A Wittenberg nei giorni scorsi sono stati trovati fogli e libri antichi negli scantinati di un vetusto edificio che si stava restaurando. Tra gli altri pare ci sia un quaderno in cui, benché le pagine siano assai malridotte e la scrittura in molta parte illeggibile, si trova ossessivamente ripetuta un'unica frase:
uno può sorridere, e sorridere, ed essere un mascalzone.
Si tratta del quaderno di appunti del principe danese?
In America , dove già si parla di un film sull'argomento con la sceneggiatura di Dan Brown, alcuni pensano di sì: il quaderno, dicono, potrebbe essere stato conservato in memoria del principe da Orazio, tornato a Wittenberg dopo la morte del suo amico. Dan Brown si spinge anche più in là , e sostiene che il ritrovamento potrebbe essere la prova di un suo vecchio sospetto, e cioè che il principe non sia affatto morto nella strage di Elsinor: nella gran confusione di quel giorno, sarebbe stato Orazio a morire al suo posto. E il famoso danese ne avrebbe allora preso l'identità e si sarebbe rifugiato a Wittenberg, dove, essendo contrario al matrimonio, non avrebbe dato vita a nessuna stirpe limitandosi a disseminare l'Europa solo di bastardi.
I britannici, invece, non danno alla notizia la stessa enfasi e ritengono più probabile che si tratti, se non di un falso, di un notes appartenuto a qualche studente inglese che conosceva il teatro del suo tempo.
In Italia, dove di questi tempi i danesi sono quelli delle vignette, ci si interroga invece su chi mai possa esserci dietro il ritrovamento e la pubblicazione di carte contenenti una frase che suona così volgarmente irrispettosa verso l'uomo più sorridente del bel paese.
Quarantamila pistole "fuori uso" della polizia italiana, sono state rivendute dal ministero dell'Interno alla Beretta, che dopo averle rimesse a posto, ne avrebbe fatte arrivare in Irak più della metà aggirando le norme per il traffico delle armi, attraverso una triangolazione con una ditta inglese.
La faccenda è stata scoperto per caso: una dipendente della Beretta è stata scoperta a trafugare pistole che non avevano la matricola. E così è venuto fuori che all'interno della ditta ce n'era uno stock senza matricola o con matricola abrasa. Poi è giunta la notizia che nelle mani dei guerriglieri in Irak erano state trovate pistole Beretta vecchie (ma funzionanti). La procura di Brescia è andata avanti con l'inchiesta: secondo i magistrati di Brescia, giudizio confermato in seguito dal Tribunale del Riesame, “la stessa cessione delle armi da parte del ministero dell'Interno appare illegaleâ€. Inoltre la Beretta non possiede dal 2002 la licenza per riparare le armi. Tutta la faccenda appare illegale e Ugo Gussalli Beretta rischia di perdere la sua azienda.
Ma Ugo Gussalli Beretta non è uno qualsiasi: è amico personale del premier Berlusconi e della famiglia Bush. Non può certo rovinarsi per queste sciocchezze.
Così è stata inserita dal governo una norma nel decreto sulle Olimpiadi di Torino, che potrebbe infine cancellare l'inchiesta e salvarlo.
La complessa e interessantissima storia viene ricostruita nei suoi particolari dal settimanale l'Espresso QUI
Tutte le scuole, da quella materna alle superiori, resteranno chiuse questa settimana a Padova: il comune ha pensato di invitare a concentrare in un unico periodo quei famosi giorni di vacanza che ciascuna scuola ha da vari anni la facoltà di gestire autonomamente. In tal modo, si potranno spegnere contemporaneamente i termosifoni di tutti gli edifici scolastici, diminuirà in parte il traffico mattutino, l'aria sarà più pulita, i genitori che possono permetterselo andranno in montagna con i figli, e gli altri - be', gli altri si arrangeranno come sempre con nonne e zie.
Niente da dire: mi pare che si tratti di un opportuno intervento di razionalizzazione.
Chiamare però questa vacanza scolastica "Settimana ecologica", come si è fatto, mi pare un pochino bizzarro.
Potrebbe oltretutto far nascere l'idea, in chi volesse risparmio energetico e aria meno inquinata nelle città , di convincere il ministero della PI a dare facoltà di tenere le scuole pubbliche chiuse per tutto l'anno.
Segnalo un bell'articolo di Barbara Spinelli su La Stampa di oggi, dove si parla di integralismi musulmani e nostrani, e ci si allarma perché
"l'ingrediente essenziale del vivere civile in Europa è scomparso: l'ingrediente che consiste nel ragionare distinguendo, nel separare ruoli, poteri. Le tenebre sono questa melma che fonde cultura, politica, fede, dioplomazia, caricatura, godimento estetico, piacere del potere, pathos patriottico, pubblicità , linguaggio amministrativo, vocaboli giudiziari."
Osserva la Spinelli, più avanti che
"la confusione di ruoli e attività nasce da ignoranza, la riproduce. Non l'ignoranza di chi non conosce, sempre scusabile, ma un'ignoranza militante, saccente.
Quella del nostro integralista, persuaso che l'Europa, più che di politica e distinguo, abbia bisogno di esaltare soprattutto le radici cristiane: e da queste radici fa discendere tutto, riesumando l'organicismo tipico degli ottocenteschi integralisti cattolici e facendo della religione un sostituto della politica. Fa discendere anche l'idea di reciprocità , niente affatto inutile in diplomazia ma pericolosa se usata integralisticamente. La reciprocità non tollera misture integraliste, è da negoziare con cautela il più delle volte asimmetrica, altrimenti diventa dinamite: minacciamo di rinunciare alla nostra civiltà perché l'altro non la condivide, alla nostra tolleranza perché l'altro non la garantisce.
L'intero articolo, intitolato Integralisti musulmani e italiani può essere letto QUI
«Io non corro per essere l'unico leader della coalizione, ma solo per andare a Palazzo Chigi»: così il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, a Roma, a un convegno dell'Udc al Teatro Italia, ha commentato la firma dell'Udc al programma del Polo che prevede Silvio Berlusconi leader della coalizione.
(sui giornali di oggi)
AVVISO ai MATTINIERI
Questa mattina alle 9,30 nella trasmissione di Gabriella Caramore, Uomini e profeti, su Radio3, si parla del bel libro di Samir Kassir intitolato L'infelicità araba (Einaudi 2006), su cui ho pubblicato un post pochi giorni fa. Alla discussione partecipano il padre gesuita Samir Khalil e lo studioso di cose islamiche Paolo Branca.
La trasmissione potrà , nei giorni successivi, essere ascoltata in registrazione QUI, nel sito di Uomini e profeti, su Radio3.
Ieri ho rivisto Racconto d'inverno di Shakespeare: una strana opera, nella cui prima parte si svolge e si consuma una vera e propria tragedia. Un uomo, un re, accecato da un'improvvisa gelosia, infondata, paranoica, assolutamente impermeabile a qualsiasi ragionamento, fa abbandonare in una campagna desolata la figlia neonata che non vuole riconoscere come propria e finisce col provocare la morte della moglie e quella del figlio primogenito, un ragazzino d'una decina d'anni.
Il trauma di queste perdite improvvise fa rinsavire l'uomo, che (ed è questa la vera tragedia), si rende conto della irragionevolezza assoluta di quella sua gelosia, e vorrebbe porre riparo, cancellare gli errori, recuperare gli affetti e le persone perdute. Ma non può fare più nulla: la morte è un evento irreversibile. Il tempo è irreversibile, e al re non resta che una vita di rimorso vano.
A questo punto però la scena cambia. Lo spettatore viene avvertito che sono passati sedici anni dalla tragedia e gli viene presentata una commedia pastorale, nella quale vengono introdotti i vari ingredienti tipici delle commedie antiche: gli innamorati, gli sciocchi, il vecchio genitore, il furbo, il buffone e, soprattutto, i provvidenziali riconoscimenti che portano ai matrimoni. La figlia abbandonata del tragico geloso, Perdida, viene ritrovata, e accolta alla corte del padre. Per di più, sposa il figlio di un amico del padre, un coetaneo di quel suo defunto fratellino che lei non ha potuto mai conoscere, e che ora il padre può "rivedere" incarnato in questo genero. Sicché la famiglia distrutta si ricostituisce secondo una legge di sogno, quella per cui una persona può raffigurarne un'altra, essere al posto di un'altra.
Manca solo la moglie, la madre dei ragazzi. Ma ecco che anche questa nel finale riappare, nel più miracoloso dei modi: un suo ritratto scolpito infatti si anima e la regina è di nuovo in vita, forse anzi non era mai "realmente" morta, e abbraccia lungamente il colpevole re, benedice la figlia , tutto si ricompone in una specie di sogno accorato.
Potrebbe sembrare un guazzabuglio questa trama, una malriuscita commistione di generi, con un finale da favoletta incredibilmente appiccicato a chiusura di quella che si era annunciata come realistica tragedia. Quasi una beffa per lo spettatore. Eppure, rivedendolo ieri, ne sono stata turbata fino alla commozione.
La vita è tragica, sembra dire Shakespeare. Certe nostre follie portano a conseguenze irreversibili, che non possono avere risarcimento. E, soprattutto, c'è la morte: la morte di chi ci è caro, di quelli verso cui ci sentiamo in debito e da cui forse non siamo stati perdonati: la morte, che è la forma più diretta che assume per noi il per sempre.
Non c'è lieto fine. Lo ha già detto col Re Lear, Shakespeare, che non c'è lieto fine.
Il lieto fine non è che una favola.
E lui ci mostra appunto questa favola consolatoria fatta di musica e canti, cioè di arte: di finzione. Che però è anche realtà : la realtà di un sogno accorato, quello di cui tutti abbiamo esperienza, quello in cui i nostri morti, fissati come statue nella loro non più mutabile offesa patita da noi, si rianimano e tornano a visitarci e si riconciliano e rivelano di non essere mai effettivamente morti.
Leggo QUI che "nel '94, anno dell'ingresso del premier in politica, le otto holding del Biscione avevano 108 milioni di debiti, le casse vuote e un patrimonio di 269 milioni. Oggi - pur avendo distribuito ai soci 850 milioni di dividendi in 11 anni - non hanno più debiti, hanno 303 milioni in contanti depositati in banca e un patrimonio di 854 milioni. Come dire che il loro valore si è moltiplicato più o meno per sette in un decennio."
Se i gli affari di Berlusconi si sono tanto avvantaggiati da quando ha smesso di occuparsene per pensare all'Italia, c'è da sperare che altrettanto accadrà all'Italia quando finalmente lui smetterà di prendersene cura.
Che ad Abu Ghraib si torturasse è assolutamente pacifico (cioè non discutibile). Che ci fossero tra i torturatori dei mercenari italiani non è accertato, ma è in fondo secondario, se "noi" siamo tutti gli Occidentali, i "cristiani", i buoni, e "loro" gli arabi, i musulmani, i cattivi del film.
Che la tortura sia di fatto ancora una pratica ordinaria nel mondo, per nulla eccezionale anche da parte di "noi buoni", che la sappiamo organizzare oltretutto, data la "nostra" nota superiorità , con metodo scientifico e impiego di specialisti, come tra l'altro dimostra l'esistenza di un luogo di prigionia come Guantanamo, è pure un altro fatto pacifico.
Che la pratichino gli "altri", i poco civili, i barbari, gli infedeli, poco mi stupisce. Perché mai, sennò, sarebbero "meno civili" o "arretrati" rispetto a "noi" e bisognosi della nostra pedagogia politica?
Mi chiedo invece come questa pratica sia da considerarsi in relazione ai famosi valori della nostra civiltà .
Basta continuare a far finta che si tratti di episodi eccezionali e isolati, e di iniziative individuali? Non è possibile: l'esistenza di Guantanamo lo smentisce.
Basta continuare a vantarsi che "però, da noi, se ne discute" e si protesta? Mi pare un po' poco.
E allora come regolarsi quando, come oggi si chiede, parlassimo di reciprocità ?
Forse si potrebbe dire: noi occidentali pretendiamo di girare per le vostre vie con le donne in abiti succinti che possano fare il bagno in topless (vertice simbolico della "libertà " in questo grande bar televisivo in cui si svolge il dibattito politico italiano), pretendiamo inoltre di andare in chiesa tranquilli anche nelle vostre contrade (come dicono quelli tra noi più pensosi), ma anche riconosciamo reciprocamente fra i diritti inalienabili quello più peculiare e universale dell'uomo: quello, che tutti stringe e affratella al di là di ogni conflitto, di torturare i propri simili.
A proposito di reciprocità : in Nigeria i Cristiani stanno rispondendo ai massacri fatti dai Musulmani con loro massacri della stessa natura.
Dobbiamo esultare? Scendere in piazza a plaudire per i "nostri"? O forse i "cristiani" quando non sono bianchi occidentali, pur se mostrano schiena dritta e propensione alla reciprocità ci appassionano di meno? Li sentiamo meno "nostri"?
Che cosa voglio dire? Forse che le cose non sono poi tanto semplici da sbrogliare.
(Devo avvertire il lettore che in questo post è stata usata anche dell'ironia?)
"La Storia è una disciplina largamente coltivata presso tutti i popoli d'ogni razza. La si ricerca con avidità . L'uomo della strada, la gente comune aspira a conoscerla. I re e i leader rivaleggiano per essa. La comprendono sia i dotti che gli incolti. Perchè esteriormente, in superficie, la Storia non è che la presentazione in veste elegante dell'informazione sugli eventi politici, sulle dinastie e sugli accadimenti del lontano passato. (...)
Sotto la superficie, tuttavia, il significato interno della Storia, implica attività speculativa e uno sforzo teso ad attingere la verità , implica spiegazioni sottili delle cause ed origini delle cose esistenti, e profonda conoscenza del come e del perché degli eventi. La storia è, perciò fortemente radicata nella filosofia. E merita di essere considerata una sua branca."
Chi scrive è un grande storico vissuto nella seconda metà del XIV secolo, autore di una Storia universale la cui prefazione teorica è apprezzata dai suoi moderni colleghi come anticipatrice del pensiero storico moderno, perché sottolinea l'importanza dell'analisi, nella presentazione degli eventi, della molteplicità dei vari fattor, psicologici, economici, ambientali, sociali ecc. che intervengono a determinarli, e che solitamente non venivano presi in considerazione nelle trattazioni storiche. Arnold Toynbee, noto storico inglese, la giudicava "la più grande opera del genere che mai sia stata creata da una mente umana in ogni tempo e in ogni luogo."
Apprendo queste cose, perché se ne parla sulla TLS di questa settimana, dato che, in occasione del secentesimo anniversario della morte dell'autore, che cade quest'anno, in Inghilterra è stata pubblicata in edizione economica la sua opera.
Mi sto riferendo di Ibn Khaldun, arabo come il nome lascia subito capire, appartenente a una famiglia di yemeniti che, dopo essersi stabilita nella regione di Siviglia ai tempi della Conquista, primeggiando nei secoli successivi tra gli intellettuali e i politici di Siviglia, si trasferì a Tunisi poco prima della Riconquista continuando ad avere un ruolo di prim'ordine nella vita intellettuale e politica di quella regione.
Ibn Khaldun, nato nel 1332, fece studi classici sotto i migliori maestri del tempo e studiò inoltre filosofia. Entrato nella vita pubblica, fu in varie corti del tempo esercitando grande influenza e intrecciando varie relazioni con i potenti contemporanei - cosa di cui subì anche conseguenze negative, come capita nei regimi dispotici.
Fu proprio durante un periodo di prudente ritiro dalla vita pubblica, iniziato nel 1375, che scrisse ad Orano, nel castello di Ibn Salama la sua opera più importante, la Muqaddimah, che pare voglia dire qualcosa come "prolegomeni", ed è l'introduzione ai suoi libri di Storia: quella per la cui acutezza e profondità poi è rimasto famoso. Fu in seguito in Egitto, per lungo tempo, con vari incarichi, anche di insegnamento. Nel 1400 accompagnò il Sultano mamelucco al-Nasir nella spedizione in difesa di Damasco contro l'assedio posto alla città da Tamerlano. Fu tra i giureconsulti che poi trattarono la resa della città , e la sua fama essendo vastissima, venne invitato a colloquio da Tamerlano che volle conoscerlo di persona. Così passò sei settimane nel suo accampamento e ha lasciato di quel conquistatore questo vivo ritrattino:
"Il re Tamerlano è uno dei più grandi e potenti sovrani. Alcuni gli attribuiscono il sapere, altri l'eresia (...) altri ancora l'impiego di magie e sortilegi, ma in tutto questo non c'è nulla di vero; il fatto è che semplicemente egli è grandemente intelligente e perspicace, e si appassiona a discutere e argomentare su ciò che conosce, e anche su ciò che non conosce."
Ad Ibn Khaldun si attribuiscono anche doti letterarie e certamente interesse forte per questioni di lingua e di lettere, come in qualche misura pare suggerire anche questa sua frase, che colpisce per la sorprendente somiglianza con quanto abbiamo letto molto di recente sui giornali (qui) :
"La scrittura è la modellatura delle lettere per rappresentare le parola che, a sua volta, rappresentano che cosa è nell' anima".
Morì al Cairo, nel 1406.
Ibn Khaldun non è stato tradotto in italiano. Ma nelle edizioni Jouvence è stato pubblicato un libro su di lui, di Giuliana Turroni, intitolato Il mondo della storia secondo Ibn Khaldun.
Chi sono questi islamisti arabi se non degli estremisti regressivi e fanatici, che brandisconono le loro "radici" islamiche, per imporre dappertutto nei loro paesi e nel mondo uno "scontro di civiltà " che porta verso un precipizio di violenza e di morte?
In questo momento con ogni evidenza il loro successo nell'immaginario delle popolazioni arabe è, date le circostanze, in crescita, sicché essi tentano di approfittarne per prendere dappertutto il potere rovesciando i governi, spesso corrotti, che vengono dall'Occidente chiamati "moderati".
Chi, in Occidente, appoggia e offre una sponda al loro fanatismo?
A me pare che, dopo i portatori di guerra e di Guantanamo, una buona mano la diano i fanatici cristianisti nostrani. Entrambi incarnano la faccia dell'Occidente stesso che meglio si adatta a rendere credibile e "vera" la visione deforme che viene propagandata dagli estremismi islamisti.
E qui apro una piccola parentesi per dire che uso il termine islamista perché gli estremisti arabi di cui sopra, non sono affatto espressione del mondo islamico e degli islamici tout court, ma ne sono la deformazione fanatica fascistoide. Un po' come (nel nostro piccolo, e con tutte le differenze dovute al fatto che finora viviamo in un paese infelicissimo ma ancora pacifico) i leghisti, che, pur essendo italiani, non sono espressione del nostro paese nel suo insieme o di noi italiani, ma appunto rappresentano la nostra deformazione fascistoide, che, per nostra disgrazia, ha certamente anche buone radici nella nostra storietta (e ha avuto, a suo tempo, un buon successo nell'immaginario dei nostri compatrioti, e non solo), ma non ci rappresenta, né rappresenta la nostra Repubblica nata dalla Resistenza. Per questa indubbia parentela mentale con gli islamisti, da quando hanno cominciato a brandire, non più le supposte radici celtiche in funzione anti-italiana, ma quelle cristiane in funzione anti-immigrati, ho deciso di chiamarli cristianisti (seguendo in questo un suggerimento di Michele Serra). Chiamo cristianisti loro e tutti i vari neocon che si appellano alle radici cristiane in funzione di uno scontro di civiltà . Tanto per non confonderli con i cristiani, ed escludere dai discorsi che li riguardano, la religione, di cui evidentemente loro poco importa, o la chiamata in causa di figure storiche della grandezza di Gesù o di Maometto.
Oggi, leggo, un po' dappertutto sui giornali, considerazioni equilibrate relative al fatto che occorrerebbe tenere la schiena dritta e usare fermezza contro i facinorosi d'Oriente, che se vogliono essere rispettati da noi sarebbe bene che ci rispettassero a loro volta. E via dicendo, un po' ridicolmente, come sarebbe chiaro se simili esortazioni venissero pronunciate nel consiglio di classe di una classe in cui ragazzotti di quartieri malavitosi stessero per prendere la mano dei loro spauriti professori, che, appartenenti tutti ad altri quartieri, e molto avviliti dagli stipendi e dalle poche soddisfazioni, in cuor loro li sterminerebbero tutti (se avessero la possibilità , e il permesso del preside che li sollevasse dal doverne rispondere).
Penso che l'atteggiamento da tenere oggi in questo momento così difficile sia molto difficile a sua volta e presupponga la consapevolezza del quadro generale della polis da cui nascono gli episodi, e la capacità di agire anche all'interno di quello, non solo di fronte alle ultime conseguenze e ai singoli crimini quando accadono.
Non bastano insomma un po' di "schiena dritta" e di "fermezza". Queste andrebbero usate con i nostri potenti e prepotenti, davanti ai quali si è spesso così proni.
E anche contro i cristianisti, che, fra parentesi, come ancora si vede in questi giorni, attraverso il ricatto entro la sgomitante coalizione di malgoverno in cui si sono introdotti, si propongono di conformare la nostra repubblica democratica alla loro bassa misura.
E a proposito di leghisti e del nostro dramma elettorale, una buona consapevolezza e memoria dovrebbero invitare anche i nostri dell'Unione a badare alla loro schiena e a non ripetere gli errori di dieci anni fa, quando corteggiarono Bossi....
L'ex ministro delle Riforme Roberto Calderoli è stato iscritto sul registro degli indagati della Procura di Roma per i reati di "Offesa alla religione dello Stato mediante vilipendio di cose" (art. 404 cp) e di "Delitti contro i culti ammessi nello Stato" (art. 406 cp). L'iscrizione è successiva alla segnalazione, avvenuta sabato, di un articolo di stampa. L'indagine è affidata al pm Roberto Cucchiari.
La notizia, apparsa su Repubblica.it, mi sembra però riferita in modo confuso e alquanto fuorviante: non esiste più infatti la dicitura "religione dello Stato" nel citato articolo 404 del codice penale, che ora, col contributo dei leghisti stessi, è intitolato "Offese a una confessione religiosa mediante vilipendio o danneggiamento di cose". Quanto all'art. 406, è stato, per logica, abrogato.
Evidentemente Calderoli è indagato per possibile vilipendio della religione islamica , non, come invece sarebbe stato più corretto, per razzismo, e vilipendio, se mai, della religione cristiana in tutte le sue confessioni.