro la pubblica amministrazione. Invece nel provvedimento Mastella - e per la prima volta nella nostra legislazione - questi reati beneficeranno della clemenza approvata dal Parlamento. Di qui il rifiuto di Di Pietro di votare in favore e di qui anche la nostra concordanza con la sua posizione.

La verità che sta dietro all'estensione dell'indulto ai reati di corruzione e concussione contro lo Stato è presto detta: senza quell'estensione i voti di Forza Italia verrebbero a mancare e quindi non si raggiungerebbe il "quorum" necessario. Mastella e la maggioranza di centrosinistra si sono trovati di fronte a questa "impasse"; per superarla hanno trangugiato il rospo.

Il rospo, tra l'altro, ha un nome abbastanza ostico: si chiama Cesare Previti. Previti deve scontare cinque anni per una sentenza passata in giudicato. Con l'indulto la pena si riduce a due anni per i quali sono previsti provvedimenti alternativi come l'affidamento ai servizi sociali.

Il problema Previti ha rappresentato una spina costante per Forza Italia, che ha cercato di liberarsene in tutti i modi. Soprattutto con un'aggressione continua e durata un decennio intero contro la magistratura italiana nel suo complesso e quella milanese in specie e con leggi "ad personam" che hanno rappresentato una delle più umilianti stagioni politiche del Parlamento italiano.

Nonostante questi innumerevoli tentativi di manipolare e impedire l'azione della giurisdizione, l'obiettivo è stato raggiunto solo in parte; una condanna c'è stata, un reo è stato assicurato alla giustizia. E come lui parecchi altri in analoghe condizioni.

Ora l'indulto che il centrosinistra propone oggi alla Camera, con l'accordo di Forza Italia, realizzerà ciò che non era riuscito al governo Berlusconi. Di più: le persone responsabili di reati contro la pubblica amministrazione sono in tutto sessantasette; un numero esiguo che non contribuirà in nessun modo a quello sfoltimento della popolazione carceraria che è l'intento principale del provvedimento di clemenza. C'è infine un'ultima ragione che ci spinge a criticare la posizione del governo e a concordare con quella di Di Pietro: gran parte dei parlamentari di An voteranno contro il provvedimento di Mastella. Per ragioni che non condividiamo, ma resta il fatto che i colpevoli di reato contro lo Stato per corruzione e concussione avranno sconti di pena col voto del centrosinistra e di Forza Italia e con il voto contrario di Alleanza nazionale. È una posizione piuttosto scomoda, non vi pare?

articolo pubblicato oggi su www.repubblica.it

Postato da: AnnaSetari a 07:17 | link | commenti (7) |

venerdì, 21 luglio 2006
DICONO DI CLELIA, un romanzo di Remo Bassini

Ho da poco finito di leggere un romanzo di Remo Bassini. Per me è il primo di questo autore, che però è già invece alla sua terza prova. Il romanzo si intitola Dicono di Clelia (Mursia, 2006): da qualche mese l'avevo sul comodino, ma non mi decidevo a cominciarlo perché la copertina e qualche parola, su cui m'era caduto l'occhio nello sfogliarlo, mi avevano fatto immaginare che si trattasse di un giallo. E io non sono un'appassionata di questo genere.
In effetti Dicono di Clelia potrebbe davvero sul principio sembrare un giallo (non manca anche, tra l'altro, la figura di un maresciallo investigatore): ne ha senz'altro il carattere avvincente e di certo propone un mistero, anzi più d'uno, e personaggi impegnati in una indagine o ricerca. Non si tratta di un giallo, tuttavia. Ben presto le storie che vi si vanno intrecciando acquistano anzi l'aspetto di storie d'amore. Ma nemmeno si tratta di un romanzo d'amore: in realtà i vari personaggi sono impegnati in una ricerca e presi da un affanno che è soprattutto esistenziale e che, per questo, pur sciogliendosi alla fine vari nodi della trama, non può mai giungere a quietarsi afferrando la verità, che resta misteriosa e vanamente inseguita. L'oggetto di questo inseguimento è, nella trama, la figura sfuggente di Clelia, l'unico tra i personaggi che appare solo in forma indiretta, attraverso il racconto o il ricordo e le congetture di altri.
E a questo punto va detto che uno degli aspetti più riusciti di questo romanzo è costituito dal fatto che mette in scena un folto gruppo di personaggi, che sono tutti in una certa misura protagonisti. Perché sono tutti anche narratori che, o in soliloquio diaristico o in confessioni e chiarimenti epistolari, dicendo "io", e parlando ciascuno secondo una propria credibile maniera, abilmente caratterizzata dall'autore in coerenza con i diversi ambienti di provenienza, pongono il loro punto di vista, il loro problema, la loro inquietudine d'affetto e la loro ricerca prepotentemente al centro di tutto. Si viene così presi dalla storia di ciascuno di loro come da singoli romanzi - dietro i quali si intravvede tuttavia il romanzo impossibile, frammentato e contraddittorio, della figura silenziosa e assente, quella destinata a restare oggetto di discorso e di immaginazione in terza persona, senza mai emergere dal proprio mistero fino al punto di dire a sua volta io.

Postato da: AnnaSetari a 16:40 | link | commenti (6) |
letture

mercoledì, 19 luglio 2006
libri (e una domanda)

"Nel nostro paese poco più di una persona su due (fra quelle che hanno superato i sei anni di età) ha letto almeno un libro negli ultimi dodici mesi (il 53,1 per cento). Con la precisazione che un italiano su dieci tiene sul comodino o in borsa solo libri gialli, rosa, fantasy, di fantascienza o volumi allegati a quotidiani e settimanali. Andando a scavare meglio nel gruppo dei lettori, la Aie ha osservato che quasi la metà (47,5%) si ferma al traguardo dei tre libri all'anno, mentre solo il 13,5 per cento ne legge uno al mese (pari al 5,7 per cento della popolazione totale). Una nota positiva che emerge dalle statistiche presentate ieri a Milano è che i giovani fra 18 e 19 anni che leggono almeno un libro al mese sono l'8,2 per cento: più della media nazionale. E fra i laureati con un'età compresa fra i 45 e i 64 anni le frequentazioni regolari con i libri riguardano il 23,1 per cento degli individui."

Dall'articolo di Elena Dusi, Letture, italiani fra gli ultimi in Europa: per i libri spendiamo solo 65 euro l'anno su www.repubblica.it.
(Chi vuol leggere il resto lo trova QUI).

Io intanto mi domando se i blog contribuiscano a far leggere più libri, se siano indifferenti o se, al contrario, distolgano dai libri.

Postato da: AnnaSetari a 12:25 | link | commenti (14) |

domenica, 16 luglio 2006
perdoni

"Egli non pretendeva di essere eccezionale. Solo vulnerabile, attaccabile e confuso. E convinto del proprio diritto, quale essere umano comune, di essere dopotutto perdonato per qualsiasi senso di perdita avesse potuto infliggere ai suoi figli innocenti allo scopo di non vivere scombussolato per metà della sua esistenza."

Un passo tratto da Everyman, l'ultimo romanzo di Philip Roth. È possibile leggere qui un'intervista con l'autore.

Postato da: AnnaSetari a 08:54 | link | commenti (8) |
roth

venerdì, 14 luglio 2006
la stanchezza della Terra

Avevo letto, in Kerenij credo (ora non trovo più il riferimento preciso e non voglio perdere la testa a cercare), e mi aveva molto colpita a suo tempo, una storia antica, in cui si narrava che la guerra di Troia era stata decisa dagli dèi anche perché la Terra si lamentava di venire calpestata da troppi uomini e voleva alleggerirne il peso.

Questa stanchezza della Terra ora ci pare di avvertirla con una forza non più mascherabile e capiamo che, ahimé, riguarda noi, il nostro presente, e quello dei figli e dei bambini che ora si affacciano alla vita.
A questo proposito, riprendo da il primo amore questa citazione tratta dal libro del genetista Luigi Luca Cavalli-Sforza, Geni, popoli e lingue (Adelphi 1996) , che in linguaggio diverso da quello degli antichi, in linguaggio scientifico, ci racconta la stessa antica storia.

“La velocità di crescita della nostra specie è aumentata soltanto di cinque volte rispetto al Paloeolitico. Non è un cambiamento enorme, ma la maggior parte di esso è avvenuta nei secoli più recenti e la velocità di crescita è, al presente, in continuo aumento. Se la situazione non cambia, la popolazione può raggiungere, in qualche decina d’anni, un limite che permette di considerarla una velocità veramente esplosiva. Si sa che il controllo dell’eccesso di nascite umane avviene in tre modi: epidemie, carestie e guerre. In questo momento tutti i freni imposti dalla natura sono già in funzione, a un livello più che mai preoccupante: un’epidemia che non siamo riusciti a controllare (l’AIDS), una malnutrizione estrema che affligge più di un miliardo di persone, un numero inaudito di guerre civili e religiose. In queste guerre per fortuna non sono state ancora usate le bombe atomiche, ma forse qualche fisico nucleare russo, ridotto alla disoccupazione o addirittura alla fame, o qualche estremista di una religione mediorientale, giapponese o americana comincerà a lavorare per i governi, i partiti o le religioni di tipo fondamentalista e ci regalerà nuove Hiroshima e Nagasaki.â€

Postato da: AnnaSetari a 10:01 | link | commenti (2) |

giovedì, 13 luglio 2006
come cavarsela quando è in gioco l'onore

Ecco qua: a me non piaceva il taglio della barba di un certo cortigiano. Il quale mi mandò a dire che se io pensavo che la sua barba era tagliata male, lui riteneva che era tagliata bene; e questa è la ritorsione cortese. Se io gli avessi ribattuto che: "Non era ben tagliata" e lui mi avesse risposto che: "Se la tagliava come pareva a lui", questo sarebbe stato il frizzo attenuato. Se io, da capo: "Non è ben tagliata", e lui: "Il vostro giudizio non mi tange", sarebbe la risposta scortese. Se io, ancora: "No, non è ben tagliata", e lui: "Non è vero", questa sarebbe già la risposta gagliarda. Se io ancora: "Non è ben tagliata" e lui:"Voi mentite, signore", questa sarebbe già la risposta litigiosa, e così fino alla mentita condizionale e alla mentita diretta.
.....
Non osai andare al di là della mentita condizionale, né lui osò darmi la mentita diretta. Così misurammo le nostre spade e ci separammo.
...
A tutto c'è la scappatoia, fuorché per la mentita diretta; ma anche questa si può scapolare con la premessa di un "se". Ho visto sette giudici, una volta, incapaci di comporre una vertenza. Ma quando i duellanti furono sul terreno, uno di loro ebbe la trovata: un semplice "se". Ecco " Se voi dite così, allora io dico così"; e subito si strinsero la mano e si giurarono fraterno affetto. Gran paciere il "se". Gran portata ha in sé un "se".


Shakespeare, per bocca del buffone Touchstone in As You Like It, Atto V, sc. iv.

Postato da: AnnaSetari a 08:34 | link | commenti (4) |
shakespeare

lunedì, 10 luglio 2006
festa

Dunque la gente del nostro Paese ha avuto la sua grande e molto attesa Festa e si è sfogata per alcune ore a proclamarlo con tutti i mezzi che ha.
Così mi sono accorta che la Festa popolare non possiede più una grande varietà di mezzi di espressione: ignora i canti, la musica, i balli e tutte le antiche coinvolgenti invenzioni espressive di un tempo. La festa sembra ora essenzialmente, e quasi unicamente, consistere nella possibilità di suonare i clacson, di far rombare aggressivamente i motori, di sgolarsi urlando vocali gutturali o acute, quando non di distruggere cassonetti, svellere panchine e darli alle fiamme. Una specie di "liberi tutti" che non trova altra modalità espressiva più soddisfacente di quella aggressiva.
Certo, naturalmente: l'infrazione delle regole, lo sfogo inconsulto e libero, infantile, sono da sempre stati alcuni tra gli aspetti essenziali della festa popolare. Ma la festa era anche altro: musica, ballo, invenzione. Ciò che mi colpisce ora è, invece, il fatto che l'aspetto dello sfogo informe sia diventato il prevalente e quasi l'unico.
Forse non può essere diversamente, del resto: questa è una festa per qualcosa cui non si è personalmente partecipato, ma cui si è assistito passivamente, anche se con grande investimento e tensione affettivi. Si è assistito passivamente alla partita, come si assiste passivamente, senza uscire cioè dalla propria condizione di dipendenza e impotenza infantili, a tutto ciò che accade e ci riguarda, ci piaccia o ci allarmi e ci spaventi, a tutto ciò che ci investe quotidianamente via TV. Forse, lo sfogo finisce con l'avere connotati inconsapevolmente più aggressivi che festosi, appunto perché cerca, sempre impotentemente e perciò quasi rabbiosamente, di infrangere tale passività, di rompere qualcosa di un'invisibile gabbia...

Postato da: AnnaSetari a 09:12 | link | commenti (27) |

mercoledì, 05 luglio 2006
Sonetto 56


Sweet love, renew thy force, be it not said
Thy edge should blunter be than appetite,
Which but today by feeding is allay'd,
Tomorrow sharpened in his former might.
So love be thou, although today thou fill
Thy hungry eyes, even till they wink with fullness,
Tomorrow see again, and do not kill
The spirit of Love, with a perpetual dullness:
Let this sad interim like the Ocean be
Which parts the shore, where two contracted new,
Come daily to the banks, that when they see
Return of love, more blest may be the view.
As call it Winter, which being full of care,
Makes Summer's welcome, thrice more wish'd, more rare.


Dolce amore, rinnova la tua forza: non sia detto
Che la tua lama sia più spuntata dell'appetito
Che, placato oggi dal nutrimento,
Torna a mordere l'indomani col vigore di prima.
Così tu, amore: sebbene oggi ti riempia
Gli occhi avidi, tanto che si socchiudono sazi,
Torna a guardare domani, e non uccidere
Lo spirito d'Amore con sonnolenza perpetua.
Che questo interim triste sia come l'Oceano
che separa le coste dove due, promessi da poco,
si recano ogni giorno al molo, sì che, quando avvistano
un ritorno d'amore, più felice possa esserne la vista.
Oppure chiamalo Inverno, che, pieno di affanni,
fa l'Estate benvenuta, tanto più sospirata, più rara.

Postato da: AnnaSetari a 14:27 | link | commenti (5) |
shakespeare

martedì, 04 luglio 2006
Italia Germania

Mi è giunto all'orecchio che oggi dovrebbe esserci una partita tra l'Italia e la Germania.
Io non capisco niente di calcio, sono anche piuttosto infastidita dal grande spazio che occupa nelle notizie e in generale dalla retorica dei commenti ecc. Tuttavia questa volta, se proprio dovessi esprimere una preferenza circa la vittoria, questa sarebbe per l'Italia.
I motivi?

Prima di tutto ho un ricordo di un'altra Italia-Germania, nel 1970: un ricordo personale. Ero innamorata pazza in quell'estate. Facevamo l'amore tutto il giorno senza più cognizione del tempo, figurarsi del calcio. E ricordo che a un certo punto uscimmo di casa, perché talvolta bisognava pure uscire dalle lenzuola, in estate, pur non uscendo dal sogno, e la città era deserta, completamente spopolata, come mai si era visto, nemmeno nei ferragosto di allora. Io non capivo di che esodo o apocalisse si trattasse, ma il mio compagno, che il calcio lo seguiva e lo amava, mi disse che era per la partita, Italia-Germania. E nemmeno per un momento aveva pensato di accendere la radio. Fu una memorabile vittoria per l'Italia, quella volta. Ci fu esultanza per le strade: a noi parve un omaggio all'altezza della nostra felicità.

Anche il secondo motivo è del tutto extra calcistico: non tifo per la Germania a causa dell'orso Bruno che è stato così assurdamente ucciso in Baviera.

Il terzo motivo, infine, è che non sono così benevolente e generosa da restare indifferente, in caso di vittoria della Germania, di fronte all'immaginazione del quadretto di esultanza formato dal nostro buon papa e dal suo baldo segretario che seguiranno insieme, hanno detto, la partita in Tv. Che ci posso fare? sono fatta così.

Postato da: AnnaSetari a 08:24 | link | commenti (7) |