CRITICA DELL'INTERFACCIA


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domenica, 31 luglio 2005

DERAGLIAMENTO DEI SENSI

Il caffè, che fin allora gli era del tutto sconosciuto, prese pian piano in lui il ruolo di medicina; a tale bevanda prediletta fece ricorso dapprima una volta, poi due volte al giorno, e ben presto essa gli diventò indispensabile.
Quel funesto e largamente diffuso veleno del corpo e della borsa ebbe su di lui il più pernicioso effetto. La fantasia gli si riempì di nere, inafferrabili visioni che nella sua immaginazione formavano un dramma incessante, degno scenario del quale sarebbe stato l'Inferno dantesco. La falsa e fugace disposizione di spirito che quel beveraggio traditore procura, è troppo affascinante perché, una volta provata, vi si possa rinunciare; troppo desolati sono il rilassamento e l'indifferenza che ne derivano, perché non si cerchi, nuovamente assaporandolo, di ricreare lo stato di prima.
Il tè, degno sebbene lontano parente di quella droga nociva, fungeva abitualmente anche la sera da amichevole conforto alla noia domestica; e poiché neppure il vino veniva sempre consumato con discrezione, se a tavola c'erano dei buoni amici e i discorsi trovavano nel bere nuove risorse di vivacità, da tutto ciò e da altre coincidenze ancora derivava al suo organismo una sorta di irritazione malsana: irragionevoli salti d'umore lo sferzavano, idee esorbitanti e confuse gli si agitavano in testa, e non era più possibile riconoscere in lui quello che era stato un tempo.


(da La vocazione teatrale di Wilhelm Meister di Wolfgang Goethe, traduz. di Emilio Castellani, Oscar Mondadori, 1979)

Postato da: AnnaSetari a 12:19 | link | commenti (10) |
goethe

venerdì, 29 luglio 2005
Non aveva avvenire

(post aggiornato il 30 luglio 2005)

Nel romanzo di Conrad L'agente segreto, il Professore è un esperto di esplosivi che vive a Londra (siamo all'inizio del secolo XX) e mette la sua scienza a disposizione di chiunque voglia compiere attentati dinamitardi. Il Professore è sicuro di non poter mai essere arrestato: gira infatti con addosso dell'esplosivo e, qualora gli agenti gli si avvicinassero per catturarlo, lui non avrebbe che da azionare il detonatore che tiene sempre stretto nella mano nascosta nella tasca, per compiere una strage.

- Decisiva è la fede di quella gente nella mia volontà di usare questo mezzo - [dice, parlando degli agenti, a Ossipon, uno studente rivoluzionario] - Tale è la loro impressione; una convinzione assoluta. Perciò sono micidiale.
- Persone di carattere ce ne sono anche tra quella marmaglia - mormorò sinistramente Ossipon.
- Possibile. Ma è tutta una questione di gradi, giacché, per esempio, a me non fanno nessuna impressione. Perciò sono inferiori. Né potrebbe essere diverso. Il loro carattere è costruito su una moralità convenzionale. Poggia sull'ordine sociale. Il mio è e si conserva libero da artifici. Loro sono impastoiati di convenzioni di ogni sorta; dipendono dalla vita che, per questo riguardo, è un fatto storico circondato da una quantità di inibizioni e considerazioni riflesse, un fatto complesso e organizzato, aperto ad attacchi in tutti i punti; mentre io mi baso sulla morte, che non conosce restrizioni ed è al riparo da ogni attacco. La mia superiorità è evidente.


Nell'Agente segreto è possibile trovare anche questo discorsetto messo in bocca ad un immaginario vecchio teorico del terrorismo:

Ho sempre sognato un pugno di uomini incrollabili nella decisione di bandire ogni scrupolo nella scelta dei mezzi, abbastanza forti per auto proclamarsi francamente distruttori, spogli della venatura di pessimismo rassegnato che mina il mondo alle radici. Nessuna pietà per nessuna cosa, nemmeno per se stessi, e la morte finalmente messa al servizio del genere umano, ecco che cosa avrei voluto vedere.

Discorsetto cui fa da contrappunto quest'altro, del capo dei servizi segreti francesi con sede a Londra, che ha in mente di portare l'Inghilterra a modificare la sua politica di tolleranza verso gli esuli anarchici, adottando la stessa linea repressiva degli altri stati d'Europa:

Sarebbe meglio tenerli tutti sotto chiave [gli anarchici] Urge mettere in linea l'Inghilterra. Questa borghesia imbecille si rende complice delle stesse persone il cui obiettivo è di scacciarla di casa a farla morire di fame per la strada.[basta mettere "occidente" al posto di "borghesia", e pare di sentire la Fallaci...]
Il capo dei servizi vuole convincere l'agente segreto protagonista del romanzo a inscenare un attentato clamoroso a Londra, utilizzando per la bisogna i gruppetti anarchici tra i quali è infiltrato:
Una serie di delitti, non soltanto progettati ma eseguiti, in questo paese... Niente da fare... non ci badano più che tanto. I suoi amici [gli anarchici di cui sopra] potrebbero metter fuoco a metà Europa senza influire sull'opinione pubblica nel senso di una legislazione repressiva universale. Non guardano più in là del loro naso, quassù.

Di questo romanzo, bellissimo, mi piace però soprattutto ricordare l'immagine conclusiva:

Anche l'incorruttibile professore camminava volgendo gli occhi alla moltitudine odiosa dei suoi simili. Non aveva avvenire. Lo sdegnava. Era una forza. I suoi pensieri accarezzavano immagini di rovina e di distruzione. Camminava frale, insignificante, logoro, miserabile, e terribile nella semplicità della sua idea, che invocava pazzia e disperazione a rigenerare il mondo. Nessuno lo guardava. Ed egli camminava, insospettato e mortale, come una peste nella strada affollata.


Le citazioni sono tratte dall'edizione BUR del romanzo (1978). La traduzione è di Bruno Maffi.

Postato da: arden a 16:07 | link | commenti (4) |
letture, conrad

giovedì, 28 luglio 2005
ancora

"Alcuni suscitano gioia in ogni posto in cui vanno; altri ogni volta che se ne vanno."

Oscar Wilde.

Postato da: arden a 14:47 | link | commenti (4) |

mercoledì, 27 luglio 2005
scambi di cortesie

"Non lo si è mai visto usare una parola che potrebbe rinviare il lettore al vocabolario."
(William Faulkner, a proposito di Ernest Hemingway).

"Povero Faulkner. Pensa davvero che le grandi emozioni provengano dalle parolone?"
(Ernest Hemingway, a proposito di William Faulkner).


"Accludo due biglietti per la prima della mia nuova commedia, porti un amico... se ne ha."
(George Bernard Shaw a Winston Churchill)

"Forse non potrò assistere alla prima, verrò alla seconda serata... se ci sarà."
(Winston Churchill, in risposta).

Postato da: AnnaSetari a 12:16 | link | commenti (3) |

martedì, 26 luglio 2005
in margine al post precedente

The very life seems warm upon her lip.
- The fixure of her eye has motion in't,
as we are mock'd with art
.


(Sembra che ci sia il tepore della vita stessa sulle sue labbra./ - La fattura degli occhi ha in sé del movimento, /a tal punto siamo presi in giro dall'arte.)
[The Winter's Tale, V,iii]


Tra gli altri disagi che la scena finale del Il racconto d'inverno cui ieri facevo riferimento, può provocare, c'è anche quello di essere una specie di artificioso lieto fine a chiusura di una storia che in realtà ha tutti i caratteri della tragedia. Riassumo brevemente: il re Leonte, preso da un'immotivata quanto furente gelosia verso la moglie, disconosce la neonata secondogenita e ordina che sia abbandonata in un territorio selvaggio fuori dal suo regno. Questo suo folle furore provoca intanto la morte per crepacuore del figlio primogenito, Mamilio, straziato da questo contrasto tra il padre e la madre, e subito dopo quella della moglie stessa, privata in un sol momento dei figli e di quell'amore che aveva creduto saldo e confidente del marito. Le sciagure provocate fanno rinsavire il re; ma ormai è tardi: non può più disfare il male che ha provocato. Sicché vive solo in inutile rimordimento per gli anni a venire. Finché sopraggiunge il lieto fine: la figlia scacciata viene ritrovata e, come ho già raccontato ieri, la moglie "resuscita" sicché tutto sembra tornare a posto (o quasi, dato che il piccolo Mamilio resta morto per sempre e come già ho detto non mancano i segni dell'ambiguità shakespeariana).

Di questo lieto fine non riesce per lunghi anni a trovare alcuna giustificazione l'irascibile prof Potter, uno dei personaggi del libro di Antonia Byatt, A Whistling Woman*, che prova sempre una certa irritazione per questa opera del suo amato Shakespeare. Finché una sera, ormai vecchio, e provato dal dolore di gravi lutti familiari, assiste ad una rappresentazione del Racconto che si situa in un momento molto particolare della sua vita e, finalmente, comprende.
Ecco le sue parole:

Mai troppo vecchi. Mai troppo vecchi per capire. La faccenda delle tarde commedie - la faccenda è - che ciò che fanno, l'effetto che hanno, non ha niente a che vedere col darti il contentino di un lieto fine quando tu invece sai di aver assistito a una tragedia. Ha a che vedere con l'arte, con la necessità dell'arte. Il bisogno umano di venir "presi in giro dall'arte" - si può avere un lieto fine proprio perché si sa che nella vita non accadono, quando si è vecchi si ha diritto all'ironia di un lieto fine - perché non vi si crede.


* Una donna che fischia in italiano. Va tenuto conto che è il volume conclusivo di un "quartetto" della stessa autrice. Gli altri tre volumi sono nell'ordine: La vergine in giardino, Natura morta, La torre di Babele.

Postato da: arden a 14:17 | link | commenti (3) |
letture

lunedì, 25 luglio 2005
verosimiglianza

Tra i vari difetti che possono venir trovati nelle opere di Shakespeare, uno soprattutto è parso disturbante alla sensibilità di coloro che non si sono uniti al coro che da due secoli in qua ha divinizzato il genio di quel poeta: l'inverosimiglianza di certe scene nelle sue tragedie e, ancor più frequentemente, nelle commedie.
Per Tolstoj e per Wittgenstein, scrive George Steiner in Nessuna passione spenta (Garzanti, 1997, p.62), tale
inverosimiglianza è insopportabile perché "costringe gli attori e gli spettatori ad atteggiamenti ridicoli. La rappresentazione che dà un attore di episodi del genere e la sospensione d'incredulità forzata dello spettatore, creano una situazione falsa, una mendacità puerile che umiliano entrambi."

Una di queste scene inverosimili e quasi "non-rappresentabili" è l'ultima de Il racconto d'inverno, e mi è tornata in mente oggi, leggendo sul giornale della statua della Madonna che ad Acerra è stata vista muoversi e, addirittura, presentare un incarnato roseo sulle gambe...

Nel Racconto d'inverno viene messo in scena un inganno illusionistico: viene scoperta davanti al vedovo re Leonte una statua di sua moglie, Ermione, morta ormai da sedici anni. Tale statua è così ben fatta, così simile al vero, che pare viva. Tanto viva che, infine, si muove e respira e insomma vive sul serio. Non si tratta di una resurrezione, tuttavia. Il pubblico, a differenza di Leonte, sa che la regina non è mai morta e che quella statua è finta: in realtà si tratta della regina in persona che si è truccata da statua.
Ora ciò che appare "inverosimile" nella scena è la credulità del vedovo e degli astanti che, prima, sembrano non accorgersi del trucco e poi, sembrano credere (qui tutto si fa più ambiguo, come sempre in Shakespeare) a una vera resurrezione magica.

Mi sono oggi trovata a pensare che invece, straordinariamente, la verisimiglianza della scena sta proprio in tale credulità.

Postato da: arden a 16:38 | link | commenti (10) |

due ragazzi

Martedì scorso, in Iran hanno impiccato nella piazza della cittadina di Mashad, due ragazzi, l'uno di 18, l'altro di meno di 18 anni. In Iran, pare, è possibile venire impiccati dai 9 anni in su, se si è femmine, dai 15 se si è maschi.
Questi due erano omosessuali.
Il reato però per cui sono stati impiccati era quello di violenza su minore. Sotto tortura avevano infatti ammesso di aver violentato un ragazzetto di 13 anni.
Spettacolo pubblico. Pena esemplare.
Nell'orrore (per cui tutte le parole sono in qualche misura inadeguate), m'è parso a suo modo paradossalmente incoraggiante il fatto che per quei legislatori l'omosessualità non sia in sé sufficiente per motivare una condanna a morte.
Sempre nell'orrore, mi pare invece alquanto scoraggiante il fatto che la visibilità di tale notizia sia stata pressocché nulla nei nostri giornali. Molti non l'hanno pubblicata affatto.

Postato da: AnnaSetari a 15:36 | link | commenti (2) |
attualità

domenica, 24 luglio 2005

IL CUORE E IL CIELO

Condivido con chi si vuol fermare qui un momento il piacere di questa lettura:

Il cuore vissuto del proprio corpo scandisce nel modo più visceralmente nostro l'intero calendario dell'esistere. Molto prima dei ritmi celesti, il pulsare del cuore partecipa del tempo e lo rivela, segnando le epoche della gioia creatrice e della disperazione, della trepida attesa e della melancolia, della voluttà e della collera, sensibile a tal punto da reagire alle stesse sollecitazioni dell'inconscio.

Tuttavia proprio per questa servitù del suo ritmo al mutar del vissuto, il pulsare del cuore non può misurare il tempo come ciclo solare o lunare: e l'uomo si è affidato al regolare ciclo del sole e della luna per proteggere il troppo labile e interno calendario dei cuori inscrivendone l'ordine precario in quello disteso e stabile del cielo.

Se il tempo del cielo fu appreso è perché già nel cuore vissuto del proprio corpo si racchiudeva la richiesta di una permanenza e di un ritorno: e d'altra parte affinché questa richiesta mantenesse il suo ordine non soltanto biologico, intervenne il soccorso culturale della regolarità celeste come misura della umana operabilità nel tempo. "Il cielo stellato fuori di me" e "la legge morale in me": fra queste due regolarità batte il cuore vissuto del nostro corpo.


(si tratta ancora di una riflessione di Ernesto de Martino, contenuta ne La fine del mondo)

Postato da: arden a 08:01 | link | commenti (4) |

sabato, 23 luglio 2005
L'INFINITO E LA TERRA

L'altro ieri è morto a Firenze, nella sua casa zeppa di libri, il grande e solitario filologo Giovanni Semerano. Ne ricordo la voce, sottile, quasi trasparente, simile all'ultima fiammella d'una candela, ascoltata due anni fa circa nella trasmissione radiofonica "Uomini e Profeti" (Radio3). Ora la candela si è spenta definitivamente.
Semerano aveva dedicato la sua lunga vita (aveva ora 92 anni) allo studio delle origini delle nostre lingue europee, sostenendo per primo la falsità del mito di una loro discendenza dal cosiddetto Indoeuropeo.
Questo gli aveva guadagnato l'isolamento quasi totale nel mondo accademico, perché, come scrive Umberto Galimberti su La Repubblica di ieri, la sua tesi, "smontava un'antica tradizione, e con essa, una gran quantità di studi, di competenze, di libri, di cattedre, di potere."
Secondo Semerano l'origine delle lingue europee va invece più correttamente e utilmente ricercata nelle antiche lingue della Mesopotamia (dell'Irak, in altri termini), l'accadico, il sumero (cosa che, tra l'altro, aggiungo io, si accorda con le ricerche di carattere genetico, che ribadiscono la diffusione verso il Mediterraneo e l'Europa delle popolazioni provenienti dalla pianura tra il Tigri e l'Eufrate. Vedi Geni, popoli e linguaggi di Cavalli-Sforza).
I risultati delle sue ricerche sono raccolti nei quattro volumi della sua affascinante e dottissima opera principale, Le origini della cultura europea, che include anche dizionari etimologici ricchissimi di spunti e di suggestioni.
Recentemente aveva scritto anche opere di divulgazione, tar cui La favola dell'indoeuropeo uscita l'anno scorso (Mondadori), e L'infinito, un equivoco millenario.

Non scriveva bene, Semerano. Il tono enfatico del suo stile alquanto antiquato può allontanare il lettore. E tuttavia le cose che dice non possono poi mancare di affascinarlo.
Nel saggio sull'Infinito, per esempio, sostiene che il termine àpeiron usato dal filosofo greco Anassimandro, e da sempre tradotto con 'infinito', ha invece come lontana origine la parola semitica 'apar ('polvere', 'terra'), accadico eperu, biblico 'afar, e ricorda che in greco epeiros, dorico apeiros, eolico aperros, indica la terra, il fango: tali termini corrispondono ad àpeiron, "al quale fu premesso il neutro tò, segno della confusione".
Di conseguenza, il frammento di Anassimandro che è sempre stato tradotto "principio è l'infinito, e ciò da cui le cose trovano origine, lì trovano la fine", andrebbe letto invece "principio delle cose è la terra, ecc.".

Insomma, le cose provengono e ritornano alla polvere, alla terra.
Pensiero che rievoca immediatamente il noto messaggio biblico. E anche rimescola le carte per quanto riguarda lo sviluppo della filosofia greca precedente a Socrate, dandogli una maggiore coerenza: fra Talete che poneva come principio l'acqua, e Anassimene che invece affermava esserlo l'aria, vi sarebbe la terra di Anassimandro.

Postato da: AnnaSetari a 07:44 | link | commenti (16) |

venerdì, 22 luglio 2005
SPENSIERATE REGINE E LUNGIMIRANTI PONTEFICI

Sui giornali di ieri ci si poteva imbattere:
1 - nell'articolo di Ferrara sul Foglio che col suo solito piglio prepotente invitava a non nascondersi dietro un dito e a riconoscere la verità palese, e cioè che i terroristi ce l'hanno esattamente col Cristianesimo
2 - in quello di Socci in prima pagina sul Giornale, che invitava a considerare l'importanza che ora acquistano le apparizioni della Madonna a Medjugorie e le lacrime della stessa a Civitavecchia dati i duri tempi che stiamo vivendo, e, sbeffeggiando la "spensierata regina" (d'Inghilterra) per aver affermato: "Non cambieremo il nostro modo di vivere", le contrapponeva l'altra Regina (quella con la maiuscola, la Madonna) che invita invece (come lui, del resto) a cambiare vita, cioé a convertirsi."Convertitevi o perirete tutti" era la conclusione del pezzo.

3 - in quelli vari che riferivano le uscite vagamente talibane del vescovo di Pistoia contro il comune della sua città che ha deciso di riconoscere le unioni di fatto (e quindi anche quelle dei gay). Secondo il vescovo il rischio è la perdita della virilità: una femminilizzazione della società che aggraverà la confusione dei maschi ecc. Non entro nei dettagli, perché, credo, l'avete letto tutti.

Sicché, quando infine abbiamo letto sempre sui quotidiani di ieri che il papa Benedetto XVI, dalla Val d'Aosta dove attualmente è in vacanza, ha con la sua usuale gentilezza di tono, detto che "il terrorismo non è uno scontro di civiltà, ma solo l'azione di piccoli gruppi di fanatici", e che l'Islam è una religione sorella, perché si rifà, come il Cristianesimo e l'Ebraismo, al comune padre Abramo, ci è parso di respirare per il sollievo. Ecco un discorso aperto, ragionevole e lungimirante, ci siamo detti.

Non fosse che abbiamo anche capito che la lungimiranza della sorella romana riguarda principalmente il fatto che, con antica esperienza, essa tiene la mira su un comune nemico che la preoccupa più del fenomeno effimero del terrorismo (piccoli gruppi, questi: frange cioè, in prospettiva già sconfitte).
E chi è qesto comune nemico delle tre figlie di Abramo? Elementare: è il famigerato laicismo.

Postato da: arden a 08:40 | link | commenti (41) |
attualità

martedì, 19 luglio 2005

SOTTO MENTITE SPOGLIE

È noto tra tutti il nick name usato da Ulisse quando Polifemo fingendo benevolenza gli chiese il nome. "Nessuno - disse Ulisse - Il mio nome è Nessuno."
Voleva proteggersi, il nostro eroe: proteggere la propria vita. Il vero nome coincide infatti con l'identità, cioè con l'essenza di una persona: non può essere impunemente affidato a chiunque. Pensavano così gli antichi.

Lo pensiamo anche noi, in qualche misura, come dimostra l'uso di nick name qui nei blog.
Non credo però che il celare qui il proprio nome sia segno solo di prudenza sospettosa, di banale ritrosia, di vergogna di fronte a certi conoscenti, o cose del genere. Credo ci sia anche dell'altro. O, almeno, a me interessa dell'altro.
Qui noi scriviamo. Comunichiamo cioè solo attraverso la parola. Scritta. Priva cioè di voce e di sguardo. Molti di noi tentano o praticano una scrittura di tipo creativo (questa volta l'abusato termine torna a proposito per il mio discorso).
Ora, scrivere creativamente cosa significa se non tentare di uscire da se stessi e dalla realtà fattuale in cui si è inseriti, per creare col linguaggio delle altre realtà e raccontare, come Ulisse, storie non vere?
Fingersi altri, prima ancora che con il prossimo, con se stessi (che è quello che inevitabilmente avviene in maggiore o minore misura, con maggiore o minore consapevolezza, quando si usa un nick name) non credo che sia solo una tentazione quasi irresistibile dovuta allo spirito giocoso che resiste in molti di noi: penso che sia anche un modo per usare le parole dell'altro, e cioè per avventurarsi in altro territorio e scoprire nuove possibilità del linguaggio. In forma liberatoria.


Postato da: AnnaSetari a 11:40 | link | commenti (23) |

lunedì, 18 luglio 2005

AVVISO AI NAVIGANTI

Ci sono QUI due bellissime poesie di Giovanni Monasteri da non perdere in nessun modo. A leggerle pare di sentire la consistenza fisica, gli odori, l'aria, i suoni della terra che descrivono - ciò che era e ciò che ancora resta, ciò che si è mutato, guastato, trasformato, perduto...
Non sono molti i poeti che sanno scrivere con tanta efficacia di realismo e forza di sentimento, amarezza e ironia, e con tanta apparente naturalezza.

Postato da: arden a 12:53 | link | commenti (16) |