Ah, non avresti dovuto diventare vecchio prima di diventare saggio.
THOU SHOULD'ST NOT HAVE BEEN OLD TILL THOU HADST BEEN WISE
Ieri sera ho visto in DVD un magnifico Re Lear della bella serie shakespeariana prodotta dalla BBC e messa in onda anche dalla RAI nei primi anni Ottanta con un ottimo doppiaggio (e per di più, ricordo, c'era la possibilità di sintonizzarsi contemporaneamente su Radio3 per ascoltare il sonoro originale perfettamente sincronizzato).
Per gran parte della mia vita ho pensato che l'Amleto fosse la più alta creazione shakespeariana e che il Re Lear lo seguisse da vicino affiancandolo senza tuttavia mai superarlo. Ieri sera ho dovuto ammettere che nella mia classifica personale ora il rapporto ha finito col rovesciarsi. Se il personaggio shakespeariano inarrivabile per complessità , verità , intelligenza e fascino, per me resta Amleto, la tragedia più grandiosa e profonda mi pare senz'altro quella del Re Lear.
Sono numerosissime le riflessioni, le accensioni dell'immaginazione e dell'intelligenza che questa tragedia suscita.
Mi limito a una sola osservazione.
Quando si apre il sipario Lear è un vecchio con tutta la sua vita alle spalle. Un vecchio che sta per andare in pensione. Un vecchio autorevole che ha esercitato il potere, e che si suppone abbia combattuto molte battaglie e portato al successo varie imprese. Un vecchio padre con figlie ormai adulte, due già sposate la terza sul punto di prendere a sua volta marito.
In quanto tale, egli pensa d'aver ormai superato le più grandi tempeste e fatiche dell'esistenza e di potere, proprio come (fosse) un saggio, unburthen'd crawl toward death, andarsene più leggero verso la morte, delegando ad altri il peso delle responsabilità del regno. Pensa, insomma, di aver già vissuto la parte essenziale del suo dramma e che non gli resti che l'epilogo: un tramonto, da affrontare con serenità circondato da quegli agi e consolato da quegli affetti che presume di essersi costruito nel tempo.
Invece Lear, come molti di noi, è diventato vecchio prima di esser diventato saggio, sicché non immagina che TUTTO deve ancora accadere e che in quell'epilogo si nasconde il cuore della sua vera tragedia: ciò che rovescerà tutto ciò che credeva di sapere, scombinerà il senso che credeva d'aver compreso della vita, e infine svuoterà la vita di ogni senso e di ogni possibile consolazione.
In una mattina dell'estate del 1941 io stavo sul poggiolo esterno di legno della casa di mia madre. Il sole dolce e forte del Friuli batteva su tutto quel caro materiale rustico. Sulla mia testa di beatnik degli Anni Quaranta, diciottenne; sul legno tarlato della scala e del poggiolo appoggiati al muro granuloso che portava dal cortile al granaio: al camerone. Il cortile, pur nella profonda intimità del suo sole, era una specie di strada privata, perché vi aveva diritto di passaggio, fin dagli anni precedenti la mia nascita, la famiglia dei Petron: il cui casolare era là , illuminato dal suo sole, un poco più misterioso, dietro un cancello dal legno più tarlato e venerando ancora di quello del poggiolo: e si intravedevano, sempre in cuore a quel sole altrui, i mucchi di letame, la vasca, la bella erbaccia che circonda gli orti: e lontano, in fondo, se si tirava il collo, come in un quadro del Bellini, ancora intatte e azzurre le prealpi.
Di che cosa si parlava, prima della guerra, cioè prima che succedesse tutto, e la vita si presentasse per quello che è? Non lo so. Erano discorsi sul più e sul meno, certo, di pura e innocente affabulazione. La gente, prima di essere quello che realmente è, era ugualmente, a dispetto di tutto, come nei sogni. Comunque è certo che io, su quel poggiolo, o stavo disegnando (con dell'inchiostro verde, o col tubetto dell'ocra dei colori a olio su del cellophane), oppure scrivendo dei versi. Quando risuonò la parola ROSADA.
Era Livio, un ragazzo dei vicini oltre la strada, i Socolari, a parlare. Un ragazzo alto e d'ossa grosse... Proprio un contadino di quelle parti... Ma gentile e timido come lo sono certi figli di famiglie ricche, pieno di delicatezza. Poiché i contadini, si sa, lo dice Lenin, sono dei piccolo-borghesi. Tuttavia Livio parlava certo di cose semplici e innocenti. La parola"rosada" pronunciata in quella mattina di sole, non era che una punta spressiva della sua vivacità orale.
Certamente quella parola, in tutti i secoli del suo uso nel Friuli che si stende al di qua del Tagliamento, non era mai stata scritta. Era stata sempre e solamente un suono.
Qualunque cosa quella mattina io stessi facendo, dipingendo o scrivendo, certo mi interruppi subito: questo fa parte del ricordo allucinatorio. E scrissi subito dei versi, in quella parlata friulana della destra del Tagliamento, che fino a quel momento era stata solo un insieme di suoni: cominciai per prima cosa col rendere grafica la parola ROSADA.
Quella prima poesia sperimentale è scomparsa: è rimasta la seconda, che ho scritto il giorno dopo:
Sera imbarlumida, tal fossà l
a cres l'aga...
.........
(sempre in Empirismo eretico Garzanti,1972, pp.62-63)
Io aggiungo che rosada = rugiada.
L'intera poesia su citata, che fa parte di Poesie a Casarsa e si intitola "Il nini muà rt", dice così:
Sera imbarlumida, tal fossà l
a cres l'aga, na fèmina plena
a ciamina pal ciamp.
Jo ti recuardi, Narcìs, ti vèvis il colòur
da la sera, quand li ciampanis
a sùnin di muà rt.
(traduzione, di Pasolini stesso:
Sera luminosa, nel fosso cresce l'acqua, una donna incinta cammina per il campo.
Io ti ricordo, Narciso, avevi il colore della sera, quando le campane suonano a morto.)
Nel 1974 PPP riscrisse le poesie di quel suo primo libretto in lingua friulana nello spirito amaro di quei suoi ultimi anni, e le pubblicò nel volume La meglio gioventù (maggio 1975) accanto alle precedenti.
Questa poesia venne riscritta come segue:
Sera imbarlumida, tal fossà l
a cres l'aga, na fèmina plena
a ciamina pal ciamp.
Sensa tornà nè insumià ti, Narcìs, i sai
enciamò ch'i ti vèvis il colòur da la sera
co' li ciampanis a sùnin il Mai.
[la traduzione:
Sera luminosa, nel fosso cresce l'acqua, una donna incinta cammina per il campo.
Senza tornare né sognarti, Narciso, io so ancora che avevi il colore della sera, quando le campane suonano il Mai.
(O il Maggio - aggiunse in nota)]
Allora qui devo dire ciò che io penso della morte (...). Ho detto varie volte, e sempre male, purtroppo, che la realtà ha un suo linguaggio - anzi è un linguaggio (...).
Tale linguaggio - ho detto, e sempre male - coincide, per quanto riguarda l'uomo - con l'azione umana. L'uomo cioè si esprime soprattutto con la sua azione - non intesa in mera accezione pragmatica - perché è con essa che modifica la realtà e incide nello spirito. Ma questa sua azione manca di unità , ossia di senso, finché essa non è compiuta. (...) Insomma, finché ha futuro, cioè un'incognita, un uomo è inespresso. Ci può essere un uomo onesto, che, a sessant'anni, compie un reato: tale azione biasimevole modifica tutte quante le sue azioni passate, ed egli si presenta quindi come altro da ciò che è sempre stato. Finché io non sarò morto, nessuno potrà garantire di conoscermi veramente, cioè di poter dare un senso alla mia azione, che dunque, in quanto momento linguistico, è mal decifrabile.
È dunque assolutamente necessario morire, perché, finché siamo vivi, manchiamo di senso, e il linguaggio della nostra vita (con cui ci esprimiamo, e a cui dunque attribuiamo la massima importanza) è intraducibile: un caos di possibilità , una ricerca di relazioni e di significati senza soluzione di continuità . La morte compie un fulmineo montaggio della nostra vita: ossia sceglie i suoi momenti veramente significativi (e non più ormai modificabili da altri possibili motivi contrari o incoerenti), e li mette in successione, facendo del nostro presente, infinito, instabile e incerto, e dunque linguisticamente non descrivibile, un passato chiaro, stabile, certo, e dunque linguisticamente ben descrivibile. Solo grazie alla morte, la nostra vita ci serve ad esprimerci.
Pier Paolo Pasolini, "Osservazioni sul piano-sequenza" 1967, in Empirismo eretico, Garzanti 1972, pp.144-145. I corsivi sono nel testo.
Mentre, prima di condividere gli entusiasmi di molti, attendo di vedere dove effettivamente andrà a parare il molto (troppo) pubblicizzato show di Celentano, mi chiedo se qualcuno di voi facendo zapping sia mai capitato il venerdì sera su Rai2 poco dopo le 23.
Io ci sono capitata qualche settimana fa e poi di nuovo ieri.
C'è, a quell'ora, una trasmissione intitolata Confronti.
La potete riconoscere subito, anche se già è iniziata, perché si vede uno studio piuttosto spoglio, con una scrivania, dietro la quale sta seduto un tizio rotondetto di mezza età , molto soddisfatto di sé, quasi, si direbbe, felice.
Nonostante sia sconosciuto ai più, non è uno qualsiasi: si tratta niente meno che dell'ex direttore della Padania, Gigi Moncalvo: un uomo la cui profondità intellettuale, unita alla capacità professionale, non può essere descritta adeguatamente dalle parole, ma richiede di essere constatata prendendone diretta visione.
Il suddetto giornalista sta lì in veste di "conduttore". Cioè assiste al "dibattito" tra due personaggi (l'altra volta erano Sgarbi e Veneziani che si facevano salamelecchi, ieri sera il ministro Stanca, che in verità io non ricordavo nemmeno che esistesse, e l'on. Sbarbati). Questi, posti dietro due scranni, parlano così come viene loro sul momento, passando di palo in frasca senza molta convinzione, mentre lui, il "conduttore", che nemmeno ci prova a seguire un qualsiasi filo, interviene ogni tanto a dire a caso la sua, senza mai riuscire a nascondere la soddisfazione di trovarsi immeritatamente là dove si trova, a guadagnarsi con poco sforzo la sua pagnotta - soddisfazione che è tale che lui stesso non sembra sapere quello che dice.
Vale la pena, mi si potrebbe obiettare, di resistere a farsi inzaccherare da tanta ignominiosa inconcludenza?
Sì, vale la pena.
La trasmissione è breve infatti. Anzi è quasi, direi, un pretesto - un po' come la testa di certi conduttori, che un napoletano direbbe che ha la sola funzione di spà rtere 'e rrecchie (di tenere cioè separate le orecchie). È un pretesto perché le sue punte più alte sono il momento iniziale (che mi sono persa) e quello finale, più facile da non farsi sfuggire e che vi consiglio caldamente.
Prima di mezzanotte, infatti, potrete vedere tutt'a un tratto l'uomo ravvivarsi, annunciare che il tempo sta per concludersi, salutare gli ospiti in tutta fretta e finalmente, facendosi riprendere a mezzo busto, rivolgersi a voi telespettatori per il pezzo forte della sua serata: il saluto, che esegue facendosi un ostentato, un largo, e soddisfatto, segno della croce.
Attraverso una ricerca su Google, ho appreso che l'uomo è noto quasi soltanto per questo suo vezzo di aprire e chiudere la trasmissione con tale gesto: è il suo marchio, un po' come per Mike Bongiorno il famoso "Allegria!"
Penso che il Padreterno, se c'è, e ammesso che si interessi a noi, sia veramente paziente.
Ieri sera alla Feltrinelli c'è stata la presentazione dell'antologia di poeti italiani del secondo Novecento (quelli nati dal 1945 in poi) intitolata "Parola plurale". Ma non è di questo che voglio parlarvi, anche perché l'antologia (un volumone, in verità ) l'ho vista solo dall'esterno.
Voglio dire della Valduga, che partecipava alla presentazione e che io finora avevo visto solo in fotografia, sempre notando una certa somiglianza fisica tra lei e una mia amica persa di vista dopo un periodo di quasi giornaliera frequentazione quando, negli anni Settanta, insegnavamo nella stessa scuola.
Ieri in libreria ho rivisto anche la mia amica. Dopo quasi dieci anni. Incontrarsi dopo dieci anni avendone sessanta è sempre uno specchiarsi lievemente dolente. Era bella la mia amica, ancora. E sempre elegante di un'eleganza sensuale; e però non potevo non vedere, guardandola, quella tenerezza troppo tenera della pelle, le piccole rughe, i segni di un lieve appassire nel viso intorno agli occhi diventati troppo pesanti e provare quasi il desiderio di abbracciarla per questo.
La poetessa, qualche metro più in là , simile un po' alla regina del film Biancaneve, un po' a Maria Stuarta ingabbiata nel cappotto di trapunta nero strettissimo in vita, il viso incorniciato da una cuffia di panno nera tagliata a imitazione di un caschetto anni venti, camminava tra i banchi dei libri con lo stesso passo e la stessa aria dolente, velata appena da un'ombra di disgusto, lieve, indecifrabile, della mia amica. Già confusa con lei in quella parte oscura della mente, da cui emergono i sogni.
Nemmeno di questo tuttavia voglio ora parlare, quanto del fatto che ad un certo punto, richiesta di leggere una delle sue poesie, la Valduga ha insistito invece per dirne una del Pascoli. Il Pascoli ovviamente non era nell'antologia. Sicché lei non ha letto, ma ha recitato a memoria le prime tre strofe della poesia La voce.
E l'ha detta con un filo, un sospiro di voce, dolentissimo, un sospiro che pareva sul punto continuamente di spegnersi, esalare, morire in fine di strofa in quel soffio invocazione silenziosa, Zvanî. Colloquio coi morti.
Una teatralità superba in questa scelta, nell'immagine di lei, nella voce - nel dolore, nel lieve disgusto - nella pelle che si fa trasparente, negli occhi troppo pesanti, smarriti - nello sfiorire, finire.
E però, dopotutto è un'altra cosa ancora che avrei invece voluto dire in questo post: la Valduga conosce poesie a memoria. E certo se le rimormora spesso. Le piace dirle, pronunciarne le parole, respirarle, respirarne la nenia o il ritmo, adattare il respiro a quel ritmo. Per questo riescono così belli i suoi endecasillabi.
Queste altre citazioni, dello stesso doctor Johnson, piaceranno di più, spero. Sono tratte dalla biografia che scrisse di lui James Boswell (Life of Samuel Johnson,1791).
Uno dovrebbe nel leggere seguire la propria inclinazione; perché ciò che si legge per dovere reca poco vantaggio.
A proposito di uno che, subito dopo la morte della moglie con cui diceva di essere stato infelice, si era risposato:
Il trionfo della speranza sull'esperienza.
Questa qui ci riguarda o ci riguarderà , spero, tutti:
Molta gente mostra una maligna tendenza a supporre un vecchio in declino anche nell'intelletto. Se un uomo giovane o di mezz'età , lasciando una riunione non ricorda dove ha messo il suo cappello, è una cosa da nulla, ma se la stessa disattenzione viene notata in un vecchio, la gente si stringe nelle spalle e dice:"La sua memoria se ne sta andando".
Infine:
Se solo potessimo, noi saremmo tutti oziosi.
Ciò che viene scritto senza sforzo viene generalmente letto senza piacere.
(attribuito a Samuel Johnson, noto anche come "doctor Johnson", famoso letterato e uomo di cultura inglese del 1700)
Chi si trova dalle parti di TORINO Venerdì 21 ottobre alle ore 20 potrà recarsi
al DIWAN CAFé   ( Via Baretti 15c) dove
Angela Ravetta presenterà  Â
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 DI RUGGINE IN RUGIADA
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romanzo di   Mario Bianco
Questa sarà anche un'occasione per conoscere l'autore.
Io non potrò esserci, ma ho appena finito di leggere il romanzo di Mario Bianco (il nostro MarioB).
Anzi ho appena finito di camminare con il protagonista per le vie di Torino, attraversando la città in lungo e in largo, partendo e ritornando sempre in quello che è il centro e si potrebbe dire il cuore della storia: il quartiere di San Salvario, con le vecchie case abitate da vecchi e nuovi poveri, vecchi e nuovi emarginati, disperati e strampalati di vario genere, tutti in affanno per l'esistenza.
Il protagonista, il "signor Giovanni Rosso", è un uomo che si accorge a 58 anni di essere avviato verso la fase declinante della sua vita e torna a Torino, nel quartiere della sua infanzia, dopo una vita tutta sbagliata trascorsa in gran parte all'estero arrangiandosi con piccole truffe e riuscendo a rovinare anche il poco che pure era riuscito a costruire. Il quartiere è tutto mutato e anche l'uomo vorrebbe mutare, uscire dai vecchi meccanismi, recuperare o restaurare (l'uomo è un artigiano restauratore di mobili) un qualche senso per la sua vita. Il romanzo è appunto la storia di questa sua ricerca, divisa tra nostalgie, scoraggiamenti e speranza, volontà di confrontarsi in modo nuovo con la realtà .
A me è piaciuto questo libro di Mario Bianco.
È piaciuto anche il protagonista, il modo in cui è tratteggiato il suo carattere, l'originalità del suo monologare, il lavorìo interiore con cui si accanisce a ricercare un senso all'esistenza, e la tenacia con cui, a dispetto del suo supposto cinismo e del richiamo delle vecchie abitudini, tenta di costruirsi un'esistenza nuova.
Mi è piaciuta, inoltre, la Torino che vi è descritta. Io non conosco che superficialmente la città , essendovi stata per la prima e unica volta due anni fa per la Fiera del Libro. Ho un'idea solo turistica delle sue piazze, dei monumenti, delle strade. Attraverso questo romanzo tuttavia si cammina lungo un'infinità di vie, quartieri, botteghe, bar di cui pare quasi di respirare l'aria e vedere la luce, caratterizzata sempre dalla presenza nello sfondo del fiume e in distanza delle montagne, e di sentire le voci, le parlate miste dell'antico dialetto e dei nuovi accenti delle diverse immigrazioni.
DI RUGGINE IN RUGIADA è pubblicato dalla Casa Editrice L'Ambaradan
Tutù tutù musseta
ea mama xe 'ndà a messa
co 'e tetine piene
pa darle a le putele
'e putele no 'e vole
ea mama ghe 'e tole
el papà 'e sculassa
in mezho a la piassa
i omeni che vede
i magna e sarezhe
'e femane che varda
e magna a mostarda -
mostarda mostardon
bùteo fora dal balcon!
Filastrocca popolare del padovano, da dire facendo fare cavalluccio su una propria gamba o sulle ginocchia a qualche bambinetto.
C'è una stradina in Piazza Napoli che mi ha sempre fatto pensare a quella lastricata d'oro che si vede nel film del Mago di Oz.
Piazza Napoli non è una vera e propria piazza: è un grande slargo che dà respiro e luce ai palazzoni del Peep sorti alla fine degli anni Settanta nel mio quartiere, intorno a una vecchia fornace in mattoni rossi, diventata ora sede della biblioteca e luogo di incontri, conferenze, concerti.
Dopo un primo rettangolo selciato, piazza Napoli si trasforma in un prato o giardino percorso appunto da quella sinuosa stradina lastricata in mattoni, che tanto più mi pare uscita dal Mago di Oz, perché porta, dopo una curva oscurata da cespugli, ad una villettina bassa, che potrebbe forse per stile assomigliare a quella della Fata dai Capelli Turchini, residuo e testimonianza di vecchie costruzioni semi-rurali ch'erano nella zona prima che la città si dilatasse fin là .
Questa mattina lungo la stradina c'era, nel solicello mite autunnale, una lunga fila di uomini e donne che in atteggiamento domenicale, alcuni anche con bambini piccoli o carrozzine, attendevano, chi conversando, chi leggendo il giornale, chi semplicemente godendosi la scena, il turno per entrare nella casetta e votare per le primarie dell'Unione. Tutti un po' stupiti e rallegrati di essere in tanti, e sorridenti nel riconoscersi uniti da una comune volontà di partecipazione, da una passione civile che non vuole spegnersi ancora.
Domenica andrò a votare per le Primarie del Centrosinistra.
Voterò per Prodi.
Prima di tutto perché, tra i vari candidati, mi sembra aver dimostrato di avere le capacità e competenze che lo rendono adeguato al ruolo di presidente del consiglio in un governo che avrà come compito quello ben difficile di portare il paese fuori dalla palude in cui si sta impantanando.
Lo voterò poi perché, pur essendo cattolico (da sempre, non cioè per recente e improvvisa conversione o nostalgia di tradizione e empiti misticheggianti) è laico. Nonostante i proclami di Ruini, andò a votare al referendum ultimo, è favorevole ai pacs, ha dichiarato di non voler toccare la legge sull'aborto.
Il terzo, ma non ultimo motivo per cui voto Prodi è legato alla situazione nuova che si va profilando con la probabile approvazione anche al Senato della nuova legge elettorale. Questa legge è congegnata appositamente per danneggiare il centrosinistra, e però per danneggiarlo anche o soprattuto attraverso la figura che maggiormente preoccupa gli avversari, e cioè appunto quella di Prodi.
Prodi infatti, se la legge sarà approvata, per essere eletto dovrà scegliere un partito in cui presentarsi o costruirne appositamente uno suo, con tutto lo scompiglio inevitabile che conseguirebbe nelle fila della coalizione e lo snaturamento del percorso fin qui fatto.
In presenza dunque della nuova legge elettorale, le Primarie del Centrosinistra perdono, a mio parere, molto del valore che precedentemente avevano (quello di indicare attraverso il candidato la tendenza politica all'interno dell'Unione: la linea che l'elettorato in qualche modo intende rafforzare) e ne acquistano un altro, diverso: diventano un'occasione per mettere in evidenza pubblicamente il consenso che Prodi ha nell'elettorato.
È importante, secondo me, che questo consenso sia forte, sia sbandierabile, per così dire: sia tale da poter essere gettato sulla faccia di chi spera in risultati modesti per il professore, magari in favore di Bertinotti, che ovviamente non è stato mai né può essere un avversario temibile per il centrodestra.
TOLLERANZA ZERO !
Ieri a Brescia un extracomunitario, vecchio e apparentemente male in arnese, si aggirava intorno a uno stabile di via Cossere, nel vecchio centro della città , suonando ai campanelli per chiedere informazioni in una strana lingua, che poteva forse essere inglese, e scattando poi foto.
Un'anziana signora, insospettitasi, dopo aver lungamente osservato da dietro la sua finestra le manovre dell'individuo (che si accompagnava ad altro guardingo e sfuggevole personaggio) ha pensato bene di chiamare la polizia.
Prontamente giunti sul posto, i poliziotti hanno scoperto che trattavasi appunto di un extracomunitario clandestino, rispondente al nome di Ferlinghetti Lawrence e, secondo quanto prescrive la legge Bossi-Fini, hanno pensato bene di fermarlo, senza dar troppo peso allo schiamazzo che il complice, un italiano, tentava di sollevare ripetendo balordamente: "Ma questo è Ferlinghetti!", come se tale frase avesse potuto significare qualcosa di decisivo.
È dovuto intervenire personalmente il sindaco della città perché l'uomo venisse infine riconosciuto nella sua qualità di poeta ospite in Italia per manifestazioni in suo onore e conferenze e, come tale, potesse proseguire liberamente il suo viaggio.
Andava suonando i campanelli e cercando di parlare ai citofoni, il poeta, perché cercava in quella via la casa in cui avevano abitato i suoi genitori.
(notizia presa da la Repubblica di oggi)