CRITICA DELL'INTERFACCIA


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martedì, 29 novembre 2005
le voci dei poeti

Un semplice annuncio per anglofili e amanti della poesia: da domani dovrebbe cominciare a funzionare Poetry Archive, un sito, presieduto nientemeno che da Seamus Heaney (Nobel per la letteratura nel 1995) e diretto da Andrew Motion (altro poeta) e Richard Carrington, che intende raccogliere e conservare le registrazioni delle voci dei poeti di lingua inglese, con l'obiettivo molto suggestivo, e certo anche da discutere, di riportare la poesia all'oralità delle sue origini (per sapere qualcosa di più potete leggere qui).
Ai visitatori sarà possibile ascoltare le voci, oltre che di poeti contemporanei, anche di alcuni tra i più noti del passato (non Shakespeare, alas, ma TS Eliot o Auden sì) che leggono le proprie poesie.
Sarebbe bello che si facesse qualcosa del genere anche da noi, per i poeti italiani.

E in effetti, aggiungo dopo aver letto i commenti, sì, qualcosa già si è fatto. Basta andare, seguendo i suggerimenti di Proteus e della Giardiniera (i link sono qui accanto), nell'archivio Rai, e specialmente QUI, oppure in siti come questo qui, e si possono già ascoltare varie voci di poeti italiani. Manca tuttavia un progetto più sistematico, mi pare.

Postato da: AnnaSetari a 13:26 | link | commenti (15) |

sabato, 26 novembre 2005
scrittori che non scrivono

Dopo aver imparato l’inglese cominciano le complicazioni. Per quanto ci provi arrivi sempre a questa conclusione. Ciò si può applicare a tutti, ma soprattutto ai latini, spagnoli compresi. Si manifesta rendendoci sensibili a implicazioni e complessità che non avremmo mai preso in considerazione, ci fa sopportare la persecuzione della filosofia, che, senza una funzione specifica, si intromette in tutto e, nel caso dei latini, provoca la perdita di una delle loro caratteristiche razziali: il prendere le cose come vengono, lasciandole in pace, senza indagarne le cause, i motivi o le finalità, senza l’indiscrezione di intromettersi in faccende che non sono di loro competenza, e li fa diventare non solo insicuri, ma anche coscienti di questioni di cui non gli importava nulla fino a quel momento.
(Felipe Alfau, Chromos, 1948)

Felipe Alfau fu uno scrittore spagnolo, nato a Barcellona nel 1902, emigrato negli USA durante la prima guerra mondiale e morto in un ospizio di Queens, New York, nel 1999.
La considerazione di cui sopra è citata nel libro Bartebly e compagnia di Enrique Vila-Matas , in cui si parla (cosa che per molti di noi è particolarmente suggestiva e interessante) degli scrittori che smettono di scrivere o non iniziano nemmeno a farlo.
Alfau scrisse nel 1928 il suo primo romanzo, Locos. A Comedy of gestures.
L’anno successivo pubblicò un libro per bambini, Old Tales from Spain. Poi cadde in un silenzio che durò quasi vent’anni, finché, cioè nel 1948 pubblicò Chromos, cui seguì il definitivo silenzio, durato cinquanta anni.
Ai giornalisti che alla fine degli anni Ottanta cercarono di intervistarlo, rispondeva: “Il signor Alfau si trova a Miami.â€

Nell’introdurre quella citazione da Chromos di Alfau, Enrique Vila-Martas commenta che la spiegazione che Alfau avanza della sua rinuncia a scrivere ricorda quella di Hofmannsthal in Lettera di Lord Chandos dove questi desiste dalla scrittura perché dice di aver perso la facoltà di pensare o parlare coerentemente di qualunque cosa.

Postato da: AnnaSetari a 08:37 | link | commenti (8) |

venerdì, 25 novembre 2005

Terribile ed awful è la potenza del riso; chi ha il coraggio di ridere è padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire.

Gli piaceva particolarmente il termine awful, che esprimeva meglio di "terribile" il senso di una soggezione piena di timore sacro verso qualcosa di ignoto e grandioso oltre che minaccioso ecc.

Postato da: AnnaSetari a 07:54 | link | commenti (3) |

giovedì, 24 novembre 2005
Palinodia

Lo ammetto: forse hanno ragione i filosofi parmenidei alla cui implacabile morsa tento di sfuggire. Il divenire non esiste, è pura illusione. Folle chi vi crede.
È ben dura da accettare, ma è così: il non essere non è. Sicchè non c'è scampo per noi, ahimé.
Come mi sono convinta di ciò? Be', ammetto anche questo, non attraverso ragionamenti e letture filosofiche per le quali non mi basta la testa che ho, ma attraverso una visione.
Quella, apparsa ieri alla Tv e oggi sui giornali, del presidente della Camera vestito a festa come un bravo scolaretto elevato all'onore di stare allo stesso tavolone del cardinal Ruini e monsignor Fisichella .
Nessuno si illuda: non si tratta, come vorrebbero credere gli ottimisti, semplicemente di un aspetto dell’eterno ritorno (per cui basterebbe aver pazienza e vita e si potrebbero vedere scene diverse da questa). Neanche l’eterno ritorno in realtà esiste. In realtà non ci si è mai mossi. L’abbiamo solo sognato.

Postato da: AnnaSetari a 12:06 | link | commenti (3) |

mercoledì, 23 novembre 2005
Il giardino

Entrate in un giardino di piante, d'erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell'anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un'ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell'albero è infestato da un formicaio, quell'altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall'aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell'altro ha più foglie secche; quest'altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L'una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l'altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co' tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile, va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro.
Certamente queste piante vivono; alcune perché le loro infermità non sono mortali, altre perché ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì, possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all'entrare in questo giardino ci rallegra l'anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono, o vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l'essere.

(Giacomo Leopardi, Zibaldone, Bologna, 19-22 aprile 1826).

Postato da: AnnaSetari a 15:58 | link | commenti (2) |
leopardi

lunedì, 21 novembre 2005
Gramsci, con la sua schiena di piccolo eretto Leopardi

La presenza di Leopardi nella poesia (e nella testa, se così posso esprimermi, di Pasolini) è tutt'altro che invisibile od occulta.
Certo non mi metto a improvvisare dilettanteschi saggi critici letterari qui su di un blog, ma qualche indicazione da lettrice a proposito di questo tema posso pure darla, così come farei in un dopocena con amici che fossero anch'essi lettori interessati.

Lasciando da parte la poesia giovanile di Pasolini, per la quale mi limito a dire genericamente che è tutta impregnata della poetica della rimembranza, del mito del tempo passato ecc., mi interessa far notare quanto Leopardi appaia presente nella raccolta delle Ceneri di Gramsci.
Prima di tutto vi appare nella concezione stessa dei poemetti: in quel loro andamento di ragionamento in versi in cui si alternano come nella Ginestra momenti autobiografici e momenti lirici, panoramiche geografico storiche e descrizioni realistiche della vita presente, lontana ed effimera, amata rimpianta nell'atto stesso di descriverla già nella luce del ricordo, nella lontananza dell'esclusione.
Ma è presente anche con più immediata concretezza nelle scelta di vocaboli tipicamente leopardiani.
Per tenermi nei limiti di un blog, prendo qualche esempio dal poemetto più noto, quello che dà il titolo alla raccolta, Le ceneri di Gramsci. Qui gli echi leopardiani sono vistosissimi, soprattutto nella prima e nell'ultima sezione.

Innazitutto il poemetto si apre con l'indicazione di un mese tipicamente leopardiano e già carico per questo del significato simbolico che allude alle giovanili illusioni viste dalla successiva epoca del disinganno: il "maggio odoroso".
Infatti: Non è di maggio questa impura aria, cioè il presente, con la sua mortale pace, disamorata (...) l'autunnale maggio/ in cui ci appare// tra le macerie finito il profondo/ e ingenuo sforzo di rifare la vita.

Il leopardiano "maggio odoroso" appartiene inevitabilmente al passato: non può perciò mai essere questo, ma è sempre quel maggio. E infatti:

Tu giovane, in quel maggio in cui l'errore
era ancora vita, in quel maggio italiano
che alla vita aggiungeva almeno ardore

quanto meno sventato e impuramente sano
dei nostri padri - non padre, ma umile
fratello - già con la tua magra mano

delineavi
l'ideale che illumina
(ma non per noi: tu, morto, e noi
morti ugualmente con te, nell'umido

giardino) questo silenzio.


Segnalo il termine "errore", tipicamente leopardiano (e messo in grande rilievo al limite della sospensione data dall'enjambment), e poi quel "quanto meno sventato e impuramente sano dei nostri padri", che richiama i versi della Ginestra anch'essi rivolti a un "tu" (in quel caso, la ginestra stessa, in questo di PPP, Gramsci ormai morto): ...ma più saggia, ma tanto/ meno inferma ecc. Qui, nelle Ceneri il "più saggia" diventa "meno sventata", e "meno inferma" diventa "impuramente sano", dietro il quale c'è secondo logica sottinteso un "più".
Infine c'è, riconoscibilissima, l'immagine della diafana mano della morta speranza di A Silvia (e con la mano/ la fredda morte ed una tomba ignuda/ mostravi di lontano.) Il gesto qui è lo stesso: con la tua magra mano// delineavi l'ideale che illumina/ (ma non per noi: tu, morto, e noi/ morti ugualmente...
Non si tratta di riprese solo esteriori.
Proprio in quest'ultima immagine leopardiana, quella della mano debole, morente, ma decisa che indica qualcosa (che è negazione) nel futuro, ecco che viene a concludersi nella mente del lettore un processo che, in analogia con la fusione, nell'ultima parte di A Silvia, delle immagini della ragazza e della speranza, entrambe morte, sovrappone l'immagine di Gramsci e quella, allusa, di Leopardi.
Del resto tale fusione tra le due figure verrà poi riproposta ad anni di distanza nella Divina mimesis(Einaudi 1975), dove a p.16 Pasolini rievoca nei panni di un dantesco Virgilio "Gramsci stesso... con la sua schiena di piccolo eretto Leopardi."
Ciò che accomuna i due nella mente di Pasolini, oltre alla diversità fisica, è il chiaro sguardo lucidissimo sulla realtà.

Tipico realismo leopardiano si ritrova poi nella chiusa delle Ceneri che richiama con evidenza il Sabato del villaggio, con la sua idea di festa attesa:

Già tutta l'aria imbruna, /torna azzurro il sereno (...)/Or la squilla dà segno / della festa che viene; / ed a quel suon diresti / che il cor si riconforta./I fanciulli gridando /su la piazzuola in frotta/e qua e là saltando,/fanno un lieto romore:/ e intanto riede alla sua parca mensa,/fischiando, il zappatore, /.../poi quando intorno è spenta ogni altra face,/.../odi il martel picchiare, odi la sega /del legnaiuol, che veglia/ nella chiusa bottega alla lucerna/e s'affretta e s'adopra/di fornir l'opra... (Leopardi,

Manca poco alla cena;/ brillano i pochi autobus del quartiere/ .../ ... e non lontano, tra casette/ abusive ai margini del monte, o in mezzo // a palazzi, quasi a mondi, dei ragazzi/ leggeri come stracci giocano alla brezza/ non più fredda, primaverile; ardenti// di sventatezza giovanile la romanesca / loro sera di maggio scuri adolescenti/ fischiano pei marciapiedi, nella festa// vespertina; e scrosciano le saracinesche / dei garages di schianto, gioiosamente,/ se il buio ha reso serena la sera,// ... (Pasolini, Le ceneri di Gramsci, sez. VI).

Ci sarebbe moltissimo altro da aggiungere. Per esempio, a proposito di La religione del mio tempo, e altro ancora. Soprattutto poi a proposito della "spiacevole ironia" del Pasolini di Trasumanar e organizzar che nella sua idea di base, ma anche in precisi richiami, si rifà alla Palinodia e ai Nuovi credenti e in generale alle poesie del ciclo di Aspasia di Leopardi fino al Tramonto della luna. Ma il discorso si farebbe lungo e complesso.

Postato da: AnnaSetari a 09:28 | link | commenti (7) |
pasolini, leopardi

domenica, 20 novembre 2005
A proposito di poeti che ci mancano

Sì, è proprio la Ginestra la poesia inaugurale di un intero modo di far poesia: di un universo stilistico così completo e complesso da avere i suoi sotto-universi gergali talvolta addirittura opposti fra di loro. È, questo che prospetto, uno di quegli avvenimenti storici che si dispongono sopra superfici e lungo direzioni non spazio-temporali ma ideali che le storie delle letterature difficilmente individuano. Territori extravaganti. Riserve da intuitivi. Che la Ginestra prefiguri e includa tutto un modo di far poesia, che non appartiene né alla categoria del plurilinguismo dantesco né a quella del monolinguismo petrarchesco (che, per merito di Gianfranco Contini, sono le sole classificazioni non temporali ma reali, dentro gli schemi delle storie letterarie, i terreni delle quali sono tutti inautentici e di comodo), è un tema che meriterebbe tutto un intero ciclo di studi, a cui dedicare una parte di vita. Devolvo a chi è più bravo, preparato e disponibile di me tale inebriante incombenza.

Eppure io già vedo di colpo (come in un'intuizione formale di un libro di creazione) ribollire e dissestarsi tutto un mondo stilistico "fissato" durante un secolo: e affiorare, prendendo consistenza e figura, tutta un'intera falda stilistica lasciata finora nel buio dei luoghi comuni e delle abitudini storiche. Non è una grande falda: non è un petrarchismo (in cui s'innesta, fra l'altro, anche il "leopardismo" degli ermetici e in genere del Novecento). Non è neanche un dantismo: almeno dal punto di vista quantitativo rilanciato dal realismo (Verga) e più tardi dai vari sperimentalismi (Gadda).
È una falda stilistica di scarsa rilevanza dal punto di vista quantitativo.

L'aristocraticità della Ginestra (...) prevedeva certo anche questa scarsità di proliferazione futura: cioè la scarsità del sentimento civile e rivoluzionario dei letterati italiani. La loro inettitudine all'entusiasmo e all'amarezza, all'illusione e alla rabbia.



Chi scrive è Pier Paolo Pasolini in Descrizioni di Descrizioni (Einaudi, 1979, p. 349)

Postato da: AnnaSetari a 11:27 | link | commenti (5) |
pasolini, leopardi

venerdì, 18 novembre 2005
una poesia di Nadia Anjuman

Ricordi di un tenue azzurro

Voi esiliati della montagna dell'oblio!
Perle, nomi addormenti nella palude del silenzio
ricordi soppressi, ricordi di un tenue azzurro
nella memoria della melmosa onda del mare dell'amnesia
Dov'è la limpida corrente dei vostri pensieri?
La mano di quale mercenario depredò la dorata veste del vostro volto?
In questo tifone partoriente d'oppressione
dove è la timoniera luna, l'argentea barca della serenità?
Dopo questo purgatorio che partorisce morte
se il mare si calma
se la nuvola svuota il cuore dai rancori
se la figlia della luna si innamora, donerà sorrisi
se il cuore della montagna si intenerisce, nascerà verde erba
feconderà
Uno dei vostri nomi, in cima alle montagne
diventerà sole?
L'alba dei vostri ricordi
ricordi di un tenue azzurro
per i pesci sfiniti dall'inondazione
impauriti dalla pioggia ed oppressione
diventerà la scoperta della speranza?
Voi, esiliati della montagna dell'oblio!


La poesia di Nadia Anjuman, che riprendo dal blog di Georgia (dove potete leggere molte altre notizie, e anche uno scritto autobiografico della poetessa) è stata tradotta da Vento d'Oriente, una blogger persiana con cui è in contatto Toporififi.

Un grazie sentitissimo a tutti e tre.

Postato da: AnnaSetari a 13:43 | link | commenti (3) |
anjuman

giovedì, 17 novembre 2005

ATEO È BELLO

Da un po' di tempo nella penisola si assiste - con diffusa indifferenza e un certo cinismo, va notato - alla precipitosa rarefazione di una specie che, già da sempre non molto folta, potremmo ora considerare decisamente a rischio di estinzione. Mi riferisco agli atei.
Sembra che questi simpatici individui oramai non esistano quasi più. Non se ne vede più nessuno far capolino nel reality show entro il quale siamo immersi. L'ultimo esemplare - in verità piuttosto avanti con l'età - apparso in TV, ormai più di un anno fa, è stato Margherita Hack, l'astronoma alla quale, non si sa perché, è d'uso che il giornalista di turno chieda sempre se crede che esista Dio - domanda che non si sognerebbe di fare a un entomologo o, che so, a un vulcanologo, per non dire a un cuoco o a un pescatore o a un orefice, quando vengono intervistati per parlare di insetti, vulcani, cibi, arte della pesca o dell'oreficeria.
E Margherita Hack finora ha sempre risposto con una franca risata che non ci crede affatto.
Non così il resto dei nostri sapienti non già dichiaratamente cattolici, che sempre più numerosi fanno, quando si tocca il tema (e accade sempre più spesso), la faccia compunta e confessano di essere alla ricerca di Dio, di esser fiduciosi di trovarlo e, ad ogni buon conto, chiariscono, come il bravo Bertinotti, di non essere atei.
È indubbiamente confortante apprendere che si sta diffondendo una così inaspettata pensosità tra gli uomini prominenti della nostra nazione, soprattutto se si considera che il numero degli analfabeti è in aumento e che dunque sono più che mai necessarie guide illuminate. Però, a questo punto, considerato il rischio di estinzione che corrono, vorrei lanciare un appello per la protezione degli atei.
Non mi spingo fino all'estremismo di chiedere che vengano istituite quote speciali per mantenerne la presenza nei partiti cosiddetti laici o addirittura nei palazzi del potere, ma qualche pubblicità progresso che sensibilizzi l'opinione pubblica in favore di questi diversi e incoraggi i pochi rimasti a non nascondersi e a riprendere le pratiche mirate alla riproduzione, forse non mi dispiacerebbe.

Postato da: AnnaSetari a 11:26 | link | commenti (12) |

martedì, 15 novembre 2005

FIORE ROSSO CUPO

A me la notizia era sfuggita. E così suppongo a molti altri, perché se ne è parlato pochissimo.
Il 4 novembre è morta una donna afghana che era una poetessa e giornalista.
Nadia Anjuman si chiamava. Ed è morta uccisa a bastonate.
Col marito, che ha ammesso di averla "presa a schiaffi" in seguito ad una discussione, è stata arrestata anche la madre della donna che era presente in casa al momento del fatto.
Nadia Anjuman aveva pubblicato da poco il suo primo libro di poesie, intitolato Gul-e-dodi, "Fiore rosso scuro", che era stato molto apprezzato dalla critica, ma era stato considerato un disonore nell'ambito della sua cerchia familiare.
Aveva venticinque anni e una bambina di sei mesi.

Per ulteriori informazioni , link e commenti rinvio al bel post di georgiamada.

Postato da: AnnaSetari a 21:43 | link | commenti (9) |
anjuman

martedì, 08 novembre 2005
intervallo di eternità

We were, fair queen,
Two lads that thought there was no more behind,
But such a day to-morrow as to-day,
And to be boy eternal.


Eravamo, bella regina, due ragazzi che pensavano che non ci fosse altro dopo che un domani simile all'oggi, e di essere ragazzi in eterno.

Il racconto d'inverno, atto I, sc.ii

Postato da: AnnaSetari a 10:24 | link | commenti (14) |
shakespeare

lunedì, 07 novembre 2005
la mano

  Rincasando l'operaio Navel si appresta a salare la sua minestra:

La mano, sensibile alle percezioni successive del legno della credenza, del ferro della maniglia, del vetro della saliera, e del pizzico di sale, mi meraviglia: mi stupivo di trovare un tal tesoro di conoscenze nella semplice pelle delle dita. Cercavo di vivere completamente risvegliato, sempre cosciente del momento, della cosa, del gesto. L'adulto vive addormentato nelle sue abitudini. È sempre bello apprendere la vita, e tutto d'un tratto io apprendevo l'albero verde del contatto diretto. Mentre la mano teneva il suo pizzico di sale in minuti cristalli, io sapevo ch'essa era simile a quella di tutte le nonne della terra quando fanno il gesto di aprire la saliera per salare la minestra, il gesto che avevo visto fare a mia madre: ed io dialogavo con lei nella rapidità del sogno: "Io salo la mia minestra, la mia mano è la tua, tu non sei morta." Ma al di là di mia madre, io entravo in rapporto con tutti i morti, tutte le presenze che mi avevano dato una mano come questa simile alle altre. L'uomo vive con le sue mani. La mia aveva appartenuto ad una generazione di servi. Aveva spesso riempito la sua solitudine sul fornello bruciante di una pipa, dopo la giornata passata sul manico di una scure nelle foreste coperte di neve. La vita è ciò che si tocca, le stesse sensazioni inducono gli stessi sogni. Boscaioli, vignaioli, contadini, dandomi la loro mano mi avevano dato anche quello che era passato nelle loro teste, rosse o bionde che fossero.

Autore di questo pezzo è il suddetto Navel, di cui prima delle ricerche fatte su Google (da Omphalos) non sapevo altro che quanto ne dice De Martino, e cioè che era un operaio francese autore di scritti autobiografici, intitolati Parcours e Travaux.
Ho trovato questo passaggio citato appunto da Ernesto De Martino in una suo discorso intitolato "Il problema della fine del mondo" letto a un convegno di studi e pubblicato ne Il mondo di domani, Abete, 1964.

Postato da: AnnaSetari a 09:52 | link | commenti (7) |