CRITICA DELL'INTERFACCIA


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mercoledì, 31 agosto 2005

I am the solitude that asks and promises nothing;
That is how I shall set you free. There is no love;
There are only the various envies, all of them sad.


Da In Praise of Limestone di W. H. Auden.


("Io sono la solitudine che non chiede né promette nulla; ecco come ti renderò libero. Non c'è l'amore; ci sono solo le invidie disparate, tutte tristi".)

Postato da: arden a 22:52 | link | commenti (23) |
auden

i meriti delle figlie ricadono sui padri

La persecuzione contro i cattolici continua a mietere vittime illustri.
Ho appreso dai giornali che il povero governatore della Banca d'Italia, Fazio, è stato sottoposto ad un ignominioso attacco che, dopo quella della faccia e del prestigio, potrebbe costargli addirittura la perdita della poltrona, solo perché è uomo di fede e cattolico praticante.
Tra i vari meriti noti (quelli ignoti li sa solo il Padre che è nei cieli, ma noi ci auguriamo che siano ancor più numerosi e significativi) accumulati da questa esemplare figura di credente, non c'è solo quello di avere un fratello sacerdote e rettore della Pontificia Università della Santa Croce, ma anche uno di particolarissimo e delicato pregio: quello di avere una figlia che sta per prendere i voti e farsi suora.
Nemmeno il protomartire Buttiglione ha potuto vantare tanto.

Postato da: arden a 08:02 | link | commenti (39) |
attualità

martedì, 30 agosto 2005
He was not of an age, but for all time!

To the Memory of My Beloved,
the Author Mr.William Shakespeare

di Ben Jonson

Ben Jonson (1572-1637) fu dapprima attore come Shakespeare e poi autore teatrale, come lui di molto successo. Fu inoltre poeta versatile e dotto, tale da influenzare, molto più di Shakespeare, e forse solo alla pari col suo coetaneo Donne, la vita e le teorie letterarie del tempo. La sua fama ha resistito ai secoli soprattutto, ma non solo, attraverso la commedia Volpone che continua ad essere frequentemente rappresentata (recentemente in Italia, per esempio, nell'interpretazione di Glauco Mauri).
Conobbe e fu amico di Shakespeare (che, tra l'altro, recitò come attore in almeno uno dei suoi drammi, il Sejanus) rivaleggiando con lui in notorietà, ma anche, secondo alcune leggende, condividendo con lui del buon tempo in osteria. Dopo la morte di Shakespeare (1616) il suo prestigio si accrebbe al punto che egli venne assunto da James I come organizzatore di spettacoli a corte.

In questo necrologio, dopo aver detto che nel parlare di Shakespeare non vorrebbe mettersi sul sentiero delle lodi, dove può facilmente brillare la più sciocca ignoranza o brancolare la cieca affezione o, infine, esercitarsi un'abile malizia che, fingendo di lodare, intende in realtà rovinare chi fa mostra di innalzare, Jonson considera che, però, Shakespeare è al di sopra di queste miserie, e refrattario al loro danno, e

pertanto io comincio. Anima di questa età!
tu, applauso, delizia, stupore del nostro palcoscenico,
mio Shakespeare, alzati: io non intendo collocarti
presso Chaucer o Spenser, o chiedere a Beaumont
che nella sua tomba si faccia un po' più in là per farti spazio:
tu sei un monumento senza tomba,
e continui a esser vivo, fintanto che il tuo libro vive
e noi abbiamo intelligenza per leggerlo e lodi da tributare
.
Del fatto che io non ti mescoli con le suddette muse,
grandi, ma a te non proporzionate, il mio ingegno ha giustificazione:
se il mio giudizio fosse infatti relativo agli anni,
dovrei certamente metterti coi tuoi pari,
e dire di quanto tu abbia soverchiato in splendore il nostro Lyly,
o Kyd il divertente o il verso potente di Marlowe.
E per quanto tu possedessi poco la lingua dei Latini e meno ancora dei Greci,
tra questi non dovrei per onorarti andar troppo in cerca di nomi:
chiamerei il tonante Eschilo, ed Euripide e Sofocle,
e Pacuvio e Accio e l'altro di Cordova, morti,
perché tornassero in vita qui da noi, ad ascoltare il passo
dei tuoi coturni scuotere un teatro (shake a stage). Oppure
quando calzavi gli zoccoletti della commedia, ti lascerei da solo,
senza alcun paragone..................................
...........................................................
Trionfa, mia Britannia, tu hai uno da esibire
al quale tutte le scene d'Europa devono omaggio.
Egli non apparteneva a un'età, era per tutti i tempi.
..................................................
La natura stessa si inorgogliva delle sue figurazioni
e gioiva nell'indossare la veste dei suoi versi!

e, dopo una digressione sul fatto, a cui Jonson tiene particolarmente (perché in questo consisteva la sua sottintesa polemica con quel mirabolante non cancellare o correggere mai un verso che caratterizzava Shakespeare, ma che non doveva essere preso come norma e modello) che sebbene sia la natura ciò che fa un poeta, poi è l'arte (la tecnica) a dargli forma e che se uno vuol far versi che vivano deve sudare nella fucina ardente delle muse, e sottomettersi al tornio insieme con ciò che intende esprimere, perché buoni poeti si diventa non meno che si nasce (a good poet's made, as well as born) aggiunge: E così eri tu. Brevemente. Perché sa di star troppo forzando la realtà nel voler cooptare nella propria scuola di poeta faticosamente intento al labor limae anche la vena così "fuori norma" del suo amico ormai impossibilitato a rispondere.
E s'avvia poi verso la chiusa:

Soave cigno dell'Avon! che visione sarebbe
vederti ancora apparire sulle rive del Tamigi
che recò Eliza e il nostro James!
Ma resta, ti vedo avanzare nel cielo
e là formare una nuova costellazione!
Illuminaci, tu, astro dei poeti, e con il fiammeggiare del tuo fervore
o l'influenza, rimprovera o rincuora il teatro avvilito
e che da quando te ne sei andato, è in una notte di lutto,
e dispera nel giorno, non fosse che per la luce del tuo volume.


Questa poesia fu pubblicata nel 1623, cioè otto anni dopo la morte di Shakespeare. Figurava nella premessa al primo volume in folio delle sue opere, curato e dato alle stampe dai due benemeriti suoi colleghi attori John Heminge e Henry Condell.
In quel medesimo volume appare anche la nota incisione che ritrae Shakespeare e che doveva già fin da allora lasciare un po' perplessi circa la sua somiglianza, se proprio Jonson vi appose una didascalia in cui invitava i lettori a non cercare in quel disegno il vero volto di Shakespeare, ma di cercarlo piuttosto nei suoi versi.

Postato da: arden a 15:40 | link | commenti (1) |
shakespeare

mai disperare

"Sebbene io non sia onesto per natura, lo sono talvolta per caso."

(da Il racconto d'inverno, di W.S.)

Postato da: arden a 08:40 | link | commenti (5) |

domenica, 28 agosto 2005
commenti

[Si sa di Shakespeare che] qualsiasi cosa abbia buttato giù con la penna mai ha cancellato un verso. "Ne avesse cancellati un centinaio..." è stata la mia replica. E però lui ha riscattato i suoi difetti con i suoi pregi. Ci furono sempre più cose in lui degne d'essere lodate che di essere scusate.

Questo è Ben Jonson, amico, collega e rivale di Shakespeare.

Postato da: arden a 11:13 | link | commenti (4) |
shakespeare

venerdì, 26 agosto 2005
un promemoria

Ogni tanto mi torna in mente un'intervista trasmessa in TV l'anno scorso, in cui una poetessa diceva di aver avuto una sorella, bellissima, morta poi dopo una malattia che l'aveva a poco a poco sfigurata, resa irriconoscibile; e aggiungeva che, nel vederla sotterrare, aveva pensato: "Ecco, lei è morta. Io, invece, non morirò mai, perché sono un poeta - e sono immortale."

Ogni volta che mi capita di pensare a questa frase, non posso fare a meno di provare un sentimento di vergogna e pena.
Vergogna, perché ho esperienza anch'io di miseri sentimenti.
Pena, perché il ragionamento, con cui la scrittrice tenta di superare l'invidia ponendosi sotto l'ombrello della poesia, appare, oltre che falso, inefficace.
È falso perché solo la pianta della poesia è immortale, sia pure relativamente alla durata della mortale stirpe umana. I poeti no. Loro ingialliscono e muoiono e cadono come le foglie, invece, e lentamente o rapidamente non vengono più riconosciuti, sono sostituiti da altri, vengono dimenticati. Se alcuni, pochi, resistono sui rami della pianta più a lungo degli altri, essi non sono che l'eccezione che conferma la regola.
Mi pare molto più veritiero il promemoria dantesco:
Che voce avrai più tu, se vecchia scindi
da te la carne, che se fossi morto
anzi che tu lasciassi il 'pappo' e 'l 'dindi'
pria che passin mill'anni?........


È inefficace infine quel ragionamento, perché non riesce con ogni evidenza a sciogliere l'antico rancore né a consolare rivelando un possibile e contemporaneo amore.

Postato da: arden a 13:19 | link | commenti (19) |

martedì, 23 agosto 2005

Cultura storica

Lo sapevate che Stalin nella sua biblioteca non solo aveva dei libri, ma (udite, udite!) non erano tutti di Lenin e nemmeno tutti sul comunismo? Ce n'erano alcuni di scienza e anche di teosofia. E li leggeva, pare...
Lo sapevate che sempre lui amava come molti altri dittatori vedere gli amici la sera e parlare e bere in loro compagnia?
Lo sapevate che nel 1939 diede a Beria un lasciapassare in bianco perché facesse venire a Mosca uno che diceva d'essere un indovino, e che questi venne e col suo lasciapassare riuscì, nientemeno, che a passare oltre tutti gli sbarramenti del Cremlino - cosa che impressionò fortemente Stalin? E che avendogli questo profeta detto che nel maggio del '45 sarebbe entrato a Berlino, su questo si basò il feroce dittatore per vincere la guerra?
E, particolare piccante, sapevate che una tizia che durante una festa lo baciò sulla bocca ebbe poi a dire che aveva sentito su quelle labbra il sapore dell'Aldilà?
Che ne dite? Tutto ciò, insieme col fatto che furono distrutte un bel po' di chiese e venne promossa un'accesa propaganda antireligiosa affidata alle squadre dei "Senza Dio militanti" (dire Atei fa meno effetto), chiaramente dimostra l'esoterismo che si nascondeva dietro il comunismo. No?

Dove ho sentito queste demenziali sciocchezze? Su RAI3, nella trasmissione "I misteri del comunismo" della serie La Grande Storia, alle ore 21 di ieri sera.

E si continua con Ceausescu, quel mostro. Pensate che "c'è chi dice che avesse a che vedere con Dracula". E "in effetti", dice la voce fuori campo, amava andare in vacanza nelle zone del famoso castello...
Ed ecco una decisiva intervista con uno che dice d'essere stato il capo della polizia (o qualcosa del genere) ai tempi della caduta di Ceausescu. L'uomo racconta di aver assistito al recupero del corpo del dittatore (che per un certo tempo era stato abbandonato in un magazzino) e dice: "Io non l'ho toccato, che non volevo toccare un morto; ma sono stato vicinissimo al corpo, e vi dico che non era freddo, era roseo, con le labbra rosse. Era caldo, come uno che dormisse."
Intanto sullo schermo appaiono immagini impietose dei corpi di Ceausescu e della moglie contorti e scomposti come macabri burattini su un marciapiede notturno, riprese immediatamente dopo la loro uccisione.

E Cuba? Che vi credete che Castro e il Che siano immuni da misteri diabolici?
Be', aprite gli occhi e guardate in faccia la realtà: a Cuba Castro ha voluto lasciare ai neri i loro riti religiosi, e questi, guarda un po', fanno le loro antiche magie.
Viene fatta vedere una studiosa di etnologia, che era stata messa in prigione da Batista e invece, sotto questo mascalzone stregonesco di Castro comunista, ha potuto continuare tranquillamente i suoi studi!
Non solo: c'è un ragazzo ripreso mentre compie un rito magico con qualche povero animaletto scannato, e, "osservate", ha sul braccio un tatuaggio con la faccia del Che, a dimostrare la connessione tra questo comunismo e le pratiche magiche che lo sostengono in vita oltre il suo fallimento.
Del resto, come tutti sanno, il Che somigliava da morto al Cristo di Goya (?), conclude furbamente la voce fuori campo mentre scorrono le note immagini in bianco e nero.

Postato da: arden a 08:50 | link | commenti (44) |

lunedì, 22 agosto 2005

OUR OLD STOCK

Leggo che Pèra ("pietra" cioè, a meno che non si voglia leggere nel cognome un qualche aulico auspicio) si preoccupa di un'immigrazione incontrollata che possa farci diventare tra non molto un popolo di meticci.
In altri termini, non vuole innesti nel nostro vecchio ceppo dalle antiche radici.
A me (che volete farci?) viene in mente il solito personaggio che, fra le tante cose che dice prima di riposarsi nel silenzio, si fa uscire dalle labbra anche questa:

virtue cannot so inoculate our old stock but we shall relish of it
"la virtù non può essere inoculata nel nostro vecchio ceppo senza che di questo non ci resti addosso un qualche sentore."


Insomma queste benedette radici di cui tanto ora si parla forse non sono infine che quel sentore o puzzo di intolleranze e inquisizioni e roghi, per non dire di conquiste, ladrocinii e genocidii, che ci portiamo addosso pur dopo l'inoculazione di illuministici sieri democratici e libertari a rapida scadenza.

Postato da: AnnaSetari a 11:22 | link | commenti (8) |
shakespeare, attualità

venerdì, 19 agosto 2005

IL RESTO E' SILENZIO

Il resto è silenzio. E chi non la conosce questa battuta di Amleto?
Ma che cos'è il resto? Quello che il principe potrebbe ancora dire se continuasse a vivere? Il resto del copione, insomma, che improvvisamente è diventato per il suo personaggio pagina bianca?
Il resto della sua infinità che resta inespressa. Il cuore del suo mistero.
Quel "resto" che "è silenzio" sembra indicare dunque l'incompiutezza del destino di Amleto. L'incompiutezza anche del dramma teatrale che lo rappresenta - lunghissimo e non mai finito, sempre soggetto a ritocchi, ricco di zone oscure, irrisolte, misteriose, non dette. E per metafora l'incompiutezza del destino umano, e della storia che tenta di ricostruirlo e narrarlo.
Il silenzio come limite della capacità umana di interpretare il mondo.

Ma rest significa anche "riposo". Considerando quanto a lungo Amleto ha parlato nelle tre o quattro ore precedenti, quella sua ultima battuta non si riferirà molto più semplicemente al silenzio come riposo dal molto parlare, dal matto monologare, dal vano cercare attraverso le parole il senso del proprio destino?

Postato da: AnnaSetari a 15:33 | link | commenti (13) |

giovedì, 18 agosto 2005

CERCASI MOGLIE

Si sono fatte rare, ma ancora esistono, quelle brave mogli di una volta, quelle che devotamente si dedicavano al congiunto creativo (scrittore, pittore, critico letterario, filosofo, studioso di genio) e ne preservavano la sostanziale tranquillità, tenendo a bada il mondo fuori dalla porta del suo studio. Esistono ancora. Almeno in America. Lo testimonia Stephen King, di cui recentemente ho riletto il libro On Writing.

Se non avessi avuto mia moglie - dice suppergiù il nostro (sto riportando a memoria) - non avrei potuto essere lo scrittore che sono.
Cioè non avrebbe potuto dedicarsi alla scrittura per l'intera mattina senza mai essere disturbato o interrotto, riservando poi tutto il pomeriggio alla corrispondenza, ai rapporti con editori ecc., e la sera infine alla lettura, come è necessario secondo lui che uno scrittore faccia tutti i santi giorni dell'anno, comprese le feste comandate, se vuole essere appunto scrittore.

Confesso che ho sempre desiderato una moglie, io. Una brava moglie. Ma come si fa? È quasi impossibile.
Non intendo dire che sia impossibile per me trovare un'amante donna. No. Ciò che non si trova è una moglie. Che è diverso. Le amanti sono, come gli amanti, elementi di turbamento (compresa la gioia), di ansia, di seccature infine. Come l'amore in generale. Niente che favorisca la scrittura. Compito tutt'altro che secondario della moglie è anche quello, infatti, di tenere a bada gli amori del consorte creativo, non permettendo che sorpassino un certo limite o confine.
Sì, è vero, ci sono anche mariti su cui, in quanto donna, un'aspirante scrittrice potrebbe ripiegare.
Non nego che non ce ne siano di devoti e servizievoli. Ne ho visto più d'uno. Ma non è la stessa cosa.
Non c'è niente da fare: solo la millenaria esperienza servile di una donna dà quel risultato misto di discrezione, tenerezza, lungimiranza, affettuosa ironia, capacità di rincuorare e anche al momento opportuno di distrarre e, in genere, di mantenere vivo un minimo di contatto con la realtà, che fanno di un essere umano una moglie come dico io.

Forse, dirà qualcuno, basterebbe una brava governante.
Certo: una perpetua per il sacerdote dell'arte. Un maggiordomo, anche. Oppure, dico io, basterebbe abitare in un discreto albergo. Ho sempre pensato in effetti che, se per un miracolo (sono italiana, dopotutto), un colpo di fortuna, una vincita al lotto insomma (ottenuta senza nemmeno mai giocare al lotto - sennò che fortuna sarebbe?), diventassi molto ricca, andrei a vivere in albergo...
Ma inizialmente, quale scrittore piccolo borghese che non abbia ancora raggiunto il successo di vendite, potrebbe pagarsi la fida governante, per non dire l'albergo?
E poi, ma sì, diciamocelo: non c'è niente che calmi uno spirito inquieto quanto la devozione, le cure e il lavoro che gli vengono dedicati gratuitamente da un essere umano che realizza se stesso nel dedicarsi a lui (lo spirito inquieto, voglio dire. Cioè me o voi quando dite: me).
Silenziosamente anche, se possibile.
Senza dire poi del nutrimento che riceve la creatività da quel perverso senso di commozione un po' colpevole, e però anche piena di generosa gratitudine e quasi d'amore, che prende talvolta un artista quando pensa alla moglie.

Mah! forse è per questo insieme di cose che ci sto mettendo tanto a diventare uno scrittore.

Postato da: arden a 09:00 | link | commenti (16) |

martedì, 16 agosto 2005

DANTE IN AMERICA

Un po' in ritardo per consigliare letture estive, potrebbe dire qualcuno. Da tempo mi ripromettevo di dire due parole su un libro letto l'estate scorsa, ma sempre poi avevo dimenticato il proposito. Ora però alcuni commenti dell'ultimo post m'hanno rinfrescato la memoria.
Il libro è The Dante Club di un giovane americano studioso di Dante, Matthew Pearl (Il circolo di Dante, in italiano).
Si tratta di un giallo, che potrebbe venire catalogato nella serie di quelli in cui i delitti sono legati a un'opera letteraria famosa. Come giallo credo che funzioni, nel senso che fino all'ultimo non si capisce chi sia il colpevole e quando sembra di esserci riusciti ecco che avviene la smentita finale.
Ma non è qui l'interesse del libro, per me. L'interesse sta nel fatto che Pearl mette al centro della sua storia il lavoro di traduzione della Divina Commedia portato a compimento per la prima volta negli USA dal famoso poeta Henry Wadsworth Longfellow.
Longfellow stesso e altri due appassionati di Dante americani, Oliver Wendell Holmes e James Russell Lowell, sono praticamente i protagonisti della storia, presentati al lettore, non senza un garbatissimo velo di affettuosa ironia, sia nella loro veste di "combattenti" in difesa di Dante contro l'ostracismo accademico nei suoi confronti, dovuto ad un chiuso conservatorismo di carattere religioso, sia in quella di investigatori segreti che cercano di individuare l'autore della serie di delitti.
La storia è ambientata nella Boston della fine del 1800 e offre un quadro interessante (e per me anche molto nuovo) non solo della vita culturale americana nell'epoca, e del conservatorismo religioso di cui ho detto, ma anche di aspetti sociali e storici come la Guerra Civile, l'immigrazione il razzismo ecc.
E poi c'è Dante, visto attraverso l'amore del suo traduttore (e quello dell'autore del libro) e però anche secondo l'inquietante lettura che del suo Inferno poteva essere fatta negli ambienti protestanti americani di fine Ottocento.

Postato da: AnnaSetari a 15:00 | link | commenti (2) |
letture

domenica, 14 agosto 2005

La prova de la Gueulade

Flaubert aveva a proposito dello stile, una teoria: quella del mot juste. La parola giusta era quella - unica - che poteva esprimere compiutamente l'idea. Dovere dello scrittore trovarla. Come poteva sapere quando la trovava? Glielo diceva l'orecchio: la parola era giusta quando suonava bene. Quel perfetto adeguamento tra forma e materia - tra parola e idea - si traduceva in armonia musicale.

Perciò Flaubert sottoponeva tutte le sue frasi alla prova de la "gueulade" (lo schiamazzo o vocìo). Se ne andava a leggere ad alta voce quello che aveva scritto, in un viale alberato di tigli che esiste ancora vicino alla sua casa di Croisset: la allée des gueulades. Lì leggeva a perdifiato quel che aveva scritto e l'orecchio gli diceva se aveva colto nel segno o se doveva continuare a cercare vocaboli e frasi fino a raggiungere la perfezione artistica, che perseguì con ostinata tenacia fino a raggiungerla.


Chi scrive è Mario Vargas Llosa in Lettere a un aspirante romanziere (Einaudi, 1998, traduz. di Glauco Felici).

Postato da: arden a 15:49 | link | commenti (53) |