CRITICA DELL'INTERFACCIA


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un'altra scrivania di/per Anna Setari
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Feaci poesia   


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sabato, 29 aprile 2006

L’isola dei Feaci


Oggi viene inaugurato un nuovo sito: FeaciPoesia. Il nome è già indicativo. O vorrebbe esserlo.
Ne do notizia in questo blog perché la cosa riguarda me, la nostra Anna Setari e altri blog qui accanto. Anna, feace onoraria e della prim’ora, è stata arruolata d’ufficio anche come co-redattrice (ma questo non gliel’ho ancora detto ed è probabile che lei non voglia saperne). Io, più che un redattore o capocordata, sono una specie di Webmaster, coadiuvato (nel disegno del sito, ancora in corso, e nell’impaginazione) dall’amica Renata Murgia.
Un sito di poesia, dunque. Ce ne sono tanti, è vero: anche di antologici. Ma il nostro, oltre a ospitare poeti molto interessanti (lo dico immodestamente), ha una sua peculiarità: pubblica, di preferenza, intere raccolte di versi, come viene spiegato meglio nell’home page e come il visitatore-lettore potrà constatare.
Insomma, questa è una festa d’inaugurazione e io, di necessità, devo fare gli onori di casa, scrivere un post, ora che non ci sono più tanto abituato, a postare. Dovrei scrivere qualcosa di dotto e spiritoso e mi sento come uno scolaretto alle prese col temino. La giornata, tra l’altro, si sta schiarendo e non ho molta voglia di fare i compiti. Anna, dal canto suo, si riserva di commentare l’evento in versi, ma solo quando comoderà alla sua musa (o così mi è parso di capire).
Fondamentalmente, in questo post mi piacerebbe poter (saper) rispondere alla domanda postami da un amico, un valentissimo poeta che si è rifiutato di approdare all’isoletta dei Feaci (più per pigrizia, credo, che per supponenza): “Perché i Feaci?”. Una domanda a bruciapelo. Ed ha aggiunto, sogghignante: “Non sarebbe meglio Lampedusa, oppure una penisola, invece dell’isola… chessò… Illiria?”.
Lì per lì non ho saputo rimbeccare, anche se avrei più di una risposta, più di una ragione. Forse perché non sempre (e non tutte) le ragioni sono confessabili. Avrei potuto cavarmela dicendo che il pubblico della poesia sono i poeti (tesi sconfortante sostenuta, come qualcuno ricorderà, dal critico Alfonso Berardinelli già negli anni 70); da ciò l’isola, l’isolamento… Per quanto, nel nostro caso, possa essere piacevole offrire ospitalità ai naviganti. In definitiva, non ho una risposta soddisfacente alla domanda “perché i Feaci?”, e così l’ho girata all’amica Zena Roncada (Feace anche lei), la quale, dieci minuti dopo, mi risponde a stretto giro di e-mail:

"Perché sei siciliano e quindi hai il cuore fatto ad isola (dei Feaci).
Perché forse vorresti essere Ulisse (per Nausicaa, si sospetta).
Ma soprattutto perché....
....i testi, insieme, si parlano, pongono domande e rispondono: non sono parole in fila, sono parole in rete, che si fan contesto, senza contorni fissi, senza bordi regolari.
E un'isola, allora, che si allarga e si restringe, che respira per sistole e diastole, diventa luogo d'ospitalità per le parole: tiene senza costringere, si fa leggìo e lente, prepara scambi e transiti.
E tutto ciò non è poco."


Giovanni Monasteri

 

 

 
 Autori ad oggi ospitati in FeaciPoesia

Martino Baldi, Il giorno che uccisi mio padre (da "Capitoli della commedia")
Annalisa Busato, Standa
Isabella Boscolo, Feste sconsacrate
Giuseppe Calcagno, Viaggiando senza ricordi
Matteo Fantuzzi, Kappa. WorkingPro.
Franz Krauspenhaar, Champagne
Nicola Molon, Terra-terra
Giovanni Monasteri, Amore mio mi scrivo; da "Preghiere per far piovere"
Simona Niccolai, La giardiniera
Renato Ornaghi, Sonetti da Arcore
Piero Ristagno, Terapia
Zena Roncada, Terrazzi fra muri
Anna Setari, Una finestra aperta sulla via (1);  Una finestra aperta sulla via (2)
Bianca Tarozzi, da "prima e dopo"
Susy Vastola Zara, Poesie


Rubo le chiavi di casa ad Anna per porgere un ringraziamento particolare a Simona Niccolai, autrice de La giardiniera, italianista dell'università di Pisa e preziosa collaboratrice nella scelta dei testi pubblicati. La sua conoscenza delle esperienze poetiche più recenti, nel panorama della letteratura italiana contemporanea, è una risorsa irrinunciabile.
G.M.

Postato da: AnnaSetari a 16:05 | link | commenti (22) |

Il tempo si è sconnesso - che tiro maledetto
dover nascere proprio io per rimetterlo in sesto!



Così, nella sua suprema ironia di autore, Shakespeare fa parlare il principe Amleto - e, in soli due versi, sintetizza tutto ciò che è possibile dire, di lui e di noi, delle sue e nostre passioni, delle illusioni e dell' impotenza, del disordine dei suoi e nostri tempi, e del tempo - del grottesco e del tragico della Storia.

Postato da: AnnaSetari a 08:10 | link | commenti (2) |
shakespeare

giovedì, 27 aprile 2006

Consigli di lettura

Restando in tema di 25 aprile e ricordi di quell'epoca, suggerisco la lettura di un racconto molto molto bello di Mario Bianco.

Lo potete trovare QUI.

Postato da: AnnaSetari a 17:46 | link | commenti (3) |

mercoledì, 26 aprile 2006


Vignetta di Apicella, tratta da www.liberazione.it


Chi non l'avesse già fatto, potrebbe leggere sull'argomento il bell'articolo di Francesco Merlo (La Repubblica cartacea di ieri) andando su PrimumVivere.

Chi non avesse letto o avesse dimenticato il contenuto della famosa sentenza di assoluzione di Andreotti, e magari, assistendo alle unanimi congratulazioni che in quell'occasione tutti gli rivolsero per la sua finalmente riconosciuta integrità, lo credesse davvero innocente, farebbe bene a leggere la sentenza, quale riportata da Marco Travaglio in due puntate di Carta Canta (qui e qui) e su PrimumVivere.

Postato da: AnnaSetari a 07:07 | link | commenti (4) |

martedì, 25 aprile 2006

LE BELLE BANDIERE

Per ricordare il 25 APRILE di sessantuno anni fa, ecco le ultime strofe di una poesia di Pasolini pubblicata sul settimanale "Vie Nuove" nel 1962, e poi nel volume Poesia in forma di rosa (Garzanti, 1964), col titolo "Le belle bandiere":

.......................................... primavere
sepolte da secoli
in quegli stessi sobborghi o paesi,

- e pronte, Dio!
pronte a rinascere,
su quei muretti, su quelle strade.
Su quei muretti, su quelle strade,
imbevuti di strano profumo,
asiatico - primule, strame, passaggi
di vecchie pecore scure - fiorivano nel tepore
i meli, i ciliegi. - E il colore rosso
aveva una brunitura, come
se fosse immerso in un'aria di caldo temporale,
un rosso quasi marrone, ciliege come prugne,
pometti come susine: e occhieggiava, quel rosso
tra le brune, intense
trame del fogliame, calmo, come la primavera
non avesse fretta,
volesse godersi quel tepore in cui fiatava il mondo,
quelle grida di operai, che erano quasi silenzio,
solenni e attutite,
nel biancore
del caos di muretti, marciapiedi di terra fangosa,
sagome di fabbriche.

E, su tutto, lo sventolio,
l'umile, pigro sventolio
delle bandiere rosse. Dio! belle bandiere
degli Anni Quaranta!
A sventolare una sull'altra, in una folla di tela
povera, rosseggiante, un rosso che traspariva
violento, con la miseria delle tovaglie,
dei copriletti di seta, dei bucati delle famiglie operaie,
- ma col fuoco delle ciliege, dei pomi, violetto
per l'umidità, sanguigno per un po' di sole che lo colpiva,
ardente rosso affastellato e tremante,
nella tenerezza eroica d'un'immortale stagione.



Nella home page del sito www.pasolini.net, aspettando due secondi che termini la musica, si può in questi giorni ascoltare questa ultima strofa dalla voce di Pasolini stesso.

Però. Nel 1970, quando Pasolini curò una propria piccola antologia, sempre per la Garzanti, questa poesia apparve priva delle strofe che qui ho ricopiato.
Al loro posto c'erano questi due versi:

Ah, le belle bandiere degli Anni Quaranta!
Pretesto al buffone per piangere.

Postato da: AnnaSetari a 07:52 | link | commenti (2) |
pasolini

lunedì, 24 aprile 2006

Tina Anselmi Presidente

Ho deciso di aderire alla campagna per la candidatura di Tina Anselmi alla presidenza della Repubblica, che, sostenuta già nel 1992 dal settimanale Cuore, è stata recentemente avanzata da Margherita Hack, e si sta diffondendo in rete a partire dal blog Tina Anselmi Presidente.

Ad alcuni giovani forse il suo nome dice poco, talmente compatto e grande è stato il silenzio nel quale è stata relegata la sua figura da alcuni anni.
Ma Tina Anselmi, oltre a essere stata la prima donna ministro della Repubblica (nel 1976, quando fu Ministro del Lavoro; nel 1978 poi tenne il Ministero della Sanità) e ad aver ricoperto vari altri incarichi di grande responsabilità, è soprattutto una persona che, fin dai suoi 17 anni, quando fu partigiana nella zona di Castelfranco Veneto, ha sempre dedicato le sue energie alla vita democratica del nostro Paese con passione, intelligenza e grande serietà di impegno, in assoluta assenza di vanità, e con indiscussa integrità morale e trasparenza, senza mai tradire la sua umanità e la semplicità familiare di modi che la distingue tra tutti, ed è ulteriore segno del suo valore.
La sua azione politica culminò nella presidenza della Commissione di inchiesta sulla P2, lavoro che la tenne coraggiosamente impegnata dal 1981 al 1985 e che portò a chiarire la struttura, i progetti politici e il radicamento della loggia stessa nella nostra classe dirigente. Lavoro, va aggiunto, che le costò infine la tacita emarginazione dalla vita politica italiana.
Durante il periodo berlusconiano poi, (Berlusc. era un iscritto della P2, per chi l'avesse dimenticato) dal quale stiamo faticosamente uscendo, fu persino sottoposta a vergognosi e miserabili insulti nella brutta pubblicazione curata dalla Presidenza del Consiglio e dall'ex-Ministro per le Pari Opportunità, Stefania Prestigiacomo, sulle Italiane di rilievo dai tempi dell'unità ai giorni nostri (vedi QUI).

A me sembra che questa donna incarni tutto ciò che ci si aspetta debba rappresentare un Presidente della Repubblica, specialmente in questo momento:
il senso alto della politica nella democrazia, la viva memoria dell' ardua costruzione della nostra Repubblica radicata nella lotta di Resistenza contro il fascismo e il nazismo, il rispetto per la Costituzione, il coraggio dell'onestà e della chiarezza.
Questo è il motivo per cui, pur sapendo che non spetta a noi cittadini l'elezione del Capo dello Stato, aderisco all'iniziativa di indicare il suo nome a coloro che, su nostra delega, dovranno tra pochi giorni eleggere il nuovo Presidente della nostra Repubblica.

A chi vuole ulteriori informazioni su Tina Anselmi suggerisco, tra il vario materiale che si può trovare in rete, questa video intervista fatta il 25 aprile dell'anno scorso, e un'altra bella testimonianza pubblicata QUI, in cui ricorda episodi della sua esperienza partigiana.
E, naturalmente, non dimenticate di leggere le 10 ragioni cui rimanda il banner.

Postato da: AnnaSetari a 09:07 | link | commenti (22) |

domenica, 23 aprile 2006

Oggi, 23 aprile, si festeggia il quattrocentoquarantaduesimo compleanno di Shakespeare e si ricorda anche la data della sua morte, avvenuta cinquantadue anni dopo.
È una data simbolica, tuttavia, più che reale, perché c'era allora in Inghilterra il calendario giuliano, che comportava dieci giorni di differenza rispetto a quello gregoriano, che usiamo ora e che altre nazioni avevano già adottato in Europa negli anni in cui visse Shakespeare. Insomma, la vera data della nascita, e della morte, di Shakespeare corrisponderebbe al nostro 3 maggio. Ma la data di oggi, simbolica anche perché corrispondente al giorno del mitico San Giorgio, protettore d'Inghilterra, resta l'unica ufficiale e, a dispetto dei calendari difformi, istituisce anche un legame ideale e "numerico" tra Shakespeare e l'altro grande del suo tempo, l'autore del Don Chisciotte, Cervantes, che morì proprio come Shakespeare nel 1616, il 23 di aprile.
Questo è anche il motivo per cui la data del 23 aprile è stata scelta dall'UNESCO per celebrare la giornata del libro e del diritto d'autore, che viene quest'anno particolarmente festeggiata a Torino scelta come Capitale Mondiale del Libro.

Io intanto mi sono dilettata nella vigilia a tradurre questo sonetto sul conflittuale mese di Aprile che qui vi offro in lettura.
Si tratta del 98:

Da voi sono stato lontano in primavera,
quando in veste sfarzosa, Aprile bello
spirava giovinezza in ogni cosa
sì che saltava con lui ridendo anche Saturno, il grave.
Ma, né canti d'uccelli, né il profumo soave
di fiori tanto vari d'incarnato e fragranza,
seppero indurmi a liete storie estive
o a coglierli dal grembo festante d' abbondanza;
né il giglio col suo bianco mi colpì di stupore
né lodai nella rosa il suo fondo vermiglio:
erano solo profumo, parvenze di delizia,
a vostra somiglianza, modello voi di ognuna.
Per me continuava l'inverno, e, voi essendo via,
come fossero ombra di voi con loro finsi in gioco.



From you have I been absent in the spring,
When proud-pied April, dress'd in all his trim,
Hath put a spirit of youth in everything,
That heavy Saturn laugh'd and leap'd with him.
Yet nor the lays of birds, nor the sweet smell
Of different flowers in odour and in hue,
Could make me any summer's story tell,
Or from their proud lap pluck them where they grew:
Nor did I wonder at the lily's white,
Nor praise the deep vermilion in the rose;
They were but sweet, but figures of delight,
Drawn after you, you pattern of all those.
Yet seem'd it winter still, and, you away,
As with your shadow I with these did play.

Postato da: AnnaSetari a 08:43 | link | commenti (4) |
shakespeare

sabato, 22 aprile 2006

Una poesia di Nadia Anjuman Herawi

Sul blog di Georgia sono state pubblicate due poesie, entrambe molto belle, di Nadia Anjuman Herawi. Ne pubblico qui una: quella che più profondamente mi ha emozionata.
Nadia Anjuman è la giovane scrittrice afgana, autrice della raccolta di poesie intitolata Gul-e-dodi, "Fiore rosso scuro", che all'inizio dello scorso novembre morì uccisa, si disse, dal marito o da qualche altro familiare, forse proprio per la contrarietà che aveva suscitato in famiglia la sua notorietà. In occasione della sua tragica morte (che fu anche l'occasione in cui abbiamo avuto conoscenza della sua vita e opera) Georgia e poi anch'io avevamo già pubblicato già una prima poesia, nella traduzione della blogger Vento d'Oriente.

La poesia che qui ricopio è tratta da Nuovi Argomenti, n. 33, Genn-Marzo 2006, Quinta serie,pp. 382. Traduzione a cura di Carmela Sorrenti.

La più pallida

Non tormentarmi, la serratura del mio cuore è chiusa
La statua del tuo desiderio non si trova
Lo scrigno della tua gentilezza è grande, è grande
Non riesce a farsi strada nel mio corpicino
La via che ci sta davanti è formata da due linee parallele
Significa che la storia di me e te non diventerà do noi due
Non descrivere i miei tratti, non mi inganno
La farfalla dalle ali bruciate non diventa bella
E’ inutile, non darmi speranza
Un cipresso che si è trasformato in ceppo non si innalza
Forse sei diventato il Messia, non colpire
Il dolore che va dritto al cuore, non è duraturo
La parola più pallida della raccolta è la mia vita
Nell’illeggibile scrittura curva e sottile
Lascia che non sia letta e muoia sconosciuta
Questa parola maledetta e senza senso.

Postato da: AnnaSetari a 07:37 | link | commenti (3) |
anjuman

giovedì, 20 aprile 2006

ANOMALIE

Stamattina svegliandomi m'è parso che il viso allo specchio mostrasse qualche traccia di giovinezza, una certa luce negli occhi che si era oscurata nei giorni scorsi. "Forse è arrivato il momento - mi sono detta - di smetterla di rodersi il fegato dietro alle manovre di questo eternal villain. È aprile, dopotutto, e, anche se a fatica e pallido pallido, il sole sembra averla avuta vinta finalmente contro la nuvolaglia delle settimane passate, gli alberi sono tutti fioriti, gli uccelli cantano, forse stanno persino tornando le rondini." Quando sono uscita, anche il passo m'è parso più felice e lieve, come quello dei vent'anni.
Pensiamo all'amore, dunque - stavo giusto dicendomi con un sorriso, quando l'occhio mi è caduto su un articolo di Repubblica che diceva
Sesso è bello anche a 80 anni. Però subito dopo aggiungeva un "ma": Ma l'Italia è in controtendenza.
Insomma pare che dappertutto nell' Europa occidentale (e soprattutto in Spagna) le persone se la godono un mondo col sesso, tranne che da noi, anomali anche in questo rispetto all'Europa.

Chi vuol conoscere i dettagli può continuare a leggere


Postato da: AnnaSetari a 11:03 | link | commenti (3) |

venerdì, 14 aprile 2006

La primavera è finalmente arrivata. Per qualche giorno farò vacanza dai blog. Vi lascio i miei auguri e, come dono, l'ultima versione della bellissima poesia di Giovanni Monasteri


I contadini non amano i fiori
(sulla passione per l’antiquariato)

Non ha finestre, quasi non ha porta
il ripostiglio, la grotta
nel recesso più buio, più segreto
della casa dove sono nato.
La muffa nera alle pareti
è soffice come muschio e ha un odore
di salnitro e ammoniaca.
Da nere travi pendono corde secche,
qualche paniere sfondato e ragnatele
disabitate. Neanche più gli insetti
vivono in questa tomba.
La chiave viene perduta
e ritrovata ogni sette anni.
M'invitano a indossare abiti vecchi,
tute scafandri caschi,
se voglio entrarvi a cercare con la candela
cose che altri dicono preziose
senza conoscerne i nomi francesi o arabi.
Appena trent'anni fa erano vive,
ancora in uso. Niente di speciale:
contenitori per olio e conserve,
attrezzi per lavorare la terra.
Cose che non hanno ancora un nome
nella straniera lingua in cui scrivo.
E non vorrei, del resto, per rispetto,
scriverne i nomi in corsivo,
evocarle in dialetto.

Sopravvivono i nomi - e gli scheletri.
Durano poco, oggigiorno, le cose.
Le parole, un po' più durature,
non sono pietra, sono creta, o rame,
che quando è nuovo sembra oro.
Ma questa è l'epoca della resurrezione,
della vita eterna sulle mensole
di vetro, nei paradisi antiquariali.

Dovrei svuotare questo intestino cieco,
tradurre tutto nella mia nuova casa,
quando ne avrò una: panieri ceste
lumi a petrolio crivelli caldani
stoviglie pentole giare
cordame aratri falci rugginose
e ragnatele spesse come terra.
Ma basterà lavare, restaurare?
E quali piante dovrò coltivare
nel mio giardino?

O cara infanzia, amate cose, vecchie
e non antiche, Itaca
è mai esisistita? E vi ho davvero amate?
Ci eravamo disaffezionati
a voi, alle vostre ombre, come ai malati
che non guariranno più,
e non li guardiamo neppure,
quando siedono a tavola
pallidi e silenziosi.
Trent'anni dopo, di sé non lasciano
che ossidi, gusci vuoti e contraffazioni
persino nella memoria. No, non somigliano
alle patacche in vendita presso gli scavi,
né alle reliquie dubbie degli antiquari
che mostrano gromme e patine "originali".

Dovrei lodarvi, venerarvi, o lari,
comporre odi per voi e peana.
Invece mi fate pena, come a mio padre.
Nascondetela, quella padella
annerita al fuoco di legna.
Perchè le avete inflitto
il ludibrio di stare lì esposta,
appesa, tra rampicanti e bougainville,
al muro di cinta di un villino,
in compagnia di un'erma di cemento
e di ortensie negli scaldini?
O almeno allontanatela del tutto,
truccatela, mummificatela
come le sue sorelle,
la cui crosta di fumo fu lavata
con l'acido per il water,
e il cui rame splendente, ritrovato,
venne di nuovo cancellato
con nitrato d'argento e ammoniaca
che le insignirono di un verde antico,
da bronzo greco o patella
trovata alla Villa Romana.

I miei ricordi non sono ancora
memorie. E vorrei cancellarli
con plasticoni e vernici. Non posso
tenere i cadaveri dei miei morti
in mostra sul canterano.
Tornato da Milano, del resto, non ho trovato
il lume a petrolio nel granaio,
il fuso e l'arcolaio nel sottoscala.
I miei cugini li hanno razziati
e venduti ai mercanti di Catania.
Puzza di morchia la giara superstite
ancora dopo trent'anni.
Dovrei riempirla di terra, come fan tutti,
e piantarci una palma, o dei gerani.
Ma mio padre e mio nonno a Leano
non piantarono palme, mai, né oleandri,
né rose né gerani. Gli unici orpelli
erano le decorazioni sulle stoviglie,
le ceramiche di Caltagirone.
Ma quelle erano fiori dei padroni,
regali del barone palermitano,
del cavaliere gerosolomitano.
I miei avi piantavano peri e meli
e pomodori, non laurocerasi.
E mandorli e noccioli, altro che ficus.
Seminavano grano, non prati inglesi.
Cipolle, non bulbi di crocus.
Le palme e i fiori stavano ai giardini pubblici,
non in casa e in campagna.

Ce n'erano anche là, fiori, cipressi,
dietro il muro di glicine e spine
che ci vietava la cerca dei nidi,
nella casa che apriva il suo cancello
solo a settembre, quando l'autunno
con l'esattore veniva
a esigere il raccolto dell'annata.
Ed allora cessava
il silenzio solenne in quei giardini.
Gli uccelli vi potevano cantare,
il signorino giocava
con una palla d'oro,
il fiero campiere s'inginocchiava
e baciava la mano.
Narrano che a dodici anni
il signorino morì
per una puntura di vespa,
o forse perì avvelenato
da un bicchiere di vino di Serradape.
E il barone, che aveva celebrato
l'aria salubre dei colli armerini,
non vi tornò mai più.

Ci sono entrato mai in quella casa?
Grande, più grande d'ogni casa umana.
Ero bambino e l'orgia dei tritoni,
là, fra gli spruzzi e i salici di babilonia,
mi parve cosa che forse ho sognato.
Dagli archi un po' normanni e un po' moreschi,
dalle mensole e dalle balconate
ghignavano e ringhiavano mascheroni,
un po' draghi e un po' grugni satireschi.
E dentro, quanti marmi e princisbecchi!
nuvole a forma d'angeli e madonne
volavano fra stucchi e lampadari.
Le cornici barocche dei ritratti
di Paladino, gli specchi, i doppieri,
le dormeuse le agrippine i luigi dodici
e altre meraviglie che anche adesso
non saprei come chiamare:
roba che certo non potrei trovare
alla Zineffa, rivendita
di vernici e cornici fatte a mano,
barocche anch'esse e di poliuretano.

Il corniciaio vende anche le pecore
di gesso, e putti e piccoli gazebo
per i giardini con bossi e panchine,
cose che tutti possono comprare.
Mi racconta che il padre era un pastore.
E io ripenso agli ovili di Muliano
e al pastorello di quattordici anni
che ammazzò col bastone una ninfa
chiamandola puttana.

Lu iornu pasciva li pecuri
la sira faciva sipali... (1)


Degli ovili come dei terreni
facevano recinzioni con muri a secco.
Le pietre nel ragusano
sono merda del diavolo,
altro che suiseki e giardini zen:
per ogni chicco da seminare
bisognava togliere una pietra.
A Enna, che si chiamava Castrojanni,
le case dei pastori erano grotte,
come nel presepe, e di pietra vera.
I figli di quei trogloditi sono pingui
come tutti gli ex emigrati
e bilingui: ennese e tedesco.
Fanno sopraelevazioni e seconde case
con blocchi di cemento.
Folcloristi antropologi professori
li vogliono specie antica da salvare,
ma quelli non lo sanno: troppi innesti
allignano sull'ignobile nobile ceppo.
Nel campo avito piantano un pesco
e due pini di aleppo.

(1)Da una canzone popolare: di giorno pascolava le pecore/di sera costruiva muri a secco.

Presa da PROTEUS

Postato da: AnnaSetari a 10:10 | link | commenti (8) |

mercoledì, 12 aprile 2006

Sonettino del 9 aprile

di Brianzolitudine

E' più lieve d'infante
pulcino, ma è pesante
vittoria da elefante
contro quell'arrogante

nano che la Volante
arrestare in flagrante
dovrebbe. E sono tante
le gioie sacrosante

del vecchio militante
diesse o del brillante
studente senza tante

pretese. E' entusiasmante
la vittoria, ma Dante
direbbe: andiamo avante!


Era nei commenti ma mi pare che meriti maggiore rilievo.

Postato da: AnnaSetari a 20:12 | link | commenti (18) |

martedì, 11 aprile 2006

La nottata è stata lunga e pesante.
E non è passata ancora.
Anche se oggi splende un bel sole e, alla fine dei conti, abbiamo vinto.




Una nota in margine:
Il gioco della lentezza nel dare i dati è stato un gioco mediatico finalizzato a suscitare nel telespettatore (il popolo italiano così come è stato ridotto) l'idea di una sconfitta dell'Unione.
Ora, anche se i dati reali hanno assegnato la vittoria, sia pure per pochi voti, all'Unione, tale impressione resta, e sarà utilizzata dalla CdL per sostenere che la propria non è sconfitta ma "vittoria scippata".

Insomma c'è stata un'abile regìa nella nottata di ieri.

Postato da: AnnaSetari a 07:15 | link | commenti (35) |